15:35 09 Maggio 2021
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Anche la Russia ha il suo discorso sullo stato dell’Unione: un momento nel quale il Presidente della Federazione si rivolge al Parlamento, all’opinione pubblica e al mondo, per rendere di pubblico dominio gli obiettivi che il governo russo intende perseguire sul piano interno ed internazionale.

L’appuntamento è caduto lo scorso 21 aprile, in coincidenza con una fase di estrema delicatezza per le relazioni tra Russia ed Occidente. L’intervento di Vladimir Putin è stato conseguentemente ascoltato con grande attenzione in molte capitali.

Non ci addentreremo nell’analisi dei contenuti specificamente dedicati al futuro assetto della Russia, al contenimento della pandemia ed alla sua politica economica. Si tratta, dopotutto, di aspetti di pretto interesse interno russo.

Ciò che rileva da un punto di vista italiano ed europeo è invece quanto il presidente Putin ha affermato in relazione ai più recenti sviluppi in atto sulla scena politica mondiale, perché riguarda molto da vicino la sicurezza del nostro Continente.

Putin ha utilizzato un linguaggio insolitamente franco, che è servito a sgomberare il campo da ogni possibile equivoco. Sarà stato forse spiacevole nei toni, ma non per questo meno utile sotto il punto di vista di ciò che potrà seguirne.

I concetti fondamentali espressi sono due. In primo luogo, è stata sollevata la questione delle ingerenze esterne negli affari interni di altri Stati: un tema di grande attualità, dal momento che il cambio della guardia alla Casa Bianca ha portato al potere in America una dirigenza assai meno intransigente di quella precedente nel rispettare la sovranità nazionale altrui.

In particolare, Putin ha apertamente abbracciato la teoria sostenuta dal governo bielorusso, secondo la quale il presidente Lukashenko sarebbe sfuggito ad un tentativo di colpo di stato, appoggiato dall’estero, che ne avrebbe contemplato l’assassinio. Putin ha anche stigmatizzato la completa indifferenza dimostrata dalle cancellerie occidentali in questo frangente.

Questo passaggio è servito tanto a rinsaldare l’asse che lega a più livelli russi e bielorussi, quanto a rilanciare la narrazione del doppio standard, secondo la quale le ingerenze altrui negli affari interni degli Stati sarebbero giudicate internazionalmente benigne o maligne non di per sé, ma a seconda di chi ne sia responsabile ed in vista di cosa.

Di fatto, è stato ribadito che la difesa della sfera d’influenza russa inizia alla frontiera tra Bielorussia ed Unione Europea e ha un suo fulcro a Minsk. Ancora più importante, tuttavia, è quanto Putin ha detto a proposito delle forti pressioni cui la Russia è attualmente sottoposta. Pur non menzionandoli esplicitamente, il Presidente russo ha infatti fatto riferimento agli esercizi di “smart power” osservati di recente ai confini e nei confronti del sistema politico russo.

A questo riguardo, il messaggio è stato di particolare intensità: esistono linee rosse, ha sottolineato Putin, oltrepassate le quali la Federazione Russa si riserverà di rispondere in modo asimmetrico, facendo ricorso alla propria forza militare, di cui è stato evidenziato il recente potenziamento, avvenuto con l’acquisizione di nuovi sistemi offensivi in grado di “bucare” anche le più avanzate tecnologie difensive schierate dall’Alleanza Atlantica.

Senza entrare nei dettagli, il Presidente ha precisato come tali linee rosse siano da tempo note in Occidente e non necessitino quindi di alcuna delucidazione ulteriore. Sembra tuttavia evidente come ne sia parte cruciale la collocazione internazionale dell’Ucraina: in pratica, Putin ha chiarito che Mosca non permetterà mai l’ingresso di Kiev nella Nato, e probabilmente neppure il ventilato allestimento di tre basi militari statunitensi in territorio ucraino, che questa accessione dovrebbe preparare o anticipare.  

Un passo in quella direzione da parte americana potrebbe pertanto comportare il ricorso allo strumento militare da parte russa: la reazione, ha aggiunto Putin, sarebbe improvvisa e non necessariamente attuata dove viene maggiormente attesa.

Per quanto queste dichiarazioni abbiano implicato l’innalzamento ulteriore di una tensione già deplorevolmente alta, in realtà potrebbero anche rappresentare un contributo utile alla prevenzione di eventuali futuri errori di calcolo.

In Occidente, infatti, non sono a tutti note le caratteristiche della cosiddetta dottrina Gerasimov, che raccomanda l’adozione di “misure attive” di natura escalatoria all’intensificarsi della cosiddetta “guerra politica”: ovvero contromosse militari con le quali riequilibrare attacchi condotti con strumenti differenti dalla forza armata, ma non per questo meno incisivi.

In realtà, il messaggio proveniente da Mosca era già stato colto nei giorni scorsi: lo si era capito tanto dalla rinuncia americana a far transitare per il Bosforo un paio di navi da guerra che avrebbero dovuto rafforzare il già potente dispositivo atlantico schierato nel Mar Nero, quanto dalla contestuale richiesta di un vertice, fatta improvvisamente dal presidente Biden al collega russo Putin, che pure era stato definito poche settimane fa un killer dall’inquilino della Casa Bianca.

Agitando lo spettro di una prima mossa militare russa che metterebbe gli Stati Uniti nella scomoda necessità di decidere se scatenare o meno per il Donbass una guerra mondiale, Putin ha in effetti quasi certamente inteso predisporre un terreno per negoziare.

Dichiarare che esiste il rischio di una guerra ad alta intensità, in cui non è da escludere l’impiego di armi di grande capacità distruttiva, in fondo è anche un modo di offrire ad una controparte molto condizionata da pregiudizi ideologici un pretesto per trattare senza “perdere la faccia”.

Alcuni fatti non trascurabili intervenuti dopo il discorso di Putin sembrerebbero andare in questa direzione. È stata ad esempio annunciata per il prossimo 1° maggio la cessazione delle esercitazioni russe nell’area del Mar Nero, cui dovrebbe corrispondere anche una certa riduzione delle forze schierate in Crimea e a ridosso della frontiera ucraina.

È una buona notizia, anche se è presto per coltivare l’illusione che si possa giungere rapidamente ad una vera distensione.

L’attuale amministrazione americana, a differenza di quella diretta da Donald Trump, nega infatti qualsiasi legittimità al concetto di sfera d’influenza, anche se pare interessata a trattare con Mosca la complessa questione del controllo degli armamenti.

Quanto precede permette di trarre alcune conclusioni. Sembra improbabile in questa fase che la Russia possa ottenere al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti una regolazione complessiva dei rispettivi interessi.

Il conflitto latente quindi non sarà rimosso. Ma forse si creeranno almeno i presupposti per sottoporre a limitazioni qualche categoria di armi di particolare pericolosità, magari includendo nello schema anche la Repubblica Popolare Cinese.

In ogni caso, verrà in qualche modo comprato del tempo, circostanza che è da salutare comunque con favore in un momento in cui tutti temono che da qualche parte scoppi un incendio impossibile da domare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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