00:42 11 Aprile 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
1415
Seguici su

Molti ricorderanno la crisi dei missili a Cuba nell’Ottobre 1962 che, in piena guerra fredda, portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare. L’Unione Sovietica aveva cominciato ad installarvi basi di missili nucleari che sarebbero stati puntati verso gli Stati Uniti.

L’immediata reazione americana portò ad uno stallo durato tredici giorni che finì con la rinuncia sovietica all’istallazione e il contemporaneo ritiro dei missili americani piazzati in Italia ed in Turchia che minacciavano la stessa Unione Sovietica.

Krusciov, nel decidere di utilizzare Cuba come base contro gli USA intendeva pareggiare l’accerchiamento che l’Unione Sovietica stava subendo da parte degli americani e dei suoi alleati.

Con la via artica, a differenza dei nostri giorni, ancora intransitabile causa i ghiacci, nessun accesso agli oceani era possibile per i sovietici.

  • L’Alaska e il Giappone controllavano l’accesso verso l’oceano Pacifico, la Turchia, membro della Nato, chiudeva il mar Nero sul Bosforo e i Dardanelli e, nel Mar Baltico, Danimarca e Norvegia impedivano il passaggio verso l’Atlantico.
  • Cuba sarebbe dovuta diventare una minaccia verso gli Stati Uniti e una base marittima in grado di controllare i porti americani sul Golfo del Messico, non a caso punti di sbocco per la grande e ricca economia agricola e industriale che si sviluppa lungo la valle del Missouri-Mississippi. Avere Cuba così rafforzata significava per Mosca non solo rispondere all’accerchiamento americano ma anche godere di un enorme potere di negoziazione politica.

Ricordare quella crisi e le ragioni che la innescarono può essere utile per spiegare oggi quale siano i motivi della strategia cinese verso il Mar Cinese del Sud e le vere ragioni del progetto della Nuova Via della Seta (chiamata anche Belt and Road Initiative).

Un operaio vicino all'imbocco del tunnel East Coast Rail Link in Malesia, infrastruttura della strategia Belt and Road cinese
© AP Photo / Vincent Thian
Un operaio vicino all'imbocco del tunnel East Coast Rail Link in Malesia, infrastruttura della strategia Belt and Road cinese

Per capire la Cina di oggi

La Cina è oggi, indubbiamente, una enorme potenza commerciale ma estremamente vulnerabile. Il livello del suo commercio estero è al primo posto nel mondo e la sua forza si basa sulla sua capacità di esportare prodotti finiti dopo aver importato l’energia e le materie prime necessarie per fabbricarli.

Così stante le cose, basta guardare una carta geografica per rendersi conto che, in caso di conflitto e qualunque ne possa essere l’origine o il motivo, tutta l’economia cinese e il suo potenziale sviluppo potrebbero essere messe a rischio.

L’unico suo sbocco marittimo è sul Pacifico e, per arrivare con le proprie merci verso il mondo più ricco o importare petrolio e gas deve poter accedere all’Oceano Indiano, passando proprio attraverso il Mar Cinese del Sud. 

Ebbene, il Giappone, Taiwan e la Corea del Sud sono in grado di controllare i traffici verso est, le Filippine, il Vietnam, l’Indonesia e, volendolo, l’Australia controllano, o almeno potrebbero farlo, il passaggio a sud, verso l’Oceano Indiano.

In molti di questi Paesi hanno sede basi navali americane con contratti reciproci di lungo termine.

Qualunque sia il governo, diventa chiaro che, se Pechino desidera garantire le proprie vie di comunicazione senza dover piatire con altri la propria sicurezza, gli è indispensabile assicurarsi il controllo di tutti i punti di passaggio strategici.

L'esigenza della Via della Seta terrestre

Ecco quindi i motivi evidenti dell’occupazione di isole e della creazione di basi militari nel mar Cinese meridionale e del contemporaneo progetto di sviluppo della Via della Seta terrestre. Parallelamente, man mano che l’Artico diventa vieppiù navigabile a causa dello scioglimento dei ghiacci, la Cina manifesta anche la volontà di diventare protagonista negli accordi che potrebbero regolarne il transito navale.

La strategia è chiara ma l’impresa non è facile perché tutti i Paesi che circondano la Cina sono già alleati con gli Stati Uniti o almeno vi mantengono relazioni ottimali.

Immaginare azioni di forza che potrebbero scatenare una guerra aperta è giudicato, comprensibilmente, da Pechino come una non-opzione. Una guerra voluta dalla Cina contro i Paesi che la circondano sarebbe assurdo, visto l’attuale rapporto di forze sul campo. Una sconfitta avrebbe conseguenze drammaticamente negative all’interno e pregiudicherebbe la stessa tenuta del Partito Comunista Cinese e delle sue gerarchie.

A differenza dei Governi dei paesi democratici, la dirigenza cinese non ha l’incubo di un’opinione pubblica e di elezioni a scadenza ravvicinata ed è da sempre abituata a ragionare su tempi lunghi di almeno decenni.

La strada che sta seguendo ha varie direzioni.

  1. Innanzitutto un forte rafforzamento delle capacità militari offensive grazie a ingenti investimenti nella flotta militare, nell’aviazione e nella missilistica.
  2. In secondo luogo una accentuata operazione diplomatica verso tutti i paesi del sud-est asiatico nel tentativo di sostituire, ove possibile, l’influenza americana. Questa azione non poggia solamente sulla possibile capacità relazionale dei propri ambasciatori ma conta soprattutto sull’elargizione di enormi e diffusi finanziamenti costruiti spesso in modo tale da indebitare i governi locali al di là delle loro capacità di restituzione. È il famoso debito-trappola che obbliga poi gli Stati debitori a cedere, definitivamente o per lunghi periodi, le infrastrutture finanziate al creditore, cioè alla Cina stessa.
  3. Lo sviluppo della Nuova Via della Seta, di là dal rappresentare una possibile via parallela e complementare ai traffici marittimi, è strutturata in modo tale da legare economicamente i Paesi che la ospiteranno, sia per le relazioni bilaterali che ne scaturiscono, sia per il controllo delle installazioni realizzate che restano quasi sempre sotto gestione delle società cinesi. Chi pensa che tale progetto abbia puramente una valenza economica si illude o nega l’evidenza.
  4. Infine, come fanno da sempre tutti i Paesi che se lo possono permettere, le società cinesi, siano private o pubbliche (anche le aziende private che operano all’estero hanno l’obbligo sulla base di una legge voluta fortemente da Pechino di essere sempre disponibili ad ogni richiesta, di qualunque genere, che arrivi loro dal governo), cercano partecipazioni, se possibile maggioritarie, nelle infrastrutture strategiche (elettricità, trasporti, telecomunicazioni) dei Paesi che la Cina giudica “interessanti”. L’esercizio di un soft-power attraverso la creazione di rapporti con Università e centri studi o “infiltrando” gli organi d’informazione funge poi da corollario naturale a tutto quanto sopra.

E Cuba non interessa a Pechino? Certamente, ma Xi non intende, almeno per ora, correre il rischio che corse Krusciov. Tuttavia, non è forse un caso che anche in quell’isola le aziende e i finanziamenti cinesi siano in costante aumento. Per intanto, basta sapere che tutto il sistema di telecomunicazioni locale è già controllato totalmente da società cinesi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook