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    Stazione di rifornimento gas a Simferopoli

    Giù al Nord passa il gas russo, mentre l'Italia resta senza

    © Sputnik. Taras Litvinenko
    Politica
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    Mario Sommossa
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    La Russia è spesso accusata di utilizzare le forniture di gas e di petrolio come uno strumento di azione politica. Indubbiamente è vero, così com'è vero che anche chi compra l'energia compie un'azione politica.

    Garantirsi le fonti è un imperativo talmente "politico" che, per farlo, ogni Paese usa qualunque mezzo disponibile, pacifico o bellico che sia, come la presenza americana in Medio Oriente dimostra. Un Paese senza energia non può garantirsi trasporti, illuminazione, infrastrutture di ogni tipo e nemmeno consentire alle proprie industrie di lavorare. Un Paese ricco di materiali energetici, oltre ad utilizzarne una parte in loco, alimenta le proprie finanze vendendoli sul mercato internazionale. E' quindi ipocrita scandalizzarsi se anche la Russia utilizza le sue ricchezze naturali per la propria politica estera.

    Per non rimanere ricattata da un unico fornitore, così come farebbe qualsiasi azienda privata, anche l'Italia ha saputo diversificare le proprie fonti, suddividendo le importazioni di gas e petrolio tra diverse aree geografiche. Uno dei fornitori, con quasi il 30% del gas importato, era ed è la Russia attraverso il gasdotto che passa per l'Ucraina. Purtroppo, le tensioni tra Kiev e Mosca hanno portato nel recente passato per ben due volte a far sì che questo Paese di puro transito ne sabotasse il passaggio, mettendo così a rischio una parte importante dei nostri approvvigionamenti. Era naturale allora che non solo la Russia, ma anche i nostri politici più avveduti pensassero a un'alternativa che evitasse nel futuro il rischio di nuove interruzioni. Si pensò allora a South Stream, un nuovo gasdotto che, attraversando il Mar Nero, sarebbe arrivato direttamente nei Balcani e, da lì, sulle nostre coste adriatiche.

    2012, quando il gasdotto South Stream sembrava dovesse diventare realtà
    © Sputnik. Sergei Guneev
    2012, quando il gasdotto "South Stream" sembrava dovesse diventare realtà

    Fu per motivi puramente politici che gli USA e la Commissione Europea si opposero al progetto, fino a farlo fallire. Per noi fu uno smacco, anche considerato il notevole investimento già effettuato dalla nostra ENI e l'esecuzione dei lavori assegnata all'espertissima Saipem. Le giustificazioni ufficiali più rilevanti furono due: l'Europa doveva diminuire le proprie importazioni dalla Russia e non era opportuno penalizzare l'Ucraina che aveva nel gasdotto già esistente (e tuttora attuale) sia notevoli entrate per i diritti di transito, sia un'arma di ricatto nei confronti di Mosca e dell'Europa tutta. Le sanzioni economiche, contemporaneamente lanciate contro la Russia dopo lo scoppiare della più recente crisi completavano il quadro. A noi non toccò che subire. Tuttavia, nel frattempo, un progetto perfettamente identico ma con la differenza di passare a nord anziché a sud fu concordato tra Russia e Germania senza sollevare uguali obiezioni da Bruxelles.

    Perché a Berlino dovrebbe essere concesso ciò che la stessa commissione ha negato a Roma? Perché alle aziende tedesche e nord europee dovrebbe essere consentito il beneficio economico che deriverebbe dal raddoppio di North Stream e non alle aziende italiane? Questa è la domanda che Renzi ha correttamente posto durante l'ultimo Consiglio Europeo. Ancora si attende risposta.

    Evidentemente le parole di Renzi non erano animate da alcun pregiudizio anti-russo e la dimostrazione è le più volte manifestata contrarietà alla proroga delle sanzioni economiche. Nello stesso tempo, pur riconfermando la nostra vicinanza con gli Stati Uniti, occorre che ci sia detto chiaramente quali sono le vere ragioni della loro ostilità nei confronti della Russia. Non abbiamo alcuna intenzione di intaccare i nostri buoni rapporti con gli USA ma non vorremmo trovarci in una situazione in cui gli americani pensino di tutelare i loro interessi calpestando quelli degli alleati. A ben vedere, loro stessi dovrebbero verificare se la nuova guerra fredda che hanno lanciato tuteli veramente i loro reali interessi o se non si tratti, invece, di un altro errore, gravido di conseguenze negative per tutti, come lo fu la guerra in Iraq.

    Il gasdotto Nord Stream
    © Foto: Wikipedia/Samuel Bailey
    Il gasdotto Nord Stream

    Altresì, si chiede all'Europa di non essere una semplice accozzaglia di Paesi al servizio dell'egoismo di una Germania dominante ma una reale Istituzione super-partes che sappia individuare obiettivi comuni nell'interesse di tutti. Nella telefonata dell'11 Gennaio avvenuta tra Putin e il nostro Renzi, immagino che il Presidente del Consiglio abbia ben chiarito questi aspetti e anche con Berlino abbia voluto sottolineare come il nostro atteggiamento sia puramente costruttivo.

    Ad oggi non sappiamo ancora quale sarà la decisione finale di Bruxelles sulla questione, ma una cosa è certa: non è offrendo all'Eni di entrare nel capitale di North Stream che la situazione potrà essere risolta. Come ha molto ben detto l'Amministratore Delegato De Scalzi, non è la sua vocazione e non è un piatto di lenticchie acide che possa soddisfarci.  Se North Stream 2 sarà approvato, ben venga che sia la Saipem a essere chiamata a eseguire la posa dei tubi e, d'altra parte, si tratta dell'azienda europea più tecnologicamente avanzata nel settore. Tuttavia, se quel gasdotto dovesse essere realizzato, sarà obbligatorio ridiscutere tutto l'atteggiamento europeo nei confronti di Mosca.

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