11:56 09 Maggio 2021
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Sorprendendo molti osservatori forse rimasti ancorati a letture ormai superate della politica americana, lo scorso 13 aprile Biden ha annunciato il ritiro di tutte le forze statunitensi dall’Afghanistan. L’impegno è stato formalizzato il giorno seguente ed ha già comportato riunioni d’emergenza alla Nato.

Il rimpatrio delle unità regolari occidentali schierate in territorio afghano dovrebbe essere completato in coincidenza con il ventesimo anniversario dell’abbattimento delle Torri Gemelle, il prossimo 11 settembre.

Fatto ancora più interessante, stando a quanto si è appreso finora, la decisione della Casa Bianca non sarebbe suscettibile di rivalutazione neppure se i negoziati di pace con i Taliban previsti ad Istanbul tra il 24 aprile e il 4 maggio prossimi si concludessero in modo insoddisfacente.

Quanto sta accadendo, pur non essendo una replica della fuga da Saigon, costituisce senza dubbio un evento di grande portata, specialmente dal punto di vista simbolico, per un insieme di ragioni che si proverà di seguito a spiegare.

Innanzitutto, dal punto di vista interno americano, con questa mossa il presidente Biden sta onorando una promessa fatta nel corso della sua campagna elettorale. Come Trump, infatti, anche l’allora candidato democratico alla Casa Bianca si era impegnato l’anno scorso a porre un termine alle cosiddette “guerre senza fine”, senza peraltro essere troppo creduto.

La scelta di Biden di tener fede alla parola data deriva certamente dall’accresciuta consapevolezza della contrarietà dell’opinione pubblica americana al protrarsi a tempo indeterminato di imprese gravose di cui non capisce più il senso. L’interventismo non rende apparentemente più.

Gli apparati storceranno il naso, fedeli come sono ad una visione dell’esercizio del potere basata principalmente sul controllo di territori, ma neanche loro possono fermare una profonda tendenza storica, che è di fatto iniziata con il crollo del Muro di Berlino ed ha registrato una sola parentesi, in occasione degli attacchi jihadisti del 2001 contro New York e Washington.

Non bisogna tuttavia trarre conclusioni premature: il ripiegamento da Kabul non equivale affatto ad una rinuncia degli Stati Uniti alla propria leadership globale. È soltanto il segno più tangibile di un cambio di postura in corso.

I soldati se ne andranno dall’Afghanistan, ma gli americani lasceranno sul terreno numerosi contractors: uomini e donne che saranno incaricati di provvedere alla difesa di punto degli obiettivi più sensibili, ovviamente dietro congruo compenso. Se troveranno le risorse necessari a pagarli, potranno valersene anche i signori della guerra ostili ai Taliban e vicini all’attuale governo afghano.

Ma il peso politico di questo strumento è incomparabilmente inferiore a quello delle vere e proprie unità militari che operano sotto il controllo politico del governo statunitense. La ritirata ormai imminente genererà quindi un vuoto geopolitico nel cuore dell’Asia centro-meridionale, liberando uno spazio che dovrà essere riempito. Ed è una scelta deliberata.

Stiamo con ragionevole probabilità assistendo alla ripresa di una strategia che era già stata adottata dall’amministrazione Obama ed alla cui comprensione molto dobbiamo a George Friedman, che oltre dieci anni fa ne spiegò l’impalcatura intellettuale.

Nella lotta per la supremazia planetaria che sta intensificandosi di giorno in giorno, l’onere di provvedere alla stabilizzazione degli Stati falliti implicherebbe costi che per l’America sono ormai diversioni rispetto all’obiettivo principale di contrastare l’ascesa della Cina ed indebolire la Russia.

Di qui, l’idea di consentire l’incancrenirsi di alcune crisi e di facilitare lo scoppio di altre, rimettendo alle potenze più vicine ai focolai d’instabilità il compito di esporsi in prima linea al posto dell’America, per costringerle a consumare le loro risorse e soprattutto a modificare in qualche caso la propria pianificazione militare, allontanandole dallo sviluppo delle capacità che gli Stati Uniti temono maggiormente.

È un approccio difficile da cogliere, perché contro-intuitivo, ma potenzialmente molto efficace, smart per usare un termine molto in voga: scaricare pesanti responsabilità sulle spalle di amici, alleati, competitori e rivali – questo è il ragionamento - permetterebbe all’America di concentrarsi là dove davvero si deciderà chi comanda, investendo nel mantenimento del dominio dei mari, dell’aerospazio e della dimensione cibernetica.

Il vuoto, quindi, sarebbe una trappola per i rivali ed al tempo stesso un’opportunità per alcuni partner particolarmente ambiziosi degli Stati Uniti. E qui viene in causa un aspetto ulteriore: la trattativa con i Taliban, che precederà il rimpatrio dei soldati americani e della Nato, sarà condotta da turchi e qatarini, sponsor storici dell’Islam Politico sunnita vicino alla Fratellanza Musulmana.

Tale circostanza suggerisce almeno un paio di altre considerazioni. Come già accaduto in passato, in particolare ai tempi di Barack Obama, non dovrebbe essere esclusa l’ipotesi che gli Stati Uniti stiano pensando di favorire un rebranding del movimento degli “studenti coranici”, per cooptarli nella grande famiglia dei Fratelli musulmani e quindi sottrarre i Taliban all’influenza che su di loro hanno finora esercitato principalmente sauditi e pakistani.

In questo senso, la svolta afghana che starebbe prendendo corpo non appare separabile dal complesso delle dinamiche che stanno interessando anche il Medio Oriente. Gli Stati Uniti paiono intenzionati a cambiare l’assetto delle loro interlocuzioni nella regione, prendendo nuovamente le distanze dalle monarchie più conservatrici per appoggiare le forze emergenti locali, spesso più attratte dalla prospettiva di un’islamizzazione democratica che non da quella della loro occidentalizzazione.

A quel punto, il ritiro dall’Afghanistan non servirebbe solo a spostare sulle spalle di altri la gestione di un problema rivelatosi intrattabile per vent’anni, ma anche a coagulare un fronte piuttosto ampio di masse e movimenti islamici presenti alle periferie dell’Eurasia, cui affidare il compito di contribuire all’attuazione del doppio contenimento di Cina e Russia, cui Biden sembra puntare con decisione.

Quest’ultimo è tuttavia anche l’aspetto più incerto ed imprevedibile di tutto il disegno, chiamando in causa il concorso di attori molto autonomi e fattori non facilmente gestibili. Il senso di tutta l’operazione di ripiegamento non è quindi quello di un’abdicazione. È piuttosto in atto soltanto una ridefinizione delle strategie con le quali l’America conta di mantenere il suo primato. Una scelta alla quale le autorità di Washington si stanno piegando soprattutto a causa della crescente insofferenza del pubblico statunitense.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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