14:50 11 Dicembre 2016
    Vladimir Putin, Francois Hollande, Petr Poroshenko e Angela Merkel a Minsk durante le trattative a Minsk

    Accordo di Minsk, per la pace bisogna far tredici

    © REUTERS/ Vasily Fedosenko
    Politica
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    Mario Sommossa
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    L’accordo raggiunto a Minsk il 12 febbraio scorso è sicuramente un passo importantissimo verso la possibile soluzione della crisi ucraina e il suo risultato immediato è lo stop all’ipotesi di fornitura di armi americane a Kiev e la sospensione di nuove sanzioni europee gia’ previste contro la Russia.

    La fornitura di armi, se realizzata, avrebbe, senza dubbio, causato una reazione russa molto forte e avrebbe aperto la strada al rischio di una guerra destinata a non rimanere dentro i confini del territorio ucraino. Le firme sul documento hanno scongiurato, almeno per il momento, questa possibilità anche se non bisogna illudersi che il pericolo sia definitivamente superato.
    I tredici punti dell'accordo ricalcano, per quanto riguarda l'aspetto militare, quelli sottoscritti nel settembre scorso e mai rispettati da nessuna delle due parti. Oggi, la situazione contingente è talmente rischiosa per tutti i soggetti coinvolti che la probabilità che si ripeta quanto gia' successo e molto minore. Agli aspetti militari del cessate il fuoco si aggiungono ora anche aspetti politici molto importanti e questo pone però altri interrogativi sull'effettiva realizzazione di quanto concordato. In particolare, i punti più delicati del documento sono il quarto, il nono, l'undicesimo e il tredicesimo.
    Al punto quattro si parla di un "dialogo" in merito a elezioni locali da tenersi secondo le leggi ucraine e a una "temporanea autonomia". Il Parlamento dovrà varare un decreto entro trenta giorni per stabilire i confini geografici della zona autonoma. Si troverà un accordo su quali saranno questi confini? Dove sarà collocata la zona di Debaltseve, importante snodo ferroviario tra Lugansk e Donetsk non è precisato.
    Al punto nove si attribuisce all'Ucraina il compito di sorvegliare tutti i confini. Tuttavia, com'è comprensibile, ciò potrà avvenire solo dopo che si siano tenute le suddette elezioni locali e dopo che la Costituzione sarà stata modificata secondo quanto previsto al successivo punto undici.
    Questo punto è forse il più difficile perché la modifica costituzionale dovrà essere approvata entro la fine 2015 e prevedere un decentramento dei poteri. Il Parlamento dominato dagli anti-russi la voterà? Quali poteri riconoscerà? Quanto sarà ampia l'autonomia? Poroshenko, all'uscita dal meeting ha escluso si possa parlare di un accordo in merito ad un'organizzazione federale del Paese e anche sulle autonomie è stato vago. Era sola tattica per fare digerire gradualmente la cosa ai suoi oppositori interni? O veramente non c'e' l'intenzione di dare autonomie sostanziali? Se, invece, verrà modificata davvero la Costituzione, la nuova regione autonoma sarà autorizzata oppure no a mantenere una propria forza armata semi-indipendente com'è il caso dei curdi iracheni?
    Infine, il "gruppo di contatto" trilaterale, previsto al punto tredici, cui sarà demandata la creazione di gruppi di lavoro per l'attuazione di quanto sottoscritto a quali margini di azione si atterrà? E se non si raggiungessero punti di comune intesa, cosa dovrebbe succedere per superare le impasse?
    Tutto quanto sopra riguarda l'attuazione o meno di quanto concordato dai partecipanti all'incontro che non volevano lasciare la capitale bielorussa senza risultati.
    Tuttavia, di là dell'auspicata fine delle ostilità (sarà rispettata o gruppi di provocatori ispirati da chi non vuole la pace faranno qualcosa per renderla impossibile?) resta irrisolta la questione fondamentale che diede inizio alla crisi stessa. Gli USA, che non erano presenti alle trattative, approveranno quanto sottoscritto da altri o continueranno nella loro volontà di allontanare Kiev da Mosca confermando, ad esempio, il gia' annunciato invio di "consiglieri militari"?
    La vera questione va, infatti, oltre il puro conflitto nel Donbass: la Russia sente l'assoluta necessità di garantire la propria sicurezza anche grazie all'esistenza di uno stato cuscinetto indipendente ai propri confini che tenga lontano la presenza delle forze Nato. Gli americani, di là di tutte le chiacchiere sulla "democrazia" non lo vogliono consentire poiché, ai loro occhi, ciò significherebbe riconoscere a Mosca una "zona d'influenza", cosa che i padroni del mondo non vogliono ammettere per nessuno, salvo a se stessi. E' ovvio che se Washington accetterà la soluzione di Minsk e non cercherà, direttamente o indirettamente di sabotarla, anche per i più fanatici tra gli ucraini sarà difficile riuscire a far fallire la tregua e impedire le concordate modifiche costituzionali. Al contrario, qualora si volesse continuare la politica di "contenimento" della Russia, sarà facilissimo, senza che se ne veda necessariamente la mano ispiratrice, che qualcuno voglia approfittare di tutti i punti di domanda che l'accordo lascia indefiniti per minarlo dall'interno e farlo fallire. Nei prossimi giorni e nelle primissime settimane da oggi, lo sapremo

    Tags:
    François Hollande, accordi di Minsk, tregua, Vladimir Putin, Angela Merkel, Petr Poroshenko, Minsk
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