21:39 12 Aprile 2021
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Il nazionalismo vaccinale del presidente democratico ricalca i principi dell’America First del suo predecessore. E anche sugli altri scenari le politiche non cambiano.

L’alleanza Quad con India, Australia e Giappone punta esclusivamente al contenimento della Cina. Mentre l’Europa resta lontana. E il ritiro dai fronti di guerra un’impresa impossibile per la contrarietà d’intelligence e generali.

Si chiama Joe Biden, ma sui temi di fondo come vaccini, rapporti con la Cina e “guerre infinite” sembra la controfigura di Donald Trump. Le politiche della nuova Amministrazione democratica appaiono ben lontane da quegli ideali di multilateralismo e collaborazione globale sognati dalle “anime belle” della vecchia Europa.

Per capirlo basta esaminare i capisaldi di quella politica vaccinale diventata la bandiera dei primi cento giorni di Biden. Su quel fronte i temi dell’ “America First“ tanto cari a “The Donald” non sono mai stati archiviati. Anzi riemergono più forti di prima. Il Biden che promette di riportare l’America alla normalità entro il 4 di luglio e di garantire il vaccino “ad ogni adulto da qui alla fine di maggio” si guarda bene dal promettere forniture ai paesi alleati o alle nazioni più povere.

“Se avremo un surplus lo condivideremo con il resto del mondo” – si limita a ripetere Biden sottolineando sempre di voler innanzitutto “prendersi cura degli americani”. E infatti quando gli è stato chiesto di sdoganare 30 milioni di dosi di Astra Zeneca immagazzinate in uno stabilimento statunitense, ma sostanzialmente inutilizzabili (il vaccino attende ancora la validazione delle autorità sanitarie statunitensi) il Presidente si è ben guardato dal dare un via libera. Quelle 30 milioni di dosi, su cui l’Europa farebbe carte false per mettere le mani, non sono certo l’unica fornitura in eccesso.

“One Campaign”, organizzazione non-profit fondata dal cantante degli U2 Bono, sostiene che il governo federale controlla ormai ben 453 milioni di dosi di vaccino in più.html rispetto a quelle sufficienti a proteggere la popolazione adulta. Eppure la Casa Bianca resta irremovibile nel rifiutare qualsiasi ipotesi d’esportazione verso altri paesi. Una vera e proprio beffa per un Europa che tanto credito aveva dato a quell’ “America is back” (L’America è tornata) ripetuto ad oltranza da Biden in campagna elettorale. Una beffa resa ancora più amara dal sospetto che alcune forniture arrivate negli Usa siano parte di quelle garantite in precedenza ai mercati europei. Il Presidente democratico, del resto, non si è fatto scrupoli nemmeno nell’applicare il “Defense Production Act”, un decreto varato nel 1950, in piena Guerra di Corea, che garantisce al governo federale la possibilità di bloccare le esportazioni di qualsiasi materiale indispensabile “alla difesa nazionale”. O – per dirla con termini più attuali – alla difesa dal virus.

Anche qui il parallelismo con Trump è sorprendente. Il precedente inquilino della Casa Bianca fu il primo, infatti, a resuscitare il decreto utilizzandolo ben 18 volte per facilitare forniture correlate alla ricerca per il vaccino condotte dalla Pfizer e altre aziende. E perfettamente in linea con le politiche del predecessore è anche la cosiddetta alleanza Quad. Il nome designa gli accordi a quattro con India, Giappone e Australia con cui l’America di Joe Biden si prefigge due obbiettivi politico strategici. Il primo è rispondere alle accuse di nazionalismo vaccinale, il secondo usare il vaccino per contrastare l’influenza di Pechino nell’area dell’Asia e del Pacifico.

Anche su questo fronte la Casa Bianca sembra decisa a non regalare niente a nessuno privilegiando innanzitutto quel contenimento della Cina che rappresenta – come nel quadriennio Trump – il principale obbiettivo strategico dell’Amministrazione. Un contenimento realizzato finanziando, con Giappone e Australia, la produzione di vaccini negli stabilimenti della compagnia indiana “Biologiocal E”. Grazie agli accordi per la distribuzione di quei prodotti in Asia e Africa raggiunti con il premier indiano Narendra Modi, già in ottimi rapporti con Trump, il presidente democratico punta a contrastare le campagne geo-vaccinali avviate dalla Cina.

Il terzo scenario su cui le strategie di Biden sembrano combaciare con quelle del predecessore è quello delle “guerre senza fine”. Il primo ad annunciare, fin dalla campagna elettorale del 2016, la volontà di riportare a casa i militari dispiegati in Afghanistan, Iraq e Siria era stato Donald Trump. Ora Biden nonostante le critiche all’accordo con i talebani raggiunto dalle precedente amministrazione, sembra voler seguire la stessa via.

“Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto impegnarsi e non s’impegneranno più in guerre senza fine costate migliaia di vite e trilioni di dollari” – ha detto il Presidente presentando il nuovo schema di sicurezza nazionale che prevede lo spostamento dell’interesse americano dall’asse mediorientale a quello dell’Indo-Pacifico. Uno spostamento da formalizzare simbolicamente entro il 20mo anniversario dell’11 settembre grazie all’approvazione di piano di ritiro in grado di chiudere l’irrisolvibile conflitto afghano.

Ma su questo fronte il presidente democratico affronta le stesse difficoltà sperimentate da Trump. Anche in questo caso i principali avversari restano il Pentagono e le agenzie d’intelligence. “I militari di carriera e la comunità d’intelligence – nota Foreign Policies – fanno resistenza”, contrastando sia il ritiro delle truppe dall’Afghanistan sia la fine delle operazioni in Siria e Iraq.

Biden, insomma, deve vedersela con gli stessi soggetti identificati da The Donald come il “deep state”, lo “stato profondo” espressione degli interessi del sistema militare e industriale. L’ “America is back” tanto cara a Joe Biden sembra, insomma, ancora là dove Donald Trump l’ha lasciata. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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