08:20 14 Aprile 2021
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I Cristiani del nord dell’Iraq tornati alle loro case dopo la sconfitta dell’Isis denunciano l’isolamento e la discriminazione. Mentre la pressante presenza della milizie sciite fa temere una nuova persecuzione. L’appello del parroco di Bartella “Solo il Pontefice può impedire la nostra scomparsa”.

“Qui prima del 2014 vivevano più di 1200 famiglie cristiane. Oggi, però, - racconta padre Benham Benouka, parroco siro cattolico - ne sono tornate appena la meta. Almeno 400 sono ancora ad Erbil il capoluogo del Kurdistan dove siamo fuggiti nell’estate del 2014 e ben 800 sono all’estero da dove, se la situazione non cambierà, difficilmente faranno ritorno”.

Padre Benham
© Foto : Gian Micalessin
Padre Benham

Le radici di questo lento ed esitante contro-esodo sono dovute solo in parte alle difficoltà economiche incontrate da chi ha avuto la casa distrutta o danneggiata. Ben più pressante è, invece, la paura di una nuova persecuzione diversa, almeno nei metodi, da quella subita per mano di Al Qaida e dell’Isis, ma assai simile nelle finalità.

“La persecuzione non è finita, ha solo cambiato volto. Prima c’erano Al Qaida e lo Stato Islamico, adesso dobbiamo vedercela con gli “shabak” i curdi di fede sciita appoggiati dall’Iran. I fondamentalisti sunniti volevano cacciarci con il terrore e la violenza. Gli shabak invece di ucciderci si comprano le nostre terre usando i soldi messi a disposizione dall’Iran. Alla fine però il risultato è lo stesso”. 

Nel giardino della parrocchia di padre Benham i ragazzini cristiani continuano a pregare e a giocare sotto la statua della Madonna. Appena fuori la cancellata della chiesa tutto però diventa più difficile. “Venite, vi porto a vedere chi ha preso il posto dell’Isis da queste parti” - borbotta Adnan Shada, 67 anni, aiutante del parroco mentre ci accompagna verso lo stradone che collega Bartella a Mosul.

La vista di Mosul
© AP Photo / Felipe Dana
La vista di Mosul

Qui non c’è marciapiede o edificio dove non sventolino le bandiere nere con le iscrizioni sciite. Sui lampioni e sui pali dell’elettricità campeggiano i poster con i faccioni dei martiri dell’Islam sciita, dal profeta Hussein fino a Qasem Soleimani, il comandante dei pasdaran iraniani ucciso da un missile americano all’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio 2019.

“Vedi - spiega Adnan - questo è diventato il regno degli “shabak”, fino al 2014 contavano meno di noi cristiani. Quando andavo a scuola avevo degli amici shabak, a quel tempo li consideravamo i più sfortunati di queste terre. Oltre ad esser curdi erano anche sciiti quindi con Saddam erano discriminati due volte. Il loro destino è cambiato nel 2016 quando anche qui sono arrivate le le milizie sciite e li hanno inquadrati nella cosiddetta “Brigata 30”. Adesso questa unità detta legge e minaccia anche noi cristiani”. 

Per padre Benham la pressante presenza delle milizie sciite rapresenta la minaccia di una nuova pulizia etnica. “C’è un tentativo politico ideologico di creare un vero e proprio “shabakistan” cioè una regione solo per gli shabak” - spiega il parroco. “Quelle milizie sono onnipresenti ed oltre avere le armi, hanno anche il potere politico ed economico. In pochi anni hanno trasferito oltre 13mila famiglie “shabak” in questi territori cambiando la demografia del territorio. Ora i loro fedeli abitano in villaggi costruiti sui vecchi terreni cristiani passati di mano grazie ai soldi dell’Iran”.
Ma perchè i cristiani hanno svenduto la loro terra? “Il motivo è semplice - spiega Adnan - quando siamo tornati da Erbil, dove eravamo fuggiti per metterci in salvo dall’Isis, abbiamo trovato le nostre case razziate o bruciate. Così per rifarci ci siamo venduti i terreni. Ma siamo stati ingannati. Eravamo convinti di cederli a dei cristiani come noi invece gli acquirenti erano delle teste di legno, dei traditori al soldo degli shabak. Oggi su quei terreni sono sorti dei veri e propri villaggi che ora circondano Bartella, Karakosh e Karemelesh.” 

Iraq
© Foto : Gian Micalessin
Iraq

La presenza degli shabak, secondo padre Benham, è fonte di pressioni e minacce quotidiane.

“Non ci uccidono, ma ci trattano con la stessa mentalità del Califfato e fanno sventolare le stesse bandiere nere. Se osiamo protestare ci accusano di essere dei “kafir”, degli infedeli. Per spaventare i cristiani che continuano a vivere vicino ai loro villaggi raccontano che ben presto tutte quelle zone diventeranno bersaglio deìi bombardamenti americani. Per spaventarci e farci capire chi comanda hanno perfino sparato davanti a questa chiesa. Abbiano denunciato il fatto alle autorità, ma nessuno ha mosso un dito. Questa è l’altra faccia della medaglia” - continua il parroco.

“Noi cristiani oltre a ritrovarci minacciati e perseguitati siamo anche soli. Per legge i sindaci devono essere musulmani e dunque anche a Bartella, e nelle altre città dove siamo maggioranza, i cristiani vengono ignorati. Lo stesso vale per il governo di Bagdad. Lì il controllo degli sciiti è ancora più forte e la discriminazione ancora più pesante. Per questo il viaggio del Papa è la nostra ultima speranza. Solo lui puo innescare i cambiamenti politici e diplomatici indispensabili per garantire la nostra presenza in Iraq. Se non ascolteranno neppure lui il nostro destino sarà segnato e la presenza cristiana in queste terre verrà cancellata per sempre”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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