11:06 01 Marzo 2021
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La nuova amministrazione americana è nella stanza dei bottoni da meno di un mese, ma è già leggibile la visione cui dovrebbe essere improntata la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Stando ai primi passi, è difficile sfuggire alla sensazione che le prime iniziative stiano confermando quanto si era intuito nelle fasi finali della campagna elettorale conclusasi lo scorso 3 novembre.

La postura prescelta da Biden miscela elementi conservatori ed innovatori della più recente tradizione del partito democratico, circostanza che sembra preludere ad un approccio complessivamente intermedio tra le condotte delle due amministrazioni dirette da Bill Clinton negli anni novanta e quelle di Barack Obama.

Biden intende davvero dar corso al Global Re-engagement americano nella politica mondiale. Lo provano il fatto che abbia fermato i ritiri ordinati dal predecessore in Siria, Afghanistan e dalla Germania e, soprattutto, la forte ripresa dell’ingerenza negli affari sovrani dei competitori degli Stati Uniti.

La principale leva utilizzata è di natura idealistico-umanitaria. Si è abbracciata una narrazione che sostiene fortemente la causa del rispetto dei diritti umani ed incoraggia oggettivamente le iniziative di chi è insoddisfatto dell’ordine politico vigente nel proprio paese – ciò che Trump, in omaggio al principio del rispetto delle sovranità nazionali, aveva invece accuratamente evitato di fare. Inoltre, le autorità americane hanno ripreso a minacciare disinvoltamente sanzioni contro chiunque decida di contrastare dimostrazioni e proteste.

Il modello ha contrassegnato il debutto nei rapporti tra la nuova amministrazione al potere a Washington, da un lato, e, dall’altro, Russia e Cina. Pressioni, ma per ora solo sul terreno della politica estera, sono stata applicate anche nei confronti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Iran.

In termini di macro-strategia, l’impressione è che Biden stia cercando di riassumere l’iniziativa, ponendo tutti gli interlocutori degli Stati Uniti in una posizione difensiva.

È appena il caso di ricordare come alla gestione del caso Navalny da parte delle autorità russe sia stato abbinato lo schieramento di bombardieri strategici americani in Norvegia, mentre la prima conversazione tra il Presidente statunitense e il leader cinese Xi Jinping è stata accompagnata dalla creazione di una Task Force del Pentagono incaricata di affrontare la crescita del potenziale militare cinese.

Tutto pare andare quindi nella direzione del ritorno al doppio containment, circostanza che non a caso sta inducendo Mosca e Pechino a considerare l’approfondimento dei reciproci rapporti bilaterali nella sfera della sicurezza e l’eventuale formalizzazione di una vera e propria alleanza: una reazione inevitabile, che Trump aveva cercato come poteva di scongiurare, senza esser veramente assecondato dagli apparati di sicurezza e dalla stampa del proprio paese.

Anche nel Golfo Persico si stanno osservando cambiamenti significativi. Biden ha verbalmente confermato il proprio supporto agli accordi di Abramo, ma dall’altro lato se ne è distanziato sotto più di un profilo.

Ha riaperto le relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese che con Trump erano state interrotte, ad esempio, ed ha anche sospeso temporaneamente le forniture militari a Riad, a causa dell’uso che ne viene fatto nello Yemen, con la conseguenza di aver rafforzato gli Houti, ritenuti filo-iraniani ed ora anche rimossi dalla lista in cui gli americani raggruppano le organizzazioni da loro ritenute terroristiche.

Sembrava in atto un riequilibrio della politica mediorientale di Washington funzionale ad un riavvicinamento all’Iran. Tuttavia, Biden ha anche risposto picche ai persiani che chiedevano la cancellazione delle sanzioni imposte da Trump come prerequisito per tornare al tavolo delle trattative e rientrare nel JCPOA, gli accordi a suo tempo firmati per limitare le ambizioni nucleari di Teheran.

Le conseguenze che si profilano sono piuttosto importanti, dal momento che le autorità iraniane potrebbero sentirsi legittimate ad accelerare la loro corsa all’atomo militare. Stanno inoltre sensibilmente migliorando le prospettive elettorali del locale blocco ultraconservatore, che può ormai insidiare ai moderati la Presidenza del paese, spingendo l’Iran più decisamente verso Cina e Russia.

In sintesi, si ha come l’impressione che la volontà di fare macchina indietro rispetto al passato più o meno recente si stia traducendo nella pratica di politiche suscettibili di accentuare la spinta verso la creazione di un blocco eurasiatico, in cui molti potrebbero vedere una sorta di polizza assicurativa contro la destabilizzazione ed il caos.

L’amministrazione Biden sta cercando di riconquistare terreno anche in Europa, per moderarne le ambizioni e ridimensionarne le aperture fatte nei confronti di Mosca e Pechino. Non è al momento prevedibile con quale successo, ma il tentativo è visibile e genererà difficoltà significative in diversi Stati dell’Unione Europea.

Gli equilibri politici nel Vecchio Continente sono comunque in evoluzione. L’Ue ha perduto il Regno Unito. Inoltre, il governo appena sorto in Italia è più convintamente atlantista del precedente, anche se alla conferma della centralità del rapporto bilaterale nella sfera della sicurezza con gli Stati Uniti il nuovo premier Draghi ha accompagnato il parallelo impegno a rafforzare l’integrazione europea.

L’influenza americana sul nuovo esecutivo italiano è infatti da ritenersi preponderante. Ne deriva una importante implicazione: l’Italia potrà essere efficacemente sollecitata ad assumere delle iniziative, qualora i suoi partner europei si rivelino disallineati rispetto all’indirizzo del doppio contenimento abbracciato da Washington nei confronti delle maggiori potenze eurasiatiche.

Sarà a questo proposito interessante osservare i programmi che si daranno i maggiori partiti tedeschi in vista delle elezioni con cui la Germania sceglierà la persona che succederà ad Angela Merkel.

Il nuovo presidente della Cdu è di inclinazioni moderatamente eurasiste, al contrario dell’attuale Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Allo stesso modo, la Francia di Emmanuel Macron sembra patrocinare una visione del rapporto transatlantico della quale è parte fondamentale il rafforzamento anche in campo strategico dell’autonomia europea.

Rinunciando al rimpatrio dei 35mila militari americani stazionati nella Repubblica Federale, Biden ha certamente cercato di rafforzare gli atlantisti tedeschi, non solo allo scopo di indurli a spingere verso l’adozione di politiche di distanziamento dalla Russia, ma anche di allontanarli da qualsiasi ipotesi di assecondare le velleità francesi di indipendenza strategica.

In altre parole, Biden sembrerebbe intenzionato a disarticolare il progressivo strutturarsi degli equilibri mondiali attorno a delle sfere d’influenza, per generare fluidità e sperare che dal disordine conseguente gli Stati Uniti possano trarre vantaggi geopolitici concreti.

Su questo disegno complessivo gravano peraltro due punti interrogativi importanti: l’efficacia delle contromisure che saranno assunte dalle potenze che decifreranno questi intenti e l’effettivo sostegno di cui un’agenda tanto impegnativa godrà all’interno negli Stati Uniti.

Ad una presidenza americana che aveva fatto della ricerca della stabilità e del rispetto delle sovranità nazionali ne è succeduta una che preferisce il sostegno alla promozione attiva del cambiamento. Alcuni effetti sono già visibili, altri potranno manifestarsi in diversi scacchieri, con modalità e in tempi imprevedibili. Di certo aumenterà la tensione interna al sistema internazionale. E questa non è una buona notizia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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