00:23 11 Aprile 2021
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Da quando Joe Biden è alla Casa Bianca, la politica mediorientale degli Stati Uniti sta cambiando. Giova ricordare brevemente cosa è successo nelle ultime sei settimane, ovvero dal momento in cui, il 20 gennaio scorso, Donald Trump ha concluso il proprio mandato.

La nuova amministrazione ha mostrato sin dai suoi primi passi di non condividere il primato accordato dalla precedente all’obbiettivo della stabilità ed al rispetto delle sovranità nazionali.

È tornata invece ad abbracciare una politica di attivo sostegno ai processi di promozione dei diritti umani e democratizzazione, che implicano un aumento esponenziale delle ingerenze negli affari interni dei paesi che li subiscono.

Le priorità sono di riflesso mutate anche in Medio Oriente, regione nella quale il progetto trumpiano di restaurazione dell’ordine aveva indotto Washington a scommettere sul rilancio dei rapporti privilegiati intrattenuti con l’Arabia Saudita e tutto il blocco degli Stati legati a Riad, promuovendone altresì l’avvicendamento ad Israele.

Jared Kushner aveva quindi provveduto per conto di Trump a sviluppare la tela delle relazioni che avrebbe condotto alla stupefacente sequela degli accordi di Abramo stretti lo scorso anno dal Bahrein, dagli Emirati Arabi Uniti, dal Marocco e dal Sudan con lo Stato ebraico.

Il processo si era fermato proprio sulla soglia dell’intesa che avrebbe dovuto sancire la formalizzazione dell’amicizia tra Isreale e la monarchia cui è affidata la custodia delle sacre moschee di Mecca e Medina. Tuttavia, all’inizio del novembre scorso non sembravano esservi dubbi sul fatto che potesse materializzarsi a breve.

Con la sconfitta di Trump, questa prospettiva è apparentemente svanita. Non solo perché Biden ha fatto capire che intende rivitalizzare il dialogo con l’Iran, riportando Teheran al tavolo delle trattative, ma altresì perché la sua amministrazione ha compiuto una serie di mosse che paiono tendere anche al ridimensionamento della valenza degli accordi di Abramo.

Probabilmente, niente meglio dell’attacco frontale sferrato dagli Stati Uniti contro Mohammed bin Salman esprime il nuovo dato geopolitico. MbS è stato infatti uno dei principali architetti del processo di distensione israelo-saudita e del consolidamento di un blocco ostile sia alla Repubblica Islamica d’Iran che alla Fratellanza Musulmana.

Autorizzando la pubblicazione delle risultanze delle indagini condotte dalla Cia sull’assassinio di Jamal Khashoggi, Biden ha assestato un colpo pesantissimo al prestigio ed alla reputazione dell’erede designato al trono saudita, del cui futuro probabilmente il presidente americano ha anche parlato con re Salman quando si sono recentemente sentiti per telefono.

In precedenza, l’amministrazione statunitense aveva altresì decretato la sospensione temporanea delle forniture militari che servono a Riad tanto per combattere contro gli Houti in Yemen quanto per rafforzare la deterrenza nei confronti di Teheran.

Le conseguenze non si sono fatte attendere, perché il ritmo degli attacchi condotti dagli Houti contro bersagli ed interessi sauditi si è progressivamente intensificato, coinvolgendo il 7 marzo addirittura gli impianti di Saudi Aramco a Ras Tanura.

In pratica, malgrado la rappresaglia che avrebbe ucciso 17 miliziani filo-iraniani in Siria, ordinata da Biden in risposta ad alcune provocazioni subite in Iraq per mano di alleati di Teheran, l’asse della politica americana nel Golfo è già stato riorientato in una direzione favorevole al regime degli ayatollah.

Non tutto sta andando liscio, naturalmente, anche perché in Iran sono imminenti le elezioni che designeranno il successore del presidente riformista Hassan Rohani e nessuno vuol sembrare arrendevole nei confronti di Washington, specialmente dopo quanto è accaduto negli ultimi anni. Ma la direzione di marcia sembra abbastanza chiara.

Ovviamente, il riallineamento in atto è stato percepito da tutti gli attori locali, che stanno assumendo le contromisure del caso. Si è già avuta notizia dell’avvio di trattative tra Israele, Bahrein, Emiratini e Sauditi finalizzate allo stabilimento di un’alleanza militare vera e propria, che blinderebbe gli accordi di Abramo e ne accrescerebbe la valenza anti-iraniana

A questi rumors, difficilmente derubricabili a puro pettegolezzo diplomatico, si sono più recentemente aggiunte altre indiscrezioni concernenti alcuni importanti sviluppi ulteriori, di cui pare davvero difficile sminuire il significato complessivo.

Delusa dalla sospensione dell’afflusso di armi e munizioni americane deliberata dalla nuova amministrazione americana – che ha tra l’altro comportato la mancata consegna di un lotto di ben 3mila bombe Gbu-39 Sdb - l’Arabia Saudita starebbe per avviare trattative con la Russia finalizzate all’acquisto di caccia Su-35 Flanker-E e di missili anti-aerei S-400, evidentemente indispensabili alla difesa antiaerea ed antimissilistica del Regno.

Sukhoi Su-35S
© Sputnik . Evgeny Odinokov
Sukhoi Su-35S

Ai Su-35 starebbe inoltre pensando anche l’Egitto del generale al-Sisi, che teme ormai non meno di Riad il nuovo approccio di Washington alla politica mediorientale.

Se queste indiscrezioni trovassero conferme nei fatti, potremmo essere in procinto di assistere ad un importante rimescolamento di carte in una delle regioni strategicamente più delicate del mondo.

S’intravede infatti all’orizzonte la possibilità che attorno ad Israele ed Arabia Saudita sorga un blocco difensivo non funzionale agli interessi americani nell’area, così come li definisce la nuova amministrazione Biden, ma che mirerebbe piuttosto a limitare la portata delle iniziative che gli Stati Uniti potrebbero assumere per modificare gli equilibri attualmente esistenti in Medio Oriente.

In questo contesto, non stupisce che stia crescendo la tentazione delle parti in causa di giocare anche la carta russa. In questa fase, probabilmente, soprattutto al fine tattico di esercitare pressioni e dimostrare alla dirigenza di Washington l’esistenza di un’alternativa agli intensi rapporti intrattenuti con gli Stati Uniti negli ultimi decenni.

Nulla vieta tuttavia di immaginare che con il tempo questa opzione in favore di Mosca possa anche evolvere in qualcosa di più concreto e strutturato, sotto l’egida del comune interesse a non modificare lo status quo, che la politica estera russa enfatizza tanto sul piano globale quanto localmente. 

Il tentativo di Biden di riportare le lancette della storia indietro di quattro anni potrebbe quindi incontrare significativi ostacoli.

 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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