19:26 14 Aprile 2021
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Joe Biden non cessa di distanziarsi dal proprio predecessore nel campo della politica estera.

Seppure con i severi limiti derivanti dalla mancanza di collaboratori leali, Trump aveva cercato di improntare la propria azione diplomatica al rispetto della sovranità nazionale altrui ed alla limitazione delle ingerenze negli affari interni degli altri paesi, riconoscendo legittimità anche agli interlocutori più indigesti agli americani, come il leader nord-coreano Kim Jong-un.

Lo aveva fatto perché lo riteneva funzionale ad un progetto di ricostruzione dell’ordine internazionale da cui sarebbero dovute discendere una più estesa stabilità ed opportunità di crescita economica per tutti. Il mondo sarebbe rimasto “imperfetto”, anche perché non sarebbe spettato all’America il compito di migliorarlo. Questo sosteneva Trump.

Joe Biden
© REUTERS / TOM BRENNER
Con Biden, la musica è cambiata. Malgrado i non trascurabili problemi interni, da due mesi la Casa Bianca è tornata ad occuparsi molto attivamente di quanto succede dentro gli altri Stati, prendendo di mira in particolare le dirigenze estere giudicate più lontane dalla propria visione e dal sistema di valori dominante in Occidente.

La preoccupazione per il mantenimento dello status quo ha ceduto il campo alla tentazione di provare nuovamente a “redimere” il pianeta, alla quale si era rinunciato dopo il voto presidenziale del 2016.

Anche la narrazione ha mutato toni, sfumature ed accenti. Se Trump aveva bollato Kim Jong-un come uomo-razzo, in ragione degli esperimenti missilistici condotti dalla Corea del Nord, Biden ha autorizzato la pubblicazione delle conclusioni di un’indagine dell’intelligence americana secondo le quali l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella barbara uccisione di Jamal Khashoggi, avvenuta ad Istanbul tre anni fa.

Quindi, nel mirino del Presidente americano è finito addirittura il collega russo, Vladimir Putin, che Biden ha ammesso in una sua intervista di ritenere un killer, annunciando altresì l’imposizione di nuove sanzioni nei confronti della Federazione Russa a titolo di rappresaglia per il tentativo di interferire con le ultime elezioni presidenziali, attribuito dai servizi statunitensi a Mosca.

L’ambasciatore russo a Washington è stato immediatamente richiamato in patria per consultazioni. Altre autorità moscovite hanno evidenziato il rischio di compromettere irrimediabilmente i rapporti bilaterali con la Russia. Quindi è intervenuto con una propria riflessione lo stesso Putin, evidenziando i limiti assai angusti entro i quali si svolge attualmente il dialogo bilaterale con gli Stati Uniti.

Al momento sembra quindi assai improbabile che tra America e Russia possano realizzarsi forme di collaborazione nella gestione dei grandi problemi della sicurezza internazionale che oltrepassino il limite delle occasionali cooperazioni sui dossier ritenuti più importanti.

Le relazioni russo-americane rifletteranno un più marcato pragmatismo, nella consapevolezza della divergenza d’interessi che attualmente le caratterizza e della necessità di ciascuno di tutelare i propri in via prioritaria. Riferendosi ad un antico adagio russo, Putin ha anche ribaltato l’accusa rivoltagli da Biden, osservando come spesso si proiettino sugli altri i propri difetti.

A dispetto del tentativo di mitigare le tensioni verbali, sembra però difficile che le opinioni espresse da Biden sul suo collega russo possano restare prive di un seguito. Le parole a volte possono essere pietre, specie quando veicolano messaggi simbolicamente importanti, ed è chiaro che quelle di cui si è avuta notizia non contribuiranno a distendere il clima che si è creato tra Mosca e Washington.

A quanto pare, poi, alle dichiarazioni si aggiungeranno i fatti. Gli Stati Uniti metteranno presto nel loro collimatore il raddoppio del gasdotto Nord Stream, cui era peraltro ostile anche Trump, probabilmente colpendo con misure punitive tutte le aziende che continueranno a lavorarci.

Tale circostanza, evidentemente, non danneggerà soltanto la Federazione Russa, ma inciderà pesantemente anche sugli interessi della Germania, che sarà forse costretta a rinunciare ad un’infrastruttura strategica per la sua economia, sulla quale ha già investito moltissimo.

Quanto potrebbe accadere dovrebbe contribuire a dimostrare come il deteriorarsi delle relazioni russo-americane costituisca un problema anche per l’Europa, ponendola nella necessità di operare delle scelte nette suscettibili di pregiudicarne almeno in parte le opportunità di crescita futura.

Non è inoltre da escludere che nei prossimi mesi l’amministrazione Biden possa incoraggiare il governo ucraino ad intraprendere iniziative militari volte al recupero del controllo sul Donbass, che si è sottratto alla sovranità di Kiev sei anni fa.

In caso di successo, infatti, l’attuale Presidente americano potrebbe più facilmente liberarsi delle ombre legate alle attività del figlio Hunter, eliminando una propria vulnerabilità nella prospettiva della campagna per l’eventuale riconferma nel 2024.

Trump, in effetti, è rimasto sulla scena e a dispetto dell’assalto a Capitol Hill ha di fatto assunto il ruolo di leader dell’opposizione. A Biden potrebbe pertanto apparire utile privare il proprio rivale e potenziale futuro sfidante dei supporti veri o presunti di cui disporrebbe sulla scena internazionale.

Se l’intelligence americana ha persuaso l’attuale Presidente americano del fatto che la Russia avrebbe condotto operazioni d’influenza l’anno scorso per aiutare Trump a vincere, l’ostilità manifestata nei confronti di Putin assume una valenza ulteriore e del tutto diversa, collegandosi direttamente alle dinamiche della politica interna statunitense.

Sono così di fatto “a rischio” tutti gli interlocutori rivelatisi in qualche modo preziosi per Trump, a partire dall’erede al trono saudita, che tanta parte ha avuto nel promuovere il piano di pace per il Medio Oriente presentato dal magnate newyorkese ed i successivi accordi di Abramo che ne sono derivati.

Analogamente, ma per le ragioni opposte, non sarebbe sorprendente se la campagna informale diretta dagli iraniani contro l’ex Presidente battuto lo scorso 3 novembre, egualmente rilevata dall’intelligence americana, avesse procurato a Teheran ulteriori simpatie nello Studio Ovale, rafforzandone la determinazione a cercare la riconciliazione con la Repubblica Islamica.

I valori dell’internazionalismo liberal abbracciati da Biden spiegherebbero così solo in parte le scelte e le mosse politiche dell’attuale amministrazione americana: quelle dirette contro il presidente Putin ed il principe saudita Mohammed bin Salman.

Non giustificano, invece, le pressioni esercitate sul legittimo governo afghano affinché dischiuda le proprie porte al ritorno dei Taliban, né, tanto meno, gli sforzi messi in campo per riannodare le fila del dialogo con gli ayatollah di Teheran, che hanno sistematicamente represso nel sangue le proteste giovanili degli ultimi anni.

Ce n’è abbastanza per concludere che la politica estera di Biden rifletta una serie complessa di finalità e visioni. Al di là dell’influenza wilsoniana, ci sono dietro interessi elettorali, l’aggressiva geopolitica di Zbignew Brzezinski e forse anche il convincimento, enunciato anni fa da George Friedman, che l’instabilità e il caos sulle periferie dell’Eurasia servano al meglio gli interessi di potenza degli Stati Uniti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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