01:50 15 Aprile 2021
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La crisi politica aperta dal ritiro della delegazione ministeriale renziana dal governo Conte si è finalmente conclusa. Venerdì 12 febbraio, infatti, il Presidente del Consiglio incaricato ha sciolto la riserva, recandosi al Quirinale con la lista dei nuovi ministri, che hanno giurato l’indomani, nelle mani del Presidente della Repubblica.

Non sono mancate le sorprese, dal momento che le aspettative della vigilia sono state soltanto in parte rispettate. Ciò è accaduto anche perché Mario Draghi non ha negoziato le nomine con i segretari dei partiti della nuova maggioranza, ma si è riservato la scelta, ovviamente tenendo conto delle opinioni del Capo dello Stato, particolarmente importanti nel campo della politica estera, interna, economica, della giustizia e della Difesa.

La compagine che ne è risultata è tipo misto, composta tanto da tecnici quanto da politici, ma formalmente priva di leader di partito. Mancano ancora i Viceministri e i Sottosegretari, che saranno designati soltanto una volta che il Governo Draghi abbia ottenuto la fiducia del Parlamento, in ogni caso in tempi brevi, per consentire all’esecutivo di iniziare ad operare.

Come sempre succede, ci sono vincitori, perdenti ed un certo numero di situazioni non del tutto chiare, che si comprenderanno probabilmente cammin facendo.

Di sicuro, non è andata bene a Matteo Renzi, che è riuscito ad ottenere una sola posizione ministeriale ed è soprattutto rimasto lontano dalla Farnesina, cui quasi certamente ambiva per poter meglio sostenere una propria candidatura ad un importante incarico internazionale.

Il disappunto dell’ex sindaco di Firenze deve essere notevole. Senza la sua iniziativa, infatti, Giuseppe Conte si troverebbe ancora al suo posto. Inoltre, per favorire l’arrivo di Draghi, il leader di Italia Viva aveva ad un certo punto rifiutato anche un’offerta molto allettante che gli era stata sottoposta dal Presidente della Camera, Roberto Fico, nel corso della sua missione esplorativa. Secondo alcune indiscrezioni, Renzi avrebbe rifiutato addirittura tre dicasteri.

Il suo obiettivo era allontanare Conte da Palazzo Chigi, probabilmente per accreditarsi presso la nuova amministrazione americana come l’uomo che aveva accelerato il riallineamento dell’Italia ai nuovi equilibri d’oltreoceano.

Nelle fasi iniziali della crisi, dopotutto, Renzi aveva rinfacciato al premier non solo di non aver preso le distanze da Trump dopo l’assalto a Capitol Hill, ma anche di aver a suo tempo permesso all’allora Attorney General americano, Barr, di accedere direttamente ai vertici dell’intelligence italiana, per chiedere materiale utile a svelare i complotti di cui il magnate newyorkese riteneva di esser stato vittima. 

Intorno alla titolarità della Farnesina deve essersi in effetti scatenata una grossa battaglia, che è stata infine spuntata da Luigi Di Maio, uscito vincitore non solo rispetto a Renzi ma anche allo stesso Giuseppe Conte.

Il leader di Italia Viva ha certamente scontato una serie di veti, fatti valere nei suoi confronti dalle vittime del suo voltafaccia di gennaio. Non ne hanno voluto sapere né i Cinque Stelle né il Pd, senza che Forza Italia e la Lega lo potessero in qualche modo tutelare. Forse, ma non esistono conferme al riguardo, ha pesato anche l’irritazione del Presidente della Repubblica.

La maggioranza che si è costituita all’ombra di Draghi è molto ampia ed eterogenea, comprendendo anche una formazione radicale di sinistra come Liberi e Uguali. Ma le persone che il premier ha cooptato sembrano esser state scelte anche in funzione della loro capacità di dialogo. La coalizione è di “larghe intese”, ma al fondo anche moderata.

Proprio per questo motivo, alcune adesioni non sono state accolte con il medesimo entusiasmo da tutti i parlamentari che dovranno sostenere il nuovo esecutivo. Tensioni evidenti sono affiorate ad esempio tra i pentastellati, alcuni dei quali hanno annunciato di abbandonare il loro partito o quanto meno non votare la fiducia a Draghi.

Il carismatico Alessandro Di Battista è uscito ed almeno una quarantina di eletti nelle liste del Movimento Cinque Stelle ha minacciato di ricorrere a forme più o meno eclatanti di dissenso.

Non ha contribuito a rasserenare gli animi neppure la circostanza che Draghi abbia disatteso un impegno che Beppe Grillo aveva speso presso i militanti come un grande successo, ovvero quello di creare un ministero per la transizione ecologica che avrebbe incorporato anche le competenze dello sviluppo economico e, ovviamente, sarebbe stato affidato alle cure di un esponente pentastellato.

Lo sviluppo economico e il turismo sono invece finiti nelle mani della Lega, come richiesto da Matteo Salvini, che però non ha ottenuto la nomina a ministro di alcun suo fedelissimo. Gli incarichi ministeriali attribuiti ai leghisti sono invece andati a Giancarlo Giorgetti, che è stato un tramite tra il proprio partito e lo stesso Draghi; a Massimo Garavaglia, un suo sodale, e ad Erika Stefani, una veneta molto vicina al governatore Luca Zaia.

Nel governo di larghe intese è stata quindi per ora coinvolta direttamente soltanto la parte più dialogante, europeista ed atlantista della Lega, che ha ricevuto in dote dicasteri che sono già nell’occhio del ciclone.

Per lo sviluppo economico passeranno infatti le risorse del Recovery Fund, ma ancor prima le gravi crisi aziendali che si moltiplicheranno se non si riuscirà a venire a capo della pandemia. Lo spegnimento degli altiforni dell’Ilva di Taranto può avvenire entro 60 giorni ed incombe sempre lo spettro dello sblocco dei licenziamenti, che ad un dato momento farà emergere anche la vera entità dei fallimenti determinati dal Covid-19.

Quanto al turismo, al suo secondo giorno di attività il governo ha dovuto decretare l’ennesimo rinvio alla riapertura degli impianti sciistici proprio mentre a Cortina stanno avendo luogo manifestazioni sportive di rilevanza mondiale.

Non si è voluto spostare il ministro della salute Roberto Speranza, anche per non dover sostenere gli inevitabili costi di apprendimento che un ricambio inevitabilmente comporta quando si avvicenda il vertice di un’amministrazione.

Cosa significhi questa continuità, lo si è visto subito. Salvini ha attaccato la nuova chiusura e l’accenno ad un possibile nuovo lockdown, chiedendo un approccio alla gestione dell’emergenza epidemiologica diverso e più sensibile alla tutela dell’economia.

Per venirgli incontro, sarà forse modificata la composizione delle strutture di consulenza che assistono il dicastero della salute. Ma non si andrà oltre: va infatti sottolineato come Draghi abbia immediatamente assicurato a Speranza la copertura politica di cui aveva bisogno.

La Lega subirà a destra la concorrenza incalzante dei Fratelli d’Italia, che non tarderanno a capitalizzare gli inevitabili risentimenti che la delusione di alcune aspettative irrealistiche è destinata a suscitare. Quanto consenso i leghisti siano disposti a sacrificare all’esigenza di rientrare nel novero delle forze politiche legittimate anche internazionalmente ad assumere posizioni di responsabilità ancora non è al momento prevedibile.

Molte cose possono accadere nei prossimi mesi. Il protrarsi dell’emergenza sottoporrà a tensioni tutti i partiti e non sono da escludere cambiamenti importanti, al limite anche l’innesco di un processo di frammentazione e riaggregazione attorno ad un nuovo progetto di raggruppamento delle correnti politiche più moderate esistenti in Parlamento.

Non è una prospettiva del tutto irrealistica. I guasti del Covid-19 sono ormai socialmente ed economicamente paragonabili a quelli di una guerra. Nessun sistema politico normalmente sopravvive intatto a prove del genere. Il caso italiano probabilmente lo confermerà.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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