04:16 11 Aprile 2021
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Che l’etnia bianca (la parola razza va abolita visto che le razze esistono solo tra i cavalli e i cani) abbia scritto sempre la storia in chiave razzista (scusate il termine) è un dato di fatto e che si sia fatto di tutto per sminuire il protagonismo delle altre etnie è altrettanto evidente.

In qualunque libro di storia dei Paesi occidentali del nord del mondo gli eroi sono sempre raffigurati come membri della loro etnia e mai si è messo in giusta evidenza il ruolo importante per la cultura mondiale e per gli eventi dell’umanità svolto dagli africani dalla pelle più scura della nostra.

Che noi, bianchi, si provi un po' d’invidia per il loro colore più marcato è ampiamente dimostrato dalla corsa all’abbronzatura che ogni estate ci vede correre ad acquistare creme e unguenti che ci aiutino a scurirci l’epidermide.

Sarebbe, quindi, ora di rimettere le cose al loro giusto posto e dare spazio alla verità nella storia.

Gli americani, sicuramente meno ipocriti di noi europei, hanno già cominciato a recitare un indispensabile mea culpa e lo fanno nel modo che è più consono alle loro abitudini: coi film e con i telefilm.

Ogni pellicola girata negli USA (lo potete costatare personalmente negli sceneggiati ampiamente trasmessi dalle nostre TV) non presenta più nemmeno un afroamericano in ruoli subordinati o criminali: o è un ricco e generoso datore di lavoro che impiega come dipendenti dei Wasp oppure un poliziotto buono, naturalmente capo-dipartimento, che sconfigge i malavitosi.

Questi ultimi solitamente di origine italiana, russa o irlandese.

Parlavamo, comunque, di nuovi documenti storici che capovolgono il modo in cui abbiamo visto le cose sinora e l’ultima scoperta importante consiste in un’antica pergamena venuta alla luce in Francia durante il recente lockdown.

Spulciando nella soffitta del suo vecchio docente di Storia Antica, recentemente scomparso, il professor Aristide Gaulois, a sua volta docente presso l’Università di Paquebot vicino ad Amiens si è imbattuto in una scatola di cartone semi seppellita tra carte di nessun valore accademico.

Apertala, vi ha trovato la pergamena ingiallita, oramai quasi distrutta, che ancora lasciava intravedere delle parole scritte in antica lingua celtica.

Ottenuto il permesso dagli eredi del vecchio insegnante, il Gaulois ha portato il documento nel laboratorio dell’Università dove ha messo al lavoro due suoi volonterosi assistenti affinché rendessero il più possibile leggibile quanto vi stava scritto.

Fortunatamente, uno dei due ragazzi era un esperto linguista specializzato nei vari dialetti in cui si suddivideva il celtico e, grazie alle conoscenze storiche del professore, furono in grado di capire di cosa esattamente si trattasse.

© Sputnik
Caio Giulio Cesare

Innanzitutto, il testo risaliva ad un periodo attorno all’anno 57 a.C., quando era da poco cominciata la guerra di Roma contro i Galli ribelli, e, per quanto non si leggesse il nome dell’autore, fu chiaro che vi si riassumeva il contenuto di una conversazione tra l’autore stesso e un suo interlocutore che certamente rivestiva una posizione gerarchicamente importante.

La sorpresa, sconvolgente, fu quando si capì che la controparte di chi scrisse era niente popò di meno che Giulio Cesare. Man mano che il testo era tradotto, veniva alla luce che tutto si era svolto durante una sera in cui in pausa dalle battaglie il futuro imperatore, magari dopo un’abbondante libagione, si era lasciato andare con il suo commensale a confidenze che, probabilmente, avrebbe taciuto in altre circostanze.

La notizia che sarà destinata a farci riscrivere come leggere la storia è che Giulio confessava di non essere totalmente “romano” bensì di essere figlio naturale di un africano (nero) trasferitosi a Roma per motivi di commercio.

La madre era riuscita ad ingannare il futuro marito, lui davvero “romano”, nonostante il colore un po' “bronzé” della pelle dell’infante e, per quanto in molti sapessero la verità, convenne a tutti far finta di nulla.

Non voglio anticipare altri dettagli per non sminuire l’effetto che farà la prossima pubblicazione del libro di Gaulois, ma quanto appurato dalla lettura di quel documento antico è sufficiente a farci capire che un mondo dominato dalla cultura dei bianchi è solo frutto di inganni storici costruiti per viscerale razzismo.

Io, purtroppo, sono di pelle chiara e, tuttavia, mi rendo conto perfettamente che “nero è bello” e che “black lives matter”.

Spero però che tutti noi bianchi cominceremo a capire che dividere il genere umano in razze è stato un errore e che, per corroborare il nostro pentimento verso il passato, smetteremo di definire “neri “gli abitanti di quel meraviglioso continente che è l’Africa.

Gli attori Joseph Paterson nel ruolo di Bruto e Jeffrey Kissoon nello spettacolo Cesar del teatro Shakespeare a Stratford Upon Avon
© Sputnik . Владимир Федоренко
Gli attori Joseph Paterson nel ruolo di Bruto e Jeffrey Kissoon nello spettacolo "Cesare" del teatro Shakespeare di Stratford Upon Avon

Poiché gli americani hanno deciso di definire i blacks quali “afro-americani” anche noi europei dovremmo cambiare definizione e, se abitano oltre il Sahara, cominciare a chiamarli almeno “afro-africani”.

In attesa che, presto, si possa chiamarli “afro-europei”.

In merito alle recenti scoperte storiche, potrei anche citare quella, ancora più sorprendente, che ha provato oltre ogni dubbio che Casanova fosse in realtà un transessuale.

Purtroppo lo spazio ridotto non me lo consente ma lo farò sicuramente alla prossima occasione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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