16:25 09 Maggio 2021
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In Italia si parla da mesi del finanziamento che arriverà dall’Europa e che si chiama Recovery Fund. Si tratterà di 209 miliardi di Euro, di cui un’ottantina a fondo perduto e il resto a tasso eccezionalmente agevolato.

Non c’è dubbio che una cifra del genere sia importante, se non addirittura indispensabile, per aiutare la ripresa dell’economia dopo il disastro causato dalla pandemia con le relative chiusure. L’importanza del Recovery Fund deciso dal Consiglio Europeo non è, comunque, solo economica ma anche politica.

E’, infatti, la prima volta che l’Unione Europea decide per l’emissione di bond garantiti contemporaneamente da tutti gli Stati membri nel loro insieme.

In altre parole, è la prima volta che l’Europa fa qualcosa di veramente unitario e solidale nel campo finanziario superando i limiti imposti dai debiti nazionali.

Non è stato facile arrivarci perché, nei vari Stati, molti erano coloro che rifiutavano l’ipotesi che fosse accettabile il farsi carico, seppur indirettamente, di debiti altrui e, inoltre, si era presentato il problema del ricatto avanzato da Polonia e Ungheria.

Polonia e Ungheria

Questi due Paesi hanno da tempo intrapreso una strada che va contro il principio liberale della divisione dei poteri, fatto proprio dall’Unione Europea, ed entrambi hanno attuato un pesante giro di vite contro la stampa non allineata.

Per questo motivo, a Bruxelles e Strasburgo è stata considerata la possibilità di bloccare i generosi fondi di aiuto che l’Europa elargisce loro, almeno fino a ché questi Paesi non avessero dimostrato di tornare a condividere i valori democratici e liberali che sono il fondamento dell’Unione.

Davanti alla prospettiva di perdere questi fondi, Varsavia e Budapest hanno minacciato di non approvare il progetto di Recovery Fund. Per farlo passare era necessaria una maggioranza qualificata nel Consiglio Europeo e nessuno desiderava arrivare a una rottura.

Allora, per ottenere il loro assenso la Commissione e il Consiglio Europeo hanno deciso che si sarebbe chiuso un occhio, se non tutti e due, sulle violazioni in atto.

La formula trovata fu che, prima di decidere una possibile sospensione degli aiuti, la Commissione avrebbe stilato delle “linee guida” utili a decidere se e quando eventuali violazioni dello “stato di diritto” esistessero davvero.

Così facendo si ottenne il consenso di tutti, il Recovery Fund fu approvato dai ministri e le elargizioni a Polonia e Ungheria sarebbero continuate.

Tutto bene, dunque?

Purtroppo non è ancora detta l’ultima parola. Innanzitutto, come è normale prassi, la decisione raggiunta all’unanimità dal Consiglio Europeo deve essere ratificata da ognuno dei singoli Parlamenti nazionali e, a tutt’oggi, solo 16 su 27 lo hanno fatto.

L’Italia ha definitivamente approvato l’accordo il 5 Marzo e la Germania due settimane fa. Proprio a Berlino, tuttavia, è nato il primo impedimento poiché una ratifica parlamentare deve essere controfirmata dal Presidente della Repubblica e lui l’avrebbe fatto volentieri se la Corte Costituzionale tedesca, sollecitata da alcuni cittadini (in Germania lo possono fare anche i privati mentre in Italia no), non lo avesse diffidato dal proseguire.

Prima di autorizzarlo, la Corte si è riservata il diritto di analizzare ed eventualmente certificare la costituzionalità della decisione presa dal Parlamento. La verifica sollecitata da cittadini noti come antieuropeisti verte sul fatto che non sarebbe concesso nemmeno all’autorità parlamentare di sottoscrivere impegni che vincolino il budget nazionale a favore di debiti accesi da altri Stati.

Non c’è alcuna certezza sui tempi che la Corte Costituzionale tedesca si darà per sciogliere la riserva, e ciò potrebbe portare, se non altro, ad un imprevisto ritardo nella possibile entrata in vigore del Recovery Fund.

È pur vero che tutti gli analisti sembrano convinti che, magari con qualche piccola riserva formale, la Corte finirà con l’autorizzare la firma del Presidente ma, se anche ciò avvenisse, un altro tipo di problemi aleggia sull’accordo raggiunto da Bruxelles.

Consiglio Europeo 10-11 dicembre
DARIO PIGNATELLI
Consiglio Europeo 10-11 dicembre
Il Parlamento Europeo

Infatti, nonostante sia il Consiglio europeo sia la Commissione abbiano deciso di soprassedere per il momento sul contenzioso che riguarda la Polonia e l’Ungheria, il Parlamento Europeo non è dello stesso avviso.

Proprio alla fine di marzo, la maggioranza degli eurodeputati ha approvato una risoluzione (passata con 529 voti favorevoli e solo 148 contrari) nella quale si intima alla Commissione di condizionare sempre l’elargizione dei fondi comunitari al rispetto dello stato di diritto.

Qualora Bruxelles non adempisse all’ordine del Parlamento, quest’ultimo grazie all’articolo 265 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea potrà ricorrere contro la Commissione stessa presso la Corte di Giustizia Europea.

La risoluzione approvata richiede che entro il 1° giugno 2021 e non oltre la Commissione rediga le “linee guida” previste” e le applichi immediatamente.

Dopo quella data ogni ritardo giustificherà l’azione giudiziaria e l’accusa sarà di “omissione d’atti d’ufficio”. Poiché sia l’Ungheria che la Polonia non hanno ancora ratificato l’accordo (il nome esatto del documento da approvarsi è: Decisione Sulle Risorse Proprie – ORD) e i Governi di entrambi i Paesi godono di una forte maggioranza nei propri Parlamenti, è probabile che sia Budapest che Varsavia tornino a rilanciare un nuovo ricatto.

Qualora anche uno solo dei Parlamenti nazionali dell’Unione non dovesse procedere alla ratifica, il Recovery Fund non potrebbe partire.

La speranza è, naturalmente, che tutto possa procedere regolarmente ma, anche se fosse, sembra sempre più difficile che siano rispettati i tempi precedentemente previsti.

Ritardo o annullamento?

Attualmente 23 dei 27 Paesi hanno presentato solo la bozza di come potrebbero essere impiegati i fondi in arrivo e l’Italia, lo ha garantito il Presidente del Consiglio Draghi, consegnerà il piano definitivo nazionale entro il 30 Aprile data ultima fissata dalla Commissione per presentare tutti i progetti.  

Da quel momento a Bruxelles prenderanno due mesi di tempo per fare le dovute analisi e, forse, suggerire correzioni. Poi toccherà al Consiglio Europeo, che si prenderà un altro mese per l’approvazione definitiva.

È chiaro che, facendo qualche calcolo e anche se tutto dovesse procedere come dovuto, diventa improbabile che i fondi possano cominciare ad arrivare prima della piena estate. Se non tutti i Paesi ratificheranno l’ORD entro il 30 aprile e non consegneranno il loro piano nazionale è evidente che i tempi slitteranno ulteriormente. Ciò anche perché l’emissione di bond europei necessari a reperire i fondi utili a dare i finanziamenti potrà partire solo quando ogni Stato avrà definitivamente approvato l’accordo.

La situazione sarebbe ancora peggiore qualora qualche Parlamento, tra gli undici che devono ancora farlo, decidesse di non ratificarlo oppure se la Corte Costituzionale tedesca lo bocciasse completamente. In questo caso tutti i nostri progetti su come impiegare i 209 miliardi svanirebbero con il Recovery Fund come neve al sole.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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