16:39 09 Maggio 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
0 60
Seguici su

La morte in carcere dello speculatore americano Bernie Madoff non chiude un ciclo. Anzi, il susseguirsi di continui fallimenti e di sconquassi provocati da altri speculatori finanziari, dimostra che, dalla Grande Crisi del 2007-8, non sia cambiato proprio niente.

Madoff aveva orchestrato il più grande “schema Ponzi” della storia, una piramide finanziaria truffaldina, attraverso la quale pagava i rendimenti dei primi investitori del suo fondo con i nuovi capitali raccolti tra facoltosi personaggi irretiti dalla fantastica ma farlocca, macchinetta distributrice, e mangiatrice, di soldi. Un’operazione di almeno 50-60 miliardi di dollari!

Aveva ammesso il fatto. Un errore negli Usa e la giustizia americana lo ha condannato a 150 anni di carcere. Forse se li meritava tutti. Ma la stessa cosa sarebbe dovuta spettare anche ai molti altri speculatori e banchieri, che, invece, se la sono cavata con delle semplici multe. La storia di Madoff sembra, quindi, la classica esagerazione americana: punire un singolo, con il massimo della pena e della pubblicità mediatica, e lasciare i meccanismi e il potere della finanza pressoché intatti.

Il più recente caso è quello del fondo hedge Archegos, che in greco vuol dire capo e anche colui che indica la strada. Il suo fondatore Bill Hwang ha una lunga esperienza di speculatore finanziario rampante. Aveva fatto le ossa con il Tiger Management di Julian Robertson, forse il creatore del primo fondo hedge. Detti fondi gestiscono i capitali degli investitori con l’intento di evitare loro rischi e volatilità dei titoli. Il problema, però, è come lo fanno, garantendo allo stesso tempo rendimenti più alti della media di mercato.

Hwang si considera un cristiano con un’interpretazione tutta personale della Bibbia. Il buon Dio darebbe un giusto valore a ogni cosa, dice, perciò il nostro è convinto di saper fare altrettanto con i titoli finanziari.

Nel 2000 Hwang creò il suo primo fondo, il Tiger Asia Management, che, come molti altri, ricevette una doccia gelata dal crollo della Lehman Brothers e dai suoi effetti collaterali. In seguito fu accusato dalla Security Exchange Commission di insider trading in operazioni di vendita allo scoperto, anche con titoli cinesi. Se la cavò pagando una multa soft di 44 milioni di dollari. Però, per quattro anni non poté operare sul mercato di Hong Kong. 

La crescita dello “shadow banking”
© AP Photo / Michael Probst
Nel 2014 creò l’Archegos Capital Management. Si tratta di un fondo hedge ancora più ristretto e selezionato, un family fund, con cui gestisce i suoi capitali e di pochi altri privilegiati. In questo modo sfugge ai controlli e alla vigilanza delle agenzie preposte. Fa parte, appunto, del cosiddetto shadow banking.

Poi il gioco si è fatto sporco e molto più rischioso. Come nella parabola della moltiplicazione miracolosa dei pani e dei pesci, Archegos aveva trovato lo strumento per replicarlo nella finanza. Si chiama leverage, la leva finanziaria, per avere maggiori disponibilità finanziarie per operazioni con i derivati, partendo da un piccolo capitale a disposizione. E’ arrivato a gestire tra 50 e 100 miliardi di dollari.

Nell’operazione sono state coinvolte tutte le maggiori banche mondiali, tra cui la giapponese Nomura, le americane Goldman Sachs e Morgan Stanley, il Credit Suisse, la Deutsche Bank, ecc. Con i prestiti, Hwang ha investito, tra l’altro, in azioni americane e cinesi, dando i titoli in garanzia. L’accordo era che, qualora essi dovessero perdere di valore, le banche creditrici avrebbero potuto chiedere di reintegrare le garanzie, la cosiddetta margin call, o, in ultima istanza, vendere i titoli per contenere le perdite. E’ esattamente ciò che è successo. Chi è scappato prima avrebbe perso di meno. Il Credit Suisse, per la seconda volta in poche settimane, avrebbe perso circa 4 miliardi di euro.

Ora, che le banche si siano dette “sorprese” è una scusa insostenibile. Le banche conoscono perfettamente i giochi. Esse usano, appunto, detti fondi hedge, entità autonome e separate dalle stesse banche, per fare, ma non direttamente, delle operazioni molto rischiose e incassare commissioni e guadagni consistenti.

In una situazione anomala di tassi bassissimi e anche negativi, quando la leva finanziaria è molto alta, basta un piccolo cambiamento, la prospettiva di una modifica della politica monetaria o uno scossone negativo dei titoli messi a garanzia per far cadere il castello di carte. E i derivati emessi su detti titoli sono, ovviamente, i primi a risentirne.

Secondo la Banca dei Regolanti Internazionali di Basilea nel 2019 il valore nozionale dei derivati finanziari otc ha raggiunto il picco di 640 mila miliardi di dollari. E si tratta, in verità, di una sottostima. Poi è rimasto poco sotto quel livello. Si tratta di derivati molto rischiosi tenuti solitamente fuori dei bilanci delle banche coinvolte e non sottoposti alle regole e alla vigilanza delle autorità preposte, come quella di essere regolamentati dalle cosiddette stanze di compensazione, le clearing house, che garantiscono che le controparti siano in grado di portare a termine i contratti stipulati.

Gli esperti del settore e taluni economisti, anche molto noti, si affrettano sempre ad affermare che dovrebbe essere preso in considerazione il valore lordo di mercato (gross market value), quello che evidenzia il rischio e cosa sarebbe necessario per chiudere i contratti dei derivati in essere in un determinato momento. Ovviamente si tratta sempre di parecchie migliaia di miliardi di dollari.

Il caso del recente crac di Archegos dimostra, in verità, il contrario. Esso prova che, in caso di crisi, è il nozionale che entra in gioco. E può creare un enorme effetto valanga difficilmente arrestabile.

Siamo alle solite. I grandi pescecani della finanza continuano a creare rischi sistemici. Manca, purtroppo, una legislazione stringente e globale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook