01:40 08 Maggio 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
838
Seguici su

I giudici di Palermo rinviano a giudizio l’ex ministro dell’Interno per il caso Open Arms. Ma neanche due settimane prima il Pm di Catania ne aveva chiesto il proscioglimento per l’analogo caso Gregoretti.

Nessuno però indaga sulle responsabilità di una Ong spagnola che poteva tranquillamente approdare a Malta o far rotta verso Barcellona, ma preferì - per motivi politici - far pressione sul governo italiano tenendo a bordo per oltre 20 giorni i migranti salvati davanti alle coste libiche.

La legge è uguale per tutti. Un tempo era un’affermazione scolpita su facciate di tribunali e portali di aule di giudizio. Oggi è un quesito. E solleva più di un dubbio. Soprattutto dopo il rinvio a giudizio di Matteo Salvini chiamato a rispondere di “sequestro di persona” e "omissione di atti di ufficio in concorso” nel caso Open Arms. La decisione del Tribunale di Palermo di spedire davanti ai giudici il leader della Lega è in palese contraddizione con la richiesta di proscioglimento, avanzata poco più di una settimana prima, nell’udienza preliminare sul caso Gregoretti tenutasi al Tribunale di Catania. E così Salvini che nel caso Gregoretti si limitò - secondo la richiesta di proscioglimento - ad esercitare le sue funzioni di ministro e a tenere i migranti al largo in attesa di una ripartizione europea, si trasforma in un potenziale sequestratore nel caso “Open Arms”.

Matteo Salvini
© REUTERS / Guglielmo Mangiapane
Con una differenza non da poco. Nel caso Gregoretti l’accusa riconosce a Salvini il diritto a chiudere i porti persino ad una nave militare battente bandiera italiana. Nel caso “Open Arms” i giudici spediscono a processo un Matteo Salvini per aver bloccato la nave di una Ong spagnola che non può rivendicare alcun diritto di approdo. E lo fanno nonostante i 18 giorni intercorsi tra la prima richiesta di sbarco e la conclusione della vicenda. Un lasso di tempo ampiamente sufficiente a raggiungere Barcellona o qualsiasi altro scalo spagnolo. I tempi della vicenda - iniziata il primo agosto 2019 e conclusasi il 20 agosto con la decisione del procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio di ordinare il sequestro della nave e lo sbarco dei migranti - non sono un particolare indifferente.

Anche perché in base alle regole del diritto marittimo internazionale (sempre ignorate quando ci sono di mezzo i migranti e l’Italia) una nave è territorialmente parte dello Stato di cui batte bandiera. Dunque, in base al trattato di Dublino, l’accoglienza e l’assistenza dei migranti della Open Arms sarebbe spettata a Madrid. Ma in questa vicenda bisognerebbe anche chiedersi chi sia il responsabile della permanenza in mare diventata “sequestro” negli atti processuali. Ovvero se l’impasse sia da attribuire solo a Salvini, o anche ai responsabili di Open Arms pronti a tutto pur di far arrivare i migranti in un porto italiano. Anche perché Matteo Salvini in quell’agosto 2019 agisce in base a quel “decreto sicurezza bis”, approvato dal governo giallo-verde, che gli consente di tenere fuori dai porti le navi delle Ong. E con lui stanno, inizialmente, anche i ministri pentastellati Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta concordi nel firmare il divieto d’ingresso nei porti italiani.

Un divieto pienamente legittimo dal 2 agosto, data in cui la nave fa la prima richiesta, fino al 14 agosto quando il Tar del Lazio accoglie un ricorso presentato dall’Ong spagnola. E qui sta il punto. Per ben dodici giorni di una vicenda, durata in tutto 18, gli unici veri responsabili della permanenza in mare dei migranti sono il comandante di “Open Arms” Marc Reig Creus e la Ong a cui fa capo. Una responsabilità derivata prima dal rifiuto di attraccare a Malta e poi dal “no” alla proposta di venir scortati a Barcellona. Una responsabilità ammessa dallo stesso capitano che spiegherà così, dopo la deposizione al tribunale di Palermo, il “niet” all’offerta di approdo a La Valletta.

“Perché - diceva - era un porto piccolo e aveva autorizzato lo sbarco solo per trenta persone (su 164, ndr) Il resto delle persone che avevamo a bordo non poteva comprendere perché solo in 30 potessero scendere e non lo potevamo capire neanche noi. Perciò abbiamo detto: o tutti o nessuno”.

Dietro le decisioni del capitano Creus non ci sono, però, solo ideali umanitari. Open Arms e il suo capitano agiscono in base a logiche che vanno aldilà del salvataggio. Come le altre Ong attive davanti alle coste libiche Open Arms coniuga le attività di soccorso in mare con precise rivendicazioni politiche e sostiene il diritto di qualsiasi migrante a violare i confini italiani ed entrare in Europa. Tesi assai care, in Italia, a un Pd e ad una sinistra favorevoli ad allargare l’accoglienza ai migranti irregolari rinunciando a qualsiasi pretesa di sovranità e di controllo dei confini.

La stessa prospettiva in cui si muove Open Arms decisa, in quell’estate 2019, a mettere sotto pressione Matteo Salvini e tutti gli avversari dell’accoglienza indiscriminata. Una comunanza politica ribadita dal nuovo segretario dem Enrico Letta che alla vigilia della decisione del Tribunale di Palermo, si è fatto fotografare accanto a Oscar Camps, fondatore e leader di Open Arms, esibendo una felpa con il simbolo dell’associazione. Nell’ambito del comune disegno politico i migranti recuperati nell’agosto 2019 non erano semplici naufraghi, ma un carico umano da utilizzare per scopi politici. Proprio per questo non potevano venir sbarcati né a Malta, né tantomeno in Spagna, ma dovevano raggiungere a tutti i costi un porto italiano.

L’obiettivo diventa ancor più cruciale a cavallo di Ferragosto 2019 quando lo scontro tra Matteo Salvini e i Cinque Stelle trasforma la nave di Open Arms in una sorta di torpediniera capace di spaccare in due quell’ esecutivo giallo-verde che ha fin lì contrastato sbarchi e traffico di uomini. La prima occasione si materializza il 14 agosto quando il tribunale del Lazio accoglie il ricorso di Open Arms e impone di offrire un porto alla sua nave. Un’opportunità subito sfruttata da Toninelli e dalla Trenta che ne approfittano per isolare Salvini rifiutandosi di firmare un nuovo diniego. Proprio quel rifiuto peserà sul rinvio a giudizio Salvini a cui il Tribunale di Palermo rimprovera di aver continuato a bloccare lo sbarco nonostante la decisione non fosse più condivisa dal resto del governo.

“La condivisione - hanno deciso i pubblici ministeri - era sul principio della redistribuzione dei migranti in Europa, e il famoso contratto di governo non parlava di blocco indiscriminato e generalizzato delle navi”. Peccato che il presunto “sequestro” dei migranti fosse iniziato già da due settimane. E a renderlo possibile - rifiutando un approdo a Malta o un viaggio di pochi giorni fino a Barcellona - abbiano contribuito anche i giochi politici dei responsabili di Open Arms. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook