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    Iraniani alla stazione di Teheran

    Avanti con giudizio, cosa (e se) cambia in Iran dopo le elezioni

    © AFP 2017/ ATTA KENARE
    Politica
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    Mario Sommossa
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    I commentatori più superficiali hanno esultato immediatamente per l'esito delle elezioni iraniane e, indubbiamente, i difensori dell'accordo tra Iran e la comunità internazionale hanno motivo di essere contenti perché gli elettori hanno premiato la linea politica perseguita dal presidente Rohani.

    Inoltre, i conservatori tradizionalisti non hanno più la maggioranza dentro l'Assemblea degli Esperti, l'organo che elegge la Guida Suprema. Tuttavia, non si deve dimenticare che il Consiglio dei Guardiani aveva impedito la candidatura a moltissimi candidati del fronte riformista e questo ha penalizzato le chance di chi auspicava grandi e importanti cambiamenti nella società.

    Il presidente iraniano Hassan Rohani
    © AP Photo/ Ebrahim Noroozi
    Chi ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi parlamentari sono i cosiddetti "principalisti" e cioè una lista mista tra conservatori moderati, conservatori tradizionali e "pragmatici". La lista dei veri riformatori, la Coalizione Riformista, si è classificata soltanto seconda mentre cinque seggi sono andati, secondo il dettato costituzionale, alle minoranze religiose e altri settanta seggi dovranno ancora essere attribuiti dopo il ballottaggio di Aprile che si terrà nelle località ove nessun candidato ha ottenuto suffragi sufficienti. E' solo a Teheran che l'alleanza riformista ha vinto con certezza, addirittura conquistando trenta seggi su trenta.

    Nelle provincie minori e nelle zone di campagna, hanno, invece, trionfato i "principalisti". Lo stesso è avvenuto per il voto dell'Assemblea degli Esperti nella quale sono stati eletti, tra gli altri, lo stesso Rohani e l'ex Presidente Rafsanjani mentre l'ultra conservatore Ayatollah Mesbah Yazdi è rimasto escluso.

    Il prolungamento, per ben due volte, dell'apertura dei seggi non è stato dovuto a un eccezionale afflusso di elettori, bensì al fatto che i simpatizzanti dei riformatori avevano, in gran parte, boicottato le elezioni del 2004 e del 2008 mentre si sono presentati a queste ultime.

    Un fattore importante è che, per la prima volta, le liste presentatesi avevano superato la tradizionale divisione tra conservatori e riformisti, favorendo piuttosto schieramenti trasversali, uniti tra loro solo dall'appoggio verso le aperture in politica internazionale attuate dall'attuale Presidente.

    Il parlamento iraniano
    © Sputnik.
    Il parlamento iraniano

    La divisione attuale tra "principalisti" e "riformatori" riguarda soprattutto i temi delle libertà sociali, del ruolo delle donne e la domanda di una maggiore libertà di stampa. Rohani e i suoi su questi temi appartengono alla frangia conservatrice e lo dimostra il fatto che nessuna apertura è stata fatta in merito alla liberazione dei rappresentanti del cosiddetto Movimento Verde, tuttora incarcerati o comunque emarginati dalla vita politica. Va comunque notato che, mentre ci si divide sull'opportunità o meno di accordarsi con il resto del mondo in merito al programma nucleare, conservatori e riformisti concordano nel proseguire il programma di costruzione dei missili a lungo raggio.

    Visto come stanno le cose, non è detto che il futuro Parlamento farà grandi cose, né che la linea di Rohani potrà continuare negli anni a venire perché, come succede in tutti i partiti troppo compositi, anche le liste vittoriose, grazie alla loro eterogeneità, potrebbero veder riemergere pesanti contrasti interni nel corso della legislatura.

    Per fare un esempio, il secondo più votato a Teheran nella lista "riformista" ha sostenuto nella propria campagna elettorale che il velo per le donne deve rimanere obbligatorio mentre il potente e "moderato" Larjani, pur sostenendo la politica economica di Rohani, si è sempre opposto ai suoi timidi sforzi di liberalizzazione sociale.

    Tutto dipenderà dallo stato dell'economia e dai risultati immediati che Rohani saprà ottenere. Non va dimenticato che il sostegno di cui ha goduto e il consenso popolare sulla linea di dialogo con l'Europa e gli USA è strettamente legato alle aspettative di rinascita economica del Paese, obiettivo che il Presidente ha saputo personificare. L'elettorato sarà chiamato ancora nel 2017 a votare per l'elezione del Presidente e, se non ci saranno risultati visibili, non è detto che l'attuale consenso sia confermato. L'inflazione è drasticamente calata con questo governo ma la disoccupazione giovanile resta alta e vicina al 25%. Anche se l'apertura dei mercati mondiali costituirà un aiuto per l'economia interna, prima che gli investimenti dall'estero possano portare frutti concreti potrebbero passare due o tre anni e la corruzione diffusa, l'inefficienza burocratica e i bassi prezzi internazionali del petrolio continueranno a essere una zavorra importante.

    Certamente, se la maggioranza degli elettori si fosse espressa a favore dei più accesi conservatori, ciò avrebbe significato una sconfitta mortale per Rohani e per il dialogo da lui intrapreso, ma quanto il risultato elettorale ora ottenuto sia foriero di ulteriori positivi sviluppi è qualcosa che si potrà verificare solo nel corso del tempo.

     

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    Tags:
    sviluppo, Politica, programma nucleare, Elezioni, presidente Hassan Rohani, Iran
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