12:30 01 Marzo 2021
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Il premier incaricato non va giudicato per quello che ha fatto o per quello che pensiamo sia, ma per quanto e come lo farà. Se è un vero leader saprà non farsi condizionare dalle richieste di una classe politica rivelatasi fin qui fallimentare.

Ma se non è l’uomo che viene descritto le occasioni per sbagliare e ritrovarsi messo alla porta di certo non gli mancheranno. 

L’aspetto più sorprendente dell’incognita Mario Draghi sono le certezze di chi ci racconta cosa farà o come governerà. L’unica fondamenta di queste certezze è il passato. Remoto o recente che sia. Chi vuole descrivercelo come un servo del grande capitale pronto ad affossare gli italiani cita le sue escursioni sul Britannia e i suoi trascorsi da numero due di Goldman Sachs.

Chi vuole presentarcelo come il decisionista perfetto capace d’imporsi con il vigore cristallino della propria visione spiattella il solito “whatever it takes” seguito dai resoconti degli scontri con la Cancelliera Angela Merkel e con i banchieri tedeschi. Chi ce lo vuole dipingere come l’uomo giusto per l’Europa cita una Christine Lagarde convinta che Mario Draghi abbia “la competenza, il coraggio e l'umiltà necessarie" per "far ripartire l'economia italiana con l'aiuto dell'Europa". 

Siamo certi che un vero leader si giudichi dalle sue scelte passate? