08:15 17 Aprile 2021
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I governi dell’Unione rispondono con un imbarazzato silenzio alle pesanti accuse rivolte dal presidente Usa al suo omologo russo. L’infelice uscita dell’inquilino della Casa Bianca sembra esattamente il contrario di quel ritorno al multilateralismo e alla distensione su cui scommettevano le capitali del Vecchio Continente.

Che ora temono un ritorno alla guerra fredda con serie conseguenze per la stabilità e l’economia. 

“America is back”. L’America sta tornando. Joe Biden l’ha ripetuto per tutta la campagna elettorale dando l’impressione, talvolta, di guardare più all’Europa che non ai propri concittadini. Da mercoledì l’Europa si chiede però quale America sia mai tornata. Se quella del multilateralismo e della distensione che alcuni suoi leader credevano d’intravvedere in Biden o un America pericolosamente aggressiva, divisiva e capace di mettere a rischio non solo la stabilità economica del Vecchio Continente, ma persino quella militare riportandola agli incubi della Guerra Fredda.

A testimoniare quell’inquietudine contribuisce il gelido e imbarazzato silenzio con cui le cancellerie occidentali hanno salutato l’intervista televisiva con il giornalista Abc George Stephanopoulos durante la quale Joe Biden si è detto d’accordo nel considerare il presidente russo Vladimir Putin un “killer”. Un intervista che ha improvvisamente raggelato le speranze di chi guardava a Biden come il nuovo interprete della distensione. In quell’uscita, tanto roboante ma priva di spiegazioni concrete, molti governi europei intravvedono il rischio o il tentativo d’innalzare una nuova “cortina di ferro” in grado di isolare la Russia e separarla dal suo naturale retroterra occidentale. 

La mossa oltre a riportare il Vecchio Continente sotto l’egida di Washington garantirebbe nuovi spazi economici agli Stati Uniti, ma strangolerebbe politicamente ed economicamente l’Europa costringendola a scegliere tra il totale allineamento o il rischio di subire le sanzioni Usa. In questo contesto la prima a preoccuparsi, nonostante le tensioni generate dal caso Navalny, è la Germania. Berlino guardava a Biden come un liberatore dopo un quadriennio contrassegnato dagli attacchi di Donald Trump e dai tentativi di bloccare il “Nord Stream Due”, il raddoppio di quel “Nord Stream Uno” che già garantisce a Berlino forniture di gas dal nord della Russia. Progettato per aggirare i blocchi imposti in passato dall’Ucraina chiudendo le vecchie condutture sovietiche il gasdotto potrebbe venir completato entro la fine del 2021 e trasportare, già dal 2022, 110 miliardi di metri cubici di gas all’anno rispetto ai 55 disponibili con il “Nord Stream Uno”. Un’obbiettivo visto come il fumo negli occhi da Donald Trump pronto a tutto pur d’imporre alla Germania l’acquisto del più costoso e qualitativamente inferiore gas liquido prodotto negli Stati Uniti.

Ma ora a imporre il blocco, causando il collasso di un progetto da oltre nove miliardi e mezzo di euro, potrebbero essere le nuove sanzioni volute da Biden. Ma se Berlino piange Parigi non ride. Emmanuel Macron pur avendo duramente criticato il Cremlino dopo il caso Navalny ha sempre visto con fastidio i tentativi americani di controllare i rapporti tra Mosca e l’Europa. “Spingere la Russia lontano dall’Europa è un grande errore strategico - ha dichiarato nel 2019 il presidente francese aggiungendo che - “il continente europeo non sarà mai stabile, né sicuro finché le relazioni con Mosca non saranno chiare e pacifiche”.

Non a caso nell’estate del 2019 Macron aveva invitato Putin in Francia promettendogli di lavorare per la reintegrazione della Russia nel G8. Posizioni a cui Macron non ha rinunciato né in seguito agli scontri sul caso Navalny, né dopo quell’elezione di Biden che ha risvegliato in lui l’ambizione, già coltivata con Trump, di trasformarsi nell’interlocutore privilegiato di Washington in Europa.

Le preoccupazioni di Parigi e Berlino sono inevitabilmente condivise dal governo di Roma. L’Italia dopo aver perso nell’ultimo quinquennio oltre 3 miliardi all’anno di esportazioni verso la Russia a seguito delle sanzioni non desidera certo rinunciare al suo posto di quinto cliente mondiale di Mosca. Soprattutto in un momento in cui deve far fronte agli ulteriori dimagrimenti del Pil imposti dalla crisi pandemica. E persino un premier come Mario Draghi, esplicito nel suo discorso d’investitura a ribadire l’ancoraggio ai principi dell’Atlantismo, ben difficilmente farebbe sue le parole e i toni utilizzati da Biden per accusare il presidente russo. Parole che spingono il legittimo confronto tra grandi potenze sul piano dello scontro personale rendendo difficile la ricomposizione.

Ma a livello europeo quel che più ha lasciato sconcertati diplomatici e uomini di governo è l’approssimazione delle affermazioni di Biden. Prima fra tutte quelle in cui Biden afferma di conoscere bene il presidente russo. In verità l’unico incontro in cui i due hanno avuto modo di conversare risale al marzo 2011. Allora Putin ricopriva la carica di ministro e Biden al tempo vice di Obama era andato a Mosca per rilanciare i rapporti tra le due potenze dopo la crisi degli anni precedenti. Dunque una cornice non di scontro, ma di riavvicinamento in cui è assai improbabile che il numero due della Casa Bianca abbia potuto lasciarsi andare, come raccontato nell’intervista all’Abc, a dissertazioni e scontri sull’anima di Putin. Dissertazioni e scontri contraddetti peraltro dal clima di riconciliazione espresso nella conferenza stampa in cui Biden parlò della necessità di riavviare la collaborazione economica definendo la Russia una “grande nazione”.

Insomma a preoccupare gli europei contribuisce il sospetto che oltre a scaricare sull’Europa il peso della contrapposizione con Mosca Joe Biden accusi Putin usando riferimenti tanto improbabili quanto poco verificabili.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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