07:53 06 Luglio 2020
Politica
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Dopo gli attacchi terroristici di Parigi la solidità della politica estera dell'Occidente in materia di lotta contro il terrorismo è stata messa in discussione e l'appello del presidente russo ad unirsi contro la minaccia comune lo ha sottolineato.

L'Occidente non ha potuto facilmente far finta di nulla in merito alle parole di Vladimir Putin pronunciate dopo gli attacchi terroristici di Parigi, scrive la rivista "The National Interest" in un articolo dedicato agli errori della politica estera occidentale in materia di lotta contro il terrorismo.

Il discorso riguarda l'appello del presidente russo all'Occidente per mettere da parte le divergenze ed unirsi per combattere il nemico comune, lo "Stato Islamico". L'autore Matt Purple ricorda anche le parole del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, il quale aveva affermato che da parte dell'Occidente era inopportuno chiedere le dimissioni del capo di Stato siriano Bashar Assad come "prerequisito" per affrontare insieme l'ISIS.

Secondo Purple, queste affermazioni risuonano più sgradite per l'Occidente, perché "non possono essere facilmente ignorate". Gli attacchi terroristici di Parigi hanno realmente fatto nascere molte domande sulla solidità della politica estera occidentale.

"Mentre dopo l'11 settembre era emerso il problema sulla mancanza di una strategia nella lotta contro il terrorismo, dopo i fatti del 13 novembre avvenuti a Parigi la questione sta nel fatto che la nostra strategia non sembra funzionare," — spiega Purple.

Per l'Occidente una correzione risulterebbe un compito difficile, tuttavia prima di agire dovrebbe porsi cinque domande importanti, scrive l'analista.

La prima è: l'Occidente è in grado in Medio Oriente di accantonare l'idea della guerra fredda e di credere all'idea di lotta contro il terrorismo? Prima di tutto riguarda l'atteggiamento degli Stati Uniti rispetto alle divergenze tra l'Arabia Saudita e l'Iran.

Purple ricorda che in quegli anni gli Stati Uniti consideravano un alleato l'Arabia Saudita per i loro comuni interessi petroliferi contro l'Unione Sovietica, mentre l'Iran veniva percepito come un "rivale non obbediente." La guerra fredda è finita, ma la rivalità tra l'Arabia Saudita e l'Iran continua a rappresentare una minaccia, sottolineata dalla storica divisione nel mondo islamico tra sciiti e sunniti. La guerra contro il terrorismo deve cambiare l'atteggiamento dell'Occidente in Medio Oriente, ritiene l'autore.

La seconda domanda è se l'Europa è capace di garantire il successo dell'integrazione della popolazione musulmana immigrata.

Secondo "The National Interest", del 1990 il numero di cittadini residenti in Europa che professano l'Islam è aumentato dal 4% al 6%. Questo fatto è particolarmente evidente in Francia, dove il 7,5% della popolazione è costituito da musulmani. A Parigi, secondo la rivista, il numero di musulmani si attesta sul 15%. Molti giovani musulmani, cittadini francesi della seconda generazione, sono costretti a vivere in zone isolate, non hanno un lavoro fisso e non possono mantenersi in un'economia debole. In questo contesto molti di loro abbracciano l'Islam radicale. Purple ricorda che almeno 4 dei 7 terroristi che hanno compiuto gli attacchi a Parigi avevano il passaporto francese.

La terza domanda riguarda quanto l'Occidente sia disposto ad accettare l'asse "Russia-Iran-Assad" in Iraq e in Siria.

L'autore dell'articolo è nettamente contrario ad Assad, ma riconosce che, in caso di caduta del regime siriano, il potere degli islamici radicali crescerebbe. Ha inoltre evidenziato come qualsiasi attacco contro ISIS ora dovrebbe essere coordinato con la Russia. Secondo Purple, l'Occidente deve decidere se può collaborare con la Russia e Assad oppure mantenere una "posizione intermedia", lottando da una parte insieme con la Russia contro ISIS e da un lato contro Assad.

La quarta domanda è relativa alla percezione dell'Occidente del conflitto militare in Yemen.

Secondo Purple, inizialmente i sunniti alleati degli USA, in particolare l'Arabia Saudita, avevano mostrato solidarietà con Washington rispetto all'opposizione contro ISIS. Ma in seguito invece di bombardare i jihadisti dello "Stato Islamico", sono passati in Yemen, dove nel frattempo era scoppiato il conflitto tra i ribelli sciiti e le truppe governative. Gli USA finanziano chi combatte in Yemen. Secondo Purple, questo "piccola guerra sanguinosa" è sempre stata una cattiva idea, e gli Stati Uniti dovrebbero rinunciare a sostenerla.

La quinta domanda è: che cosa accadrà dopo la distruzione dello "Stato Islamico"?

L'Occidente pensava di aver distrutto ISIS quando si chiamava "Al-Qaeda", tuttavia il gruppo radicale islamico si è rigenerato con l'appoggio dei sunniti iracheni che sono stati discriminati, secondo Purple, quando alla guida del governo in Iraq è arrivato Nuri al-Maliki.

"L'Occidente può bombardare il califfato dello "Stato Islamico" anche per 20 anni, ma non può fare nulla per impedire la radicalizzazione dei giovani, dei poveri e degli emarginati sunniti," — scrive Purple. Affinchè non compaia un nuovo ISIS, i governi dei Paesi del Medio Oriente, magari con l'appoggio degli Stati Uniti, devono fare in modo che i sunniti, soprattutto in Iraq, non abbiano ragioni valide per abbracciare il fondamentalismo.

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Migranti, profughi, Occidente, Terrorismo, attentato a Parigi, ISIS, Al Qaeda, Vladimir Putin, Iraq, Arabia Saudita, Iran, Yemen, Siria, USA, Russia
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