14:54 16 Maggio 2021
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Contrariamente al loro nome le “terre rare” non sono per nulla rare. Se ne trovano in tutto il mondo, anche se disperse con differente densità in rocce di vario tipo.

Sono, più precisamente, diciassette gli elementi della Tavola Periodica che vanno sotto questa definizione e sono diventati componenti indispensabili in moltissimi settori tecnologici moderni.

Sono usati per i computer, per le infrastrutture di telecomunicazioni, nelle centrali nucleari, nelle turbine a vento, nelle raffinerie di petrolio e anche, ma la lista non finisce qui, nei sistemi di guida a distanza dei missili.

Per avere un’idea della loro necessità basta sapere che nei moderni F-35 americani ogni aereo ne contiene almeno circa 400 chili.

Ciò che piuttosto è raro, o almeno lo è stato fino a oggi, è il numero di impianti che li estraggono dai materiali che li contengono. La ragione principale di questa rarità sta nella grande quantità di energia necessaria per lavorarli e, soprattutto, nell’impatto ambientale che ne consegue. Attorno al 2010 la Cina era pressoché monopolista nel mondo sia nell’estrazione sia nella raffinazione e controllava il 97% della produzione mondiale.

Deng Xiao Ping nel 1992 aveva detto ai suoi: ”il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare” e aveva invitato esplicitamente i governanti di Pechino ad attribuire un’importanza strategica a questo settore affinché lo usassero come carta negoziale imprescindibile nei rapporti internazionali.
© Foto : Pixabay / Skeeze
Il caccia F-35

Forse fu proprio il tentativo di utilizzare le terre rare come arma di pressione verso i paesi terzi che, nel 2010 nel momento di maggiore tensione con il Giappone a causa della disputa sulle isole Senkaku, la Cina ridusse improvvisamente del 37% le proprie esportazioni di questi materiali verso il vicino, causando così all’industria elettronica giapponese una rottura nella catena dei rifornimenti necessari a nutrire le fabbriche che ne facevano uso.

I giapponesi ricorsero alla World Trade Organization che, nel 2014, impose a Pechino di eliminare le quote alle esportazioni, cosa che avvenne, tuttavia, solo nel 2015.

In realtà l’uso delle terre rare come arma di ricatto non solo non bloccò a lungo i produttori giapponesi (poiché si rifornirono comunque tramite triangolazioni con Paesi terzi) ma mise in guardia tutti gli utilizzatori mondiali spingendoli a trovare alternative.

In effetti, sia gli Stati Uniti che l’Australia sanno di avere riserve non ancora sfruttate di terre rare in quantità tali da dare loro una totale autosufficienza e lo stesso Giappone scoprì di averne una quantità in grado di soddisfare i propri bisogni addirittura per secoli.

Fino a dieci anni fa l’Australia era il secondo produttore mondiale ma esportava questi prodotti affinché fossero lavorati all’estero. L’unico impianto fuori dalla Cina per processare questi minerali era allora in Malesia ed era gestito proprio da una società australiana.

Il fatto nuovo è che, già dalla metà del 2015, è cominciata una diversificazione delle fonti di approvvigionamento e, attualmente, la produzione cinese copre solamente il 63% del fabbisogno mondiale.

La necessità di investire maggiormente nell’estrazione e nella lavorazione delle terre rare si è rivelata indispensabile per molti Paesi, a partire in modo particolare dal 2019 quando, come risposta ai dazi americani sulle merci cinesi, Pechino ha deciso un incremento del 25% del dazio all’esportazione di terre rare verso gli Stati Uniti.

Il provvedimento cinese aveva certo un forte impatto psicologico ma, oltre a convincere ancora di più tutti gli utilizzatori a cercare altri fornitori, si è rivelato un autogoal, almeno sul breve termine. Infatti, proprio quegli elementi sono usati moltissimo in quei prodotti elettronici e macchinari tecnologicamente avanzati che la Cina poi importa o come prodotti finiti o come semilavorati. Qualcuno ha calcolato che, se fosse messo un embargo alle esportazioni cinesi di terre rare, almeno una decina di milioni di lavoratori cinesi potrebbe incontrare serie difficoltà nel proprio lavoro.

Un importante fatto nuovo è che lo scorso marzo i Paesi membri del QUAD (Stati Uniti, Australia, Giappone e India) hanno preparato un piano congiunto per ridurre in modo drastico la loro dipendenza dalle terre rare cinesi.

Esistono, al momento, quasi una decina di progetti per processare questi elementi e, considerando solo gli Stati Uniti, l’ultimo già operativo riguarda un impianto in Texas cofinanziato, guarda caso, dal Pentagono.

Un altro problema degli ultimi giorni che tocca gli interessi di Pechino riguarda un contratto firmato a suo tempo con il governo della Groenlandia. Tale accordo attribuiva a una società mista cino-australiana la licenza per una miniera di terre rare (e altri minerali) da svilupparsi nell’isola.
Groenlandia
© AP Photo / NORDFOTO
Groenlandia

Le elezioni avvenute in quel Paese pochi giorni orsono hanno attribuito la vittoria a una lista che nel proprio programma elettorale dichiarava una totale opposizione all’apertura di quella miniera. C’è da spettarsi che il permesso ottenuto in precedenza possa essere revocato.

Occorre, comunque, considerare che la domanda interna cinese di “terre rare” stia esplodendo, anche grazie agli enormi investimenti fatti nel Paese a favore delle auto elettriche e dell’ammodernamento di marina e aviazione utili a raggiungere la parità militare con gli Stati Uniti.

Il piano di sviluppo dell’economia interna lanciato da Xi richiederà, inoltre, un sempre maggior ricorso al loro utilizzo e qualcuno stima che, nei prossimi anni, la Cina possa essere costretta a importare gli elementi grezzi da Myanmar, dal Vietnam e forse perfino anche dagli Stati Uniti.

Ciò che è certo è che l’intuizione di Deng Xiao Ping che questi materiali sarebbero potuti essere usati come arma di pressione verso il resto del mondo è svanita in pochi anni.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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