16:08 28 Aprile 2017
    Erdogan

    Recep Erdogan ha vinto il referendum. Ma ha vinto la Turchia?

    © AP Photo/ Yasin Bulbul, Presidential Press Service, Pool
    Politica
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    Gevorg Mirzayan, professore associato del dipartimento di scienze politiche dell'Università Finanziaria del Governo della Russia spiega gli eventi un Turchia per RIA Novosti.

    La Nuova Turchia

    Domenica 16 aprile in Turchia si è svolto il più importante referendum della storia moderna di questo paese. La popolazione doveva decidere in quale paese voleva vivere, la Turchia di Ataturk o la Turchia di Erdogan?

    Il fondatore della Repubblica Islamica Turca Mustafa Kemal' Ataturk riuscì a creare qualcosa di unico per un governo islamico: una repubblica democratica laica, orientata sui valori del mondo occidentale. Senza dubbio il modello di Ataturk aveva i suoi contro. Ad esempio l'esercito: nel momento in cui gli islamisti sulla base dell'elettorato salirono al potere onestamente, l'esercito li rovesciò e tornarono al potere i kemalisti (i repubblicani). Difficile definire questo democratico. Dunque il capo del governo aveva due possibilità di cambiare il sistema: o impegnarsi per una istruzione laica delle arretrate province orientali e centrali del paese, o, al contrario, a fare affidamento su di loro per l'islamizzazione di tutta la Turchia. L'attuale capo Recep Erdogan ha scelto la seconda opzione.

    All'inizio pareva che volesse riformare il modello di Ataturk in un progetto non meno interessante: una democrazia liberale islamica. Per qualche tempo questo è funzionato, fintanto fosse esistita una democrazia borghese (che ha votato Erdogan). Tuttavia, questo modello è stato rovinato dal fattore umano: la sete di potere personale di Erdogan e le sue ambizioni autoritarie. Col tempo il presidente ha acquisito il controllo dei tribunali, della stampa, ha rinforzato le posizioni personali in seno al governo. Di conseguenza, una parte significativa della classe media ha iniziato a opporsi al presidente. Alla classe media istruita non piaceva l'islamizzazione del Paese (da un "liberalismo", sotto forma di autorizzazione basilare di indossare l'hijab, Erdogan ha cominciato a spostarsi verso l'islamismo, per esempio ponendo restrizioni sull'alcol), il rifiuto della via europea, le avventure in Medio Oriente e i flirt con i militanti islamici in Siria. E poi c'è stato il supporto a Erdogan degli ambienti conservatori, come i nazionalisti locali, che amano le ambizioni neo-ottomane del presidente. Una democrazia liberale-islamica non dovrebbe fare affidamento su tali circoli di elettorato: essa verrebbe automaticamente convertita in un sistema autoritario (laico o islamico, in questo caso, non è poi così importante).

    L'evoluzione di Erdogan

    Tayyip Erdogan
    © REUTERS/ Yasin Bulbul/Presidential Palace
    Probabilmente c'è stata proprio questa evoluzione in Turchia e il presidente ha semplicemente richiesto di sancire legalmente questo cambiamento. Ad esempio, le riforme della costituzione prevedono l'eliminazione della carica di Premier, il divieto agli ex militari (i custodi delle tradizioni repubblicane di Ataturk) di partecipare alle elezioni e di fatto pongono la magistratura sotto il controllo del governo. Il che trasformerà la Turchia in un Sultanato con al potere il 63enne Erdogan (formalmente fino al 2029, a meno che il presidente non inventi qualcosa).

    Erdogan si è giocato il tutto per tutto. Se avesse perso il referendum, sarebbe stato un vero e proprio voto di sfiducia, che avrebbe notevolmente aumentato la pressione sul presidente da entrambi gli avversari, e dai suoi stessi membri del partito (a molti dei quali non piacciono le ambizioni del sultano Erdogan). Ecco perché le autorità hanno fatto grandi sforzi per garantire che la popolazione votasse a favore. Il presidente ha preso il controllo dei tribunali e della maggior parte della stampa, ha fatto una massiccia repressione contro gli oppositori politici e i dissidenti (con il pretesto della loro partecipazione al fallito colpo di stato dello scorso anno). Ed infine è riuscito a strappare la vittoria: il 16 aprile l'eredità di Mustafa Kemal Ataturk è stata sepolta dal 51,4% della popolazione turca.

