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    Proteste in Macedonia

    Isolamento occidentale per la Macedonia

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    Politica
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    Da inizio settimana il primo ministro macedone non può più contare sull’appoggio diplomatico dell’Occidente, a meno che non modifichi la propria politica di 180 gradi e non lo faccia al più presto.

    È questo il senso del messaggio inviato l'altro pomeriggio dall'ambasciatore americano a Skopje, Jess Baily, che — dopo un incontro con Gruevski — ha letto un comunicato congiunto firmato, tra gli altri, anche da Italia, Francia, Regno Unito e UE. "Abbiamo reiterato al primo ministro tutta la nostra preoccupazione per il fatto che il governo non abbia fatto alcun progresso in quanto alle accuse di malaffare emerse dalle intercettazioni telefoniche", ha dichiarato Jess Baily. "Questa continua inazione ci fa dubitare seriamente della dedizione del governo macedone ai principi e ai valori democratici della comunità euro-atlantica".

    Ieri è poi toccato al rappresentante italiano a Skopje, l'ambasciatore Ernesto Massimino Bellelli, ripetere l'avvertimento, augurandosi l'apertura immediata di "un'inchiesta trasparente e credibile" sulle ultime rivelazioni. L'ambasciatore ha dichiarato alla stampa. "Io e altri quattro ambasciatori abbiamo detto a Gruesvki che rischia l'isolamento diplomatico se non prende delle misure rapide riguardo alla libertà di stampa, allo stato di diritto e se non dà il via ad un'investigazione seria su quanto emerso dalle intercettazioni telefoniche".

    Macedonia, citta` di Skopje
    © AP Photo/ Vangel Tanurovski
    Macedonia, citta` di Skopje

    Le forze di opposizione in Macedonia, supportate dall'Armata di liberazione del Kosovo, hanno chiesto a gran voce le dimissioni del premier Nikola Gruevski. Secondo quanto dichiarato nei giorni scorsi dall'ex comandante dell'Armata di liberazione nazionale, Ali Ahmeti, gli albanesi sostengono il progetto di cooperazione con gli USA, la Nato e l'UE e si sono detti pronti a tutto per aiutare l'opposizione ad ottenere le dimissioni del premier. Il rischio, secondo diversi analisti e politologi internazionali, è che in Macedonia si stia cercando di preparare il campo a una nuova "rivoluzione colorata" che possa modificare ancor di più i rapporti di geopolitica nello scacchiere internazionale.

    Da metà febbraio il leader dell'opposizione, il socialdemocratico Zoran Zaev, pubblica ogni settimana intercettazioni telefoniche riguardanti il governo che farebbero luce su diversi casi di corruzione e abuso di potere di cui l'esecutivo Gruevski sarebbe responsabile. In conseguenza a ciò, dal 5 maggio, migliaia di macedoni si ritrovano quindi ogni giorno alle 18 davanti al palazzo del governo, reclamandone dimissioni.  Domenica 17 maggio, il partito dell'opposizione, guidata dal leader politico Zaev, ha confermato una protesta di massa cui parteciperanno anche alcuni rappresentanti del Partito socialdemocratico europeo (Pse). "Domenica a Skopje inizia il ritorno della libertà e della democrazia", assicurano i socialdemocratici macedoni, che invitano tutte le etnie del paese a scendere in piazza unite, come a voler smentire la teoria della crisi interetnica avanzata dal governo.

    Intanto, probabilmente su pressione delle principali potenze occidentali, il capo dei servizi segreti e cugino del primo ministro, Mijalkov, ha indirizzato a Gruevski una lettera in cui ha presentato le dimissioni "per aiutare a risolvere la crisi politica creata dall'opposizione". Dimissionari anche due ministri, quello dell'Interno, Gordana Jankuloska, e quello dei Trasporti, Mile Janakleski.

    A oggi, i punti interrogativi irrisolti — dalla provenienza dei materiali riservati nelle mani dell'opposizione alle modalità dell'operazione di polizia, dalla reale provenienza del gruppo armato di Kumanovo ai suoi obiettivi politici — restano molti. L'opposizione, per il momento, non sembra rinunciare al suo obiettivo principale, le dimissioni di Gruevski, che, da parte sua, non sembra disposto a retrocedere. D'altro canto, la comunità internazionale, Unione Europea in testa, negli ultimi anni ha perso la capacità di farsi motore di cambiamento in Macedonia. Skopje è candidata alla membership dal lontano 2005, ma rimane bloccata a causa dell'infausta questione del nome con la Grecia (Atene ritiene, infatti, che il termine "Macedonia" sia parte inviolabile dell'eredità storica e culturale greca). Un isolamento che va superato, per ridare senso di prospettiva ai cittadini e alle istituzioni macedoni, restituire linfa a un sistema democratico in evidente crisi, ed evitare che prendano il sopravvento soluzioni radicali e violente.

     

     

     

     

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