07:25 17 Aprile 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
703
Seguici su

Il Governo Draghi è ormai nella pienezza dei suoi poteri, avendo incassato il voto di fiducia dei due rami del Parlamento, seppure con qualche sostegno in meno del previsto, a causa dei dissensi emersi in una parte del Movimento Cinque Stelle.

Si è fatta un po’ attendere la nomina dei Sottosegretari, che con la loro presenza nelle Commissioni garantiscono l’avanzata dei provvedimenti nelle Camere, ma la circostanza non è certamente sorprendente, se si tiene conto della straordinaria ampiezza ed eterogeneità della maggioranza appena sorta in Italia.

Di tutta la procedura di insediamento, il momento senza dubbio più interessante è stato il discorso programmatico con il quale Mario Draghi si è presentato al Senato lo scorso 17 febbraio, specialmente per gli aspetti relativi alla futura politica estera dell’Italia, ai quali peraltro la stampa del Bel Paese non ha dedicato particolari approfondimenti.

Della linea che l’Italia seguirà in campo internazionale i commenti hanno soprattutto evidenziato come l’atlantismo e l’europeismo ne costituiranno l’architrave. Molti hanno inoltre ritenuto di riconoscere nell’enfasi attribuita a queste due parole un segno di discontinuità rispetto al recente passato.

Ma è poi davvero così? Si può veramente sostenere che sotto Giuseppe Conte l’Italia si fosse distanziata dagli Stati Uniti e dalla Nato così tanto da far dubitare della sua permanenza in Occidente?

Probabilmente si tratta di un giudizio eccessivo: dopotutto, truppe italiane hanno continuato a servire ovunque l’Alleanza Atlantica lo richiedesse: non soltanto in Afghanistan, ma anche nelle missioni promosse dalla Nato ad immediato ridosso dei confini della Federazione Russa, come quelle tuttora in corso nel Baltico e nei cieli dell’Islanda.

A Conte è stato piuttosto rimproverato di esser rimasto troppo vicino al presidente Trump anche dopo la sua sconfitta, mentre di Mario Draghi erano noti i buoni rapporti intrattenuti con la parte dell’establishment americano che aveva appoggiato Joe Biden. Se volontà di riallineamento italiano c’è stata, è stata declinata soprattutto in relazione ai nuovi equilibri interni agli Stati Uniti.

Nessuno ha inoltre rilevato come l’intervento programmatico di Draghi non abbia sciolto un nodo di decisiva importanza: finché atlantismo ed europeismo andranno di pari passo, l’Italia non sarà obbligata a scelte difficili. Ma cosa accadrà in caso di divaricazione tra le due sponde dell’Atlantico? L’ipotesi non è affatto remota.

Biden intende rilanciare la solidarietà euro-americana, ma ha già chiesto ai propri alleati un distanziamento più netto da Russia e Cina, incontrando molta freddezza in Europa. È vero che l’Ue ha sanzionato un certo numero di personalità russe coinvolte nell’arresto di Alexei Navalnj, ma i tedeschi non hanno dato nessun segno di voler rinunciare al Nord Stream 2, malgrado alcune imprese si siano sfilate dal progetto per timore delle reazioni extra-giurisdizionali americane.

Anche nei confronti della Repubblica Popolare le distanze tra Stati Uniti ed Europa sono notevoli: l’Ue ha infatti firmato con le autorità di Pechino un importante trattato di libero scambio proprio durante la transition tra le due amministrazioni americane, determinando una certa irritazione a Washington, dove i democratici avrebbero preferito un rinvio, in modo tale da poter permettere a Biden di dire la sua.

Non è stato dato di sapere neppure come si comporterà l’Italia qualora la Francia tornasse a spingere nella direzione di un’accentuazione dell’autonomia strategica europea in campo militare. I problemi inevasi sono quindi molti e sarà difficile affrontarli se si continuerà a credere che Europa e Stati Uniti saranno sempre perfettamente allineati com’era accaduto durante la Guerra Fredda. Le circostanze sono infatti cambiate.

Cosa farà quindi Draghi? Leggendo tra le righe il discorso pronunciato a Palazzo Madama si capisce qualcosa di più. Al ruolo dell’Italia nella Nato e nella Ue il nuovo premier ha in effetti dedicato le prime frasi della parte del suo intervento concernente i temi della politica estera, ricordando come il suo governo sia nato “nel solco dell’appartenenza” dell’Italia “come socio fondatore, all’Unione Europea e come protagonista dell’Alleanza Atlantica”.

