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    Segretario di Stato USA John Kerry

    Lo spettro di Rambouillet sull’accordo nucleare Iran-Usa

    © REUTERS/ Brendan Smialowski
    Politica
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    È sembrato aleggiare lo spettro di Rambouillet sui negoziati nucleari Iran-Usa che si sono conclusi con successo in questa tornata a Losanna e che indicano nel prossimo 30 giugno la scadenza ulteriore per un accordo definitivo.

    Allora, nel 1999, alle porte di Parigi, si trattava sulla crisi del Kosovo e le parti in causa si erano dette molto vicine ad un accordo prima che gli americani buttassero sul piatto una proposta, irricevibile dalla controparte, arrivando così ad una clamorosa rottura che aprì le porte alla guerra.

    Oggi la situazione appare molto migliore ma ancora confusa. Non è chiaro quali siano stati gli scogli negoziali sui cui la trattativa si era arenata, rischiando il fallimento, prima di arrivare all'accordo tecnico-politico di massima che potrebbe rivelarsi storico. Di certo la questione della revoca delle sanzioni, su cui a Losanna non è stata fissata una tempistica precisa,  sarà il focus centrale del prossimo conclusivo round negoziale.

    Su questo tema non si può prescindere da una impostazione obiettiva: l'Iran ha il diritto di portare avanti un programma nucleare civile. Ripetiamo: ne ha il diritto. Dunque, l'Iran sta già compiendo un sacrificio, limitando questo suo diritto, e lo fa per avere integre altre sue prerogative. Prima su tutte sbloccare i centocinquanta miliardi di dollari detenuti da istituti finanziari che dovrebbero arrivare a Teheran come pagamento di petrolio già venduto, e che le sanzioni finanziarie, appunto, tengono in ostaggio.

    Dunque la posizione intransigente della Guida spirituale, Khamenei, appare in questo caso indubbiamente corretta. L'Iran non può limitare un suo diritto sovrano per ricevere una cambiale in cui la data del pagherò è postdatata verso un forse che potrebbe diventare anche un mai.

    È necessario ribadire un altro criterio per impostare sui giusti binari la questione. Il dossier nucleare è lo schermo sotto cui si stanno giocando ben altre partite. Se il problema fosse solo il controllo sulla fabbricazione della "bomba", un accordo sarebbe già stato trovato dieci anni fa (e fu l'Amministrazione Bush a far naufragare l'intesa, non l'allora presidente iraniano Khatami e il suo capo-negoziatore, l'attuale presidente Rouhani). Un accordo si sarebbe potuto trovare anche nel 2009 tra l'Agenzia atomica internazionale presieduta da El Baradei e il presidente Ahmadinejad, ma in quel caso furono i francesi, spalleggiati dagli americani, a farlo fallire.  

    Di cosa si parla dunque, in realtà, quando si parla del dossier nucleare iraniano?

    In generale l'Iran si sente pronto a tornare a pieno titolo nella comunità internazionale come un attore economico e politico di primaria grandezza. Un paese con 80 milioni di abitanti, molto giovane, con un livello culturale alto, con straordinarie risorse. Le potenzialità commerciali tra Ue ed Iran, ad esempio, sono molto allettanti per attori sia pubblici che privati.

    L'Iran sarebbe anche un eccellente perno di stabilità per le crisi che stanno attraversando la regione mediorientale. Dall'Iraq, alla Siria, allo Yemen, ma anche all'Afghanistan e al Libano, la presenza e azione iraniana sarebbe fondamentale se l'Occidente mirasse, come dichiara ufficialmente, di voler sconfiggere il terrorismo jihadista sunnita. 

    Insomma, un Iran senza più vincoli sarebbe destinato a diventare in breve tempo la potenza regionale di riferimento in Medio Oriente.

    Quanti non vogliono che si realizzi questo scenario sono esattamente coloro che osteggiano con virulenza la possibilità di un accordo tra l'Amministrazione Obama e l'Iran. In primis il nemico numero uno della Repubblica islamica iraniana, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che non perde occasione per tuonare contro le trattative. Poi il Congresso americano, a maggioranza repubblicana (a cui si associa, su questo, anche una parte dell'area democratica) che alla recente vittoria elettorale di Netanyahu ha dato una spinta formidabile. Infine le monarchie arabe del Golfo, sauditi in testa, che stanno combattendo nella regione una battaglia per loro cruciale contro gli sciiti.

    Il non detto che si muove sotto la questione nucleare è dunque evidente: costoro non solo e non tanto non vogliono un Iran dotato di armi atomiche, semplicemente non vogliono un Iran che possa svolgere una politica autonoma ed indipendente, che possa aprirsi all'Occidente diventandone un partner di riferimento mentre continua ad esserlo di Cina e Russia, in poche parole che Israele e Arabia Saudita siano costrette a cedere all'Iran una quota della loro potenza regionale.

    Da qui alla fine di giugno, e magari oltre, assisteremo ad una forte spinta diplomatica, sia palese che occulta, dei detrattori dell'accordo. Un ruolo di primo piano sarà certamente svolto dal Congresso statunitense che non solo rifiuterà, salvo clamorosi ripensamenti, di rimuovere le sanzioni americane ma potrebbe addirittura inasprirle, come guanto di sfida.

    Obama resisterà alle pressioni? Qual è l'architettura delle relazioni internazionali che la sua Amministrazione pensa per il Medio Oriente? Riuscirà a lasciare una impronta concreta in questo anno e mezzo che lo divide dalla fine del suo mandato? E il prossimo presidente USA che orientamento avrà a tal proposito?

     

    Insomma, lo spettro di Rambouillet, quando si tratta di America e negoziati, è sempre dietro l'angolo.

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    accordo, trattative, Il gruppo 5+1, Al Khamenei, Barack Obama, Iran, USA
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