    Non ci sarà unità

    Erdogan durante una manifestazione
    © AP Photo/ Kayhan Ozer/Presidential Press Service
    Adesso la questione è che cosa fare con questa controversa vittoria. Il paese è diviso geograficamente. Hanno votato contro le città più grandi della Turchia (Ankara, Istanbul, Smirne) e le regioni più sviluppate del paese: quelle in cui tra la popolazione prevalgono preferenze e laiche e repubblicane. Inoltre hanno votato contro anche le regioni curde del sud-est, che comprendono che solo nel quadro di un modello democratico e laico avrebbero possibilità di autonomia. A sostegno del referendum si è espressa la Turchia povera e conservatrice orientale e centrale. Pertanto, Erdogan dovrebbe agire con cautela, cosa che lui non sta facendo. Piuttosto, una tale vittoria di misura porterà il Presidente ad agire in una logica da "campagna elettorale permanente". Erdogan, per vincere le elezioni si è affidato agli elementi islamici conservatori, così come ai nazionalisti turchi. La necessità di mobilitare loro, in particolare, spiega la dura politica con i paesi europei.

    "Erdogan aveva bisogno di dichiarazioni a sensazione, in cui porsi come il difensore della Turchia e dei turchi contro nemici esterni che impediscono il consolidamento di una grande società turca sotto un grande timoniere", spiega Vladimir Avatkov, professore associato dell'accademia Diplomatica, direttore del Centro di studi orientali.

    Oltre a questo, il presidente ha bisogno di screditare di più l'Unione Europea, perché l'idea che "il sultanato non possa entrare in Europa" è stato uno dei principali motivi dell'opposizione contro il referendum. Logicamente ora da queste posizioni deve spostarsi più verso il centro. Tuttavia, il problema è che kemalisti non si arrenderanno: il 49% espressosi contro il referendum darà loro la possibilità non solo di contestare i risultati, ma anche di sabotare il processo di evoluzione del paese in sultanato. Questo significa che Erdogan dovrà: a) continuare ad affidarsi ai nazionalisti e ad agire nei lori interessi, b) continuare la repressione contro i kemalisti. "La nostra guerra con i nemici interni ed esterni continuerà" ha detto l'ancora per poco Premier Binali Yıldırım. Per i nemici interni ovviamente si intendono i curdi. Il conflitto col Kurdistan turco continuerà: Erdogan deve conservare il supporto dei turchi nazionalisti, quindi, continuando a reprimere i curdi, che richiedono una autonomia anche culturale.

    Amici e vicini

    Sulla base di questo, è estremamente improbabile che Erdogan riuscirà a migliorare il rapporto con l'Unione Europea. Il presidente ha già chiesto ad "amici e alleati" di riconoscere i risultati del referendum, tuttavia, l'UE percepisce con ostilità la trasformazione della Turchia in sultanato e la sua uscita dall'orbita della civiltà europea. "La porta per l'Unione Europea per i turchi è definitivamente chiusa" ha dichiarato la rappresentante dell'Unione Cristiano-Democratica tedesca Julia Klöckner. Dunque l'UE cercherà di restituire il potere ai kemalisti con il supporto all'opposizione di Erdogan. C'è ancora tempo per questo, in quanto le modifiche costituzionali entreranno in vigore solo nel 2019. Lo stesso presidente dal canto suo capisce l'inevitabile escalation delle relazioni con l'UE e non sarà sua premura cercare di sistemarle. Lo testimonia il ripristino della pena di morte nel paese. Per gli interessi russi le conseguenze del referendum sono ambigue. Da un lato, non è chiaro come si comporterà Erdogan in Asia centrale e nel Caucaso. E Se la Turchia si dovesse trasformare in un Sultanato col supporto dei nazionalisti con un rafforzamento delle ambizioni pan-turche e neo-ottomane? Sull'esempio siriano, Erdogan (che ha nettamente intensificato critica di Assad e ha dato il via libera ai combattenti pro-turchi di violare il cessate il fuoco) ha dimostrato che pur di risolvere i problemi politici non si remore e sacrifica facilmente gli accordi raggiunti. Tuttavia l'isolamento di Erdogan può essere benefico per Mosca. Se il presidente turco rimanesse senza alleati, potrebbe divenire più rispettoso dei partner che ha, cessando di sacrificare i rapporti con loro senza motivo. Inoltre, forse l'UE si sveglierà e capirà che sarà necessario migliorare le relazioni con la Russia, e forse rilanciare il "South Stream". Mosca da tutto questo ha solo da guadagnare.

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    Tags:
    South Stream, Recep Erdogan, Turchia, UE, Russia
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