Draghi ha quindi sottolineato come resteranno forti l’attenzione e la proiezione dell’azione di governo verso le aree di naturale interesse prioritario italiano, individuate nei Balcani, nel Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e nell’Africa.

Successivamente, il Presidente del Consiglio si è soffermato anche sulle prospettive delle relazioni con la Federazione Russa e sulla Cina.

Le formule prescelte sono in entrambi i casi molto interessanti, in quanto dischiudono le porte ad una certa flessibilità. Nei confronti della Russia, ha detto Draghi, l’Italia si adopererà “per alimentare meccanismi di dialogo”, esprimendo tuttavia preoccupazione per “ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati”.

A proposito della Cina, il nuovo Presidente del Consiglio è stato invece più ermetico, limitandosi a lamentare l’aumento delle tensioni in Asia attorno alla Repubblica Popolare.

A ben vedere, quello utilizzato da Draghi è stato un linguaggio molto ponderato, senza concessioni all’improvvisazione, ma che ha lasciato spazi notevoli ad un ampio ventaglio di interpretazioni.

L’enfasi posta sul rilancio del dialogo con Mosca farebbe ad esempio pensare alla prosecuzione degli esercizi bilaterali noti come 2+2: un format recentemente riattivato dal governo Conte 2, che coinvolge ai massimi livelli il Ministero degli Esteri e quello della Difesa delle due parti. Di contro, la riserva di critica sulla gestione dell’ordine interno in Russia sembra un pegno di fedeltà ad una linea ufficiale che ancora accomuna America ed Europa.

Quanto al richiamo agli attriti attorno alla Cina, è stato vago e generico quanto occorreva per evitare l’attribuzione netta delle responsabilità di quanto sta accadendo a Pechino. Si è in pratica adottata una formula piuttosto ambigua, che dovrebbe consentire la continuazione degli affari, mentre si garantisce l’aderenza dell’Italia alle raccomandazioni provenienti da oltreoceano.

Incisi forse ancora più interessanti ai fini della determinazione della natura dei futuri rapporti con la Cina si trovano peraltro in un segmento successivo del discorso di Draghi: quello in cui è stata declinata la forte vocazione ambientalista del nuovo governo, precisamente laddove allo sconvolgimento dei rapporti tra l’uomo e l’habitat, ed in particolare agli eccessi dell’urbanizzazione, è stato imputato un ruolo nell’innesco della pandemia da Covid-19.

Abbracciando questa teoria, infatti, seppure con l’intento di ribadire il carattere emergenziale della svolta green che anche l’Italia si accinge a compiere, di fatto Draghi ha esonerato la Repubblica Popolare da qualsiasi accusa rivoltale a proposito nella genesi e della gestione iniziale del disastro sanitario che stiamo ancora affrontando.

Si è trattato di un gesto distensivo non da poco, che non risulta per nulla sminuito dal fatto di essere stato inserito in una piega dell’intervento assai meno notata dei passaggi esplicitamente focalizzati sulla politica estera.

Non va d’altra parte dimenticato come Draghi sia di formazione gesuitica e considerato anche molto vicino a papa Francesco, che dell’approfondimento delle relazioni con Pechino ha fatto uno dei pivot della diplomazia del proprio pontificato.

Va ricordata altresì la prossimità del nuovo Presidente del Consiglio italiano a quella parte della finanza nordamericana che ha sostenuto economicamente la campagna di Joe Biden anche nella speranza che archiviasse la tentazione di recidere i legami tra Stati Uniti e Cina cui il predecessore sembrava aver ceduto.

Potrebbero conseguentemente cambiare nella politica estera italiana molte meno cose di quelle che mutarono bruscamente quando Mario Monti sostituì a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi nel novembre 2011. 

Alla luce di queste considerazioni, diversità di narrazione a parte, sembra probabile che la discontinuità rispetto al recente passato introdotta dall’avvento di Draghi sia soprattutto personale e legata alla necessità di archiviare la lunga stagione nel corso della quale Conte e Trump si legittimarono a vicenda.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook