08:24 17 Aprile 2021
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La politica interna israeliana attraversa da tempo una fase di accentuata instabilità, che sta comportando un frequente ricorso alle urne. Il prossimo 23 marzo, infatti, si voterà per la quarta volta in due anni e non è affatto detto che la prossima Knesset sia in grado di esprimere una maggioranza coesa che sia in grado di durare.

Le cause di questo stato di cose sono molteplici, ma alcune sono meritevoli di menzione. Innanzitutto, il sistema elettorale israeliano è quanto di più simile al proporzionale puro esista al mondo.

I partiti si affrontano in un collegio unico nazionale, infatti, che prevede una soglia di sbarramento molto bassa, pari all’1,5%. Qualsiasi formazione superi questa percentuale, ha conseguentemente diritto di rappresentanza parlamentare. 

Ci si può chiedere come mai un paese costantemente alle prese con minacce gravi alla propria sicurezza nazionale abbia scelto un sistema che per sua natura non favorisce la formazione di governi particolarmente stabili.

Per quanto sembri il contrario, si tratta in realtà di una scelta piuttosto razionale, dal momento che il proporzionale puro si è rivelato funzionale alle esigenze politiche di una società particolarmente complessa e frammentata, di fatto multietnica e persino multiculturale, a dispetto della connotazione ebraica delle istituzioni.

La popolazione israeliana è infatti il risultato dell’afflusso di componenti assai diverse della diaspora, di estrazione culturale e geografica notevolmente differenziata, ed è stato giudicato fondamentale agli equilibri sociali e politici complessivi d’Israele organizzare la rappresentanza parlamentare in modo tale che nessuno ne fosse escluso, neppure la minoranza araba, che infatti esprime propri deputati.

La seconda ragione per la quale il proporzionalismo puro sopravvive è l’alto grado di condivisione che comunque accomuna il grosso dei partiti israeliani sulle scelte fondamentali che riguardano la preservazione della nazione, permettendo una sostanziale convergenza di vedute quando sia in gioco la sopravvivenza e la sicurezza dello Stato.

Non è peraltro escluso che in futuro qualcosa possa cambiare. Anzi, proprio l’intensificarsi del ricorso alle urne sta dando forza a chi sostiene la necessità di riformare la legge elettorale in modo tale da rendere più agile l’affermarsi di governi in grado di resistere per un’intera legislatura.

Alla fragilità recente del quadro politico interno ad Israele non è estraneo il declino di alcuni partiti storici, come quello laburista, che non solo ha fondato lo Stato, ma gli ha fornito anche personalità del calibro di Golda Meir, Moshe Dayan, Yitzthac Rabin e Shimon Peres, ed è oggi accreditato di poco più del 5% dei probabili consensi.

L’intero blocco progressista risente anche delle conseguenze sociali dell’affermarsi in Israele di un’economia molto dinamica, che è fondata sul liberismo ed è trainata da uno dei settori high-tech più performanti di tutto l’Occidente.

Contribuisce a complicare ulteriormente il quadro il fatto che nel campo conservatore siano presenti movimenti di destra che si dividono su alcune scelte fondamentali dell’organizzazione civile e militare del paese.

Esistono infatti una destra laica ed una religiosa, che sono tra loro in lite sull’esenzione degli ultraortodossi dalla coscrizione, sul regime dell’istituto matrimoniale e sulla normativa che riguarda il divieto di svolgere attività lavorative durante lo shabat, il sabato ebraico in cui, letteralmente, Israele si ferma. Questa frattura rende estremamente complesso dar vita a maggioranze conservatrici ed è probabilmente la ragione principale dell’instabilità attuale.  

La grossa fluidità presente sulla scena politica israeliana non implica peraltro l’assenza di forti personalità. Al contrario, ce ne sono in abbondanza. La stessa nascita di nuovi partiti che ha contrassegnato la fase recente della politica israeliana è un riflesso dell’ambizione di molti ad ambire alla leadership del paese.

In questo contesto, tuttavia, Benjamin Netanyahu appare tuttora come una sorta di Premier inevitabile, sia per la forza complessiva del campo conservatore che per il ruolo che al suo interno vi ha il Likud.

Inoltre, il primo ministro israeliano uscente si presenta al voto del 23 marzo forte dei successi riportati con la firma degli accordi di Abramo stretti con Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Sudan lo scorso anno e nella lotta al Covid-19, che ha visto Israele in netto vantaggio sul resto del mondo nella campagna di vaccinazione.

Sono del resto molti i rivali che Netanyahu ha consumato nella sua lunga attività politica, ultimo in ordine di tempo quel generale Benny Gantz del quale i progressisti europei avevano fatto una loro icona, malgrado fosse di inclinazioni populiste e rivendicasse una postura marcatamente muscolare nel campo della sicurezza, rimasto bruciato dall’esperienza del governo di coalizione.

Sembra quindi poco probabile una prossima uscita di scena di Netanyahu, malgrado le azioni giudiziarie promosse nei suoi confronti. Il passaggio dell’attuale premier all’opposizione richiederebbe infatti un accordo molto ampio tra forze politiche troppo eterogenee per convergere su un programma di governo davvero coerente.  

Si ritiene che nelle trattative per la formazione del futuro governo d’Israele possa rivelarsi decisiva la figura di Narftali Bennett, che ha recentemente dato vita ad un nuovo partito conservatore ritenuto in grado di aggiudicarsi un importante numero di seggi.

Bennett si è allontanato da Netanyahu a causa della scelta del suo governo di ricorrere ai lockdown, ma è un fervente nazionalista, che sostiene l’annessione ad Israele della cosiddetta zona C della Cisgiordania, anche al costo di concedere la cittadinanza israeliana ai palestinesi che vi si trovano.

La strada che conduce ad una rinnovata alleanza sembra quindi tutt’altro che chiusa. L’unico ostacolo che dovrebbe essere superato riguarda le rispettive ambizioni dei due uomini.

Tanto Netanyahu quanto Bennett aspirano al premierato. La credibilità di un accordo che preveda ad un dato momento una staffetta tra i due al vertice è giudicata troppo bassa per ritenere che possa essere un punto di caduta nel negoziato che verrà intavolato. La soluzione più realistica di cui si parla è l’attribuzione allo stesso Bennett del delicatissimo dicastero della Difesa. Ma basterà ad accontentarlo?

Ovviamente, al risultato delle elezioni israeliane guarderanno molte potenze esterne. L’attuale amministrazione americana non dimentica che Netanyahu è anche un Registered Republican ed è stato un fondamentale interlocutore del presidente Trump, del suo genero Jared Kushner e di Mohammed bin Salman nell’elaborazione del piano di pace della cui realizzazione gli accordi di Abramo finora stipulati dovrebbero essere un essenziale passaggio preparatorio.

La leadership israeliana uscente piace poco a Washington anche per la grande autonomia dimostrata durante gli ultimi anni nei confronti di Russia e Cina. L’intensificazione dei rapporti con Mosca trova peraltro le sue ragioni naturali nella presenza di una folta minoranza russofona in Israele e nel crescente coinvolgimento russo nelle vicende mediorientali. Risponde quindi a ragioni strutturali che non verranno meno a prescindere dal risultato delle imminenti elezioni.

Rispetto agli investimenti cinesi, invece, non è da escludere che possano essere sostituiti dai capitali provenienti dai paesi arabi con i quali sono stati sottoscritti gli accordi di Abramo – e che potrebbero presto divenire anche veri e propri alleati - un fatto che neanche Joe Biden potrebbe giudicare trascurabile.

Ci sono pertanto buone ragioni non solo per ritenere probabile ma anche per auspicare in Israele la formazione dopo le prossime elezioni di un governo di stampo conservatore che confermi le scelte politiche di quello uscente.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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