10:06 25 Settembre 2020
Politica
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Il Medio Oriente di oggi è ben diverso da quello che poteva apparire o promettere all’inizio di questo secolo. Rapporti di forza, alleanze e prospettive per il futuro sono molto cambiate o in via di cambiamento ed è difficile adesso riuscire a immaginare come la situazione si proporrà da qui ai prossimi dieci/quindici anni.

Alla fine del ‘900, gli Stati Uniti erano l'unico punto di riferimento per tutti gli attori locali e la loro presenza militare nell'area, avallata dagli aiuti economici distribuiti ad alcuni soggetti, faceva sì che nulla potesse accadere senza il loro consenso. Il dibattito politico interno agli USA, la speranza abbastanza concreta di diventare dapprima energicamente autosufficiente e, poi, addirittura esportatore di gas e petrolio, ha aperto la strada alla filosofia del disimpegno, ipotizzando che, in ogni area, fossero i soggetti locali a risolvere i problemi politici che via via si ponessero.

Non è cambiata, a Washington, la filosofia del "divide et impera", quella che mirava a impedire in ogni area del mondo la nascita di un unico soggetto egemonico che potesse così trattare, quasi da pari, con gli Stati Uniti. Questa impostazione è ancora ben presente negli strateghi americani, ma qualche variabile di troppo ha cominciato ad accentuare la diffidenza dei vari Paesi nei confronti del sostegno americano in caso di difficoltà. Di conseguenza ha obbligato tutti i Paesi dell'area a prevedere qualche possibile alleanza alternativa.

Il fattore maggiormente dirompente è stato l'apertura di relazioni positive con l'Iran, cosa che ha indispettito soprattutto l'Arabia Saudita e i suoi alleati nel Golfo. Uguale contrarietà è evidente in Israele, che teme di perdere il ruolo d'interlocutore privilegiato.

Occorre ricordare che Israele, Arabia Saudita e Turchia, tutti e tre stretti alleati degli USA, godevano, indipendentemente l'uno dall'altro, di una posizione che li portava a essere indispensabili punti di appoggio per gli americani pur restando tra loro rivali. Era esattamente quello che Washington voleva.

Oggi, un Iran rientrato nella comunità internazionale, forte di una grande popolazione e di enormi potenziali energetici, sbilancia gli equilibri precedenti e pone la propria ipoteca egemonica sul futuro di tutta la zona. Non è un segreto che sia l'Arabia Saudita che Israele abbiano manifestamente aperto la porta a nuove forme di collaborazione con altri potenziali partner, in modo particolare con la Cina e la Russia, mentre la Turchia, soprattutto per le pericolosissime tensioni con Mosca ma delusa, come Riyad, dall'atteggiamento americano in Siria, sembra voglia recuperare i rapporti con Israele.

Gli Stati Uniti stanno cercando di bilanciarsi come possono e fan di tutto per mostrarsi costanti nelle loro precedenti alleanze ma il loro cambio di strategia non è passato inosservato e le tensioni locali aumentano. In altre parole, ognuno diffida del vicino e tutti diffidano degli USA. Anche Washington però sa che l'amico di oggi potrebbe essere il nemico di domani e, di là dagli atteggiamenti e dalle parole di circostanza, si mostra molto più cauta che nel passato verso le ambizioni dei potenti locali. Una dimostrazione è il loro atteggiamento in Siria ove, contro la volontà di Ankara, si appoggia ai curdi nella lotta all'ISIS e rifiuta di concedere l'avallo a truppe di terra turco-saudite. Ugualmente, comprendendo che la richiesta turca di realizzare a una zona franca in territorio siriano, seppur mascherata da ragioni umanitarie, copra il loro desiderio di frapporre una barriera armata all'avanzata dei curdi verso ovest.

Un altro esempio di equilibrismo è la non applicazione dei contratti di fornitura per nuovi aerei da combattimento ai Paesi del Golfo. Tale fornitura, contestata da Israele e spinta dai produttori americani, era stata decisa pochi anni fa ma la loro consegna è continuamente ritardata: il Kuwait attende da almeno due anni 28 F/A-18 Super Hornet, gli Emirati Arabi aspettano 30 F-16, il Qatar ben 73 F-15. In verità chi si è opposto più di altri alla fornitura di tutti questi aerei è proprio Israele, timoroso di perdere la supremazia nell'aria fino ad ora loro garantita. Per rassicurare Tel Aviv, gli Stati Uniti hanno promesso quasi cinquanta miliardi di dollari di aiuto ma ciò non toglie dalla testa degli israeliani che il loro ruolo di primo presidio nell'area è fortemente a rischio nei progetti degli strateghi di Washington. Se ne resero conto già nelle aperture verso i Fratelli Mussulmani in Egitto, nonostante costoro nutrissero rapporti privilegiati con Hamas. Inoltre, anche Israele attende una consegna, continuamente rinviata, di aerei F-35.

E' a causa di questi diffusi ritardi, evidentemente non imputabili alla burocrazia, che Kuwait e Qatar hanno cominciato a guardare altrove per i loro acquisti negoziando l'uno 28 Eurofigther e l'altro 24 Rafale francesi.

E' vero che i contratti con gli americani non sono stati formalmente cancellati ed è altrettanto vero che i produttori americani, in forti difficoltà economiche, stanno facendo pesanti pressioni sull'Amministrazione per avere il via libera alla consegna, ma, comunque vadano le cose, il rapporto di fiducia si è incrinato.

Testata nucleare
© Sputnik . Mihail Mokrushin
Nel frattempo, per garantirsi un'area d'influenza stabile indipendente dal sostegno americano, Riyad ha cominciato a finanziare i Paesi più deboli ed ha garantito tre miliardi di dollari all'Egitto, milleduecento milioni alla Giordania e cinque miliardi all'esercito sudanese. Anche il Kuwait, l'Oman e gli Emirati Arabi aiuteranno l'Egitto con ulteriori dieci miliardi. Contemporaneamente, la Turchia, alleata in Siria con l'Arabia Saudita, non ha rinunciato a distinguersi da quest'ultima stringendo un accordo di collaborazione militare con il Qatar fino all'apertura di una base aerea in loco. Guarda caso, proprio con il Paese del Golfo meno allineato, se non addirittura in competizione, con i sauditi.

Ankara, inoltre, a causa dell'inasprirsi dei rapporti con la Russia suo principale fornitore di risorse energetiche, sta cercando di riallacciare i rapporti, un tempo ottimali, con Israele. Quest'ultima, infatti, potrebbe diventare un importante esportatore di gas dopo aver scoperto due enormi giacimenti di gas nelle proprie acque territoriali: il Leviathan e il Tamar, stimati contenere almeno settecento miliardi di metri. Certamente, anche per i turchi la situazione resta complicata e confusa perché, mentre cerca di recuperare il rapporto con Israele, non può permettersi di rinunciare a porsi come tutore dei palestinesi, condizione utile per perseguire la propria strategia nel mondo arabo sunnita in concorrenza con l'Arabia Saudita e contro gli sciiti appoggiati dall'Iran.

Tutti i giochi sono dunque aperti e, con grandi probabilità, nessuno degli ambiziosi progetti dei Paesi dell'area riuscirà a imporsi in modo definitivo sui concorrenti. Tuttavia, l'aumento del locale intreccio tra collaborazione e competizione non nasconde che tutti gli attori siano accomunati da un'uguale delusione e sfiducia verso il comportamento dei loro "protettori" americani.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
F-15, F-16, Lotta al terrorismo, situazione in Medio Oriente, Crisi in Medio Oriente, Egitto, Siria, Russia, Israele, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Medio Oriente, USA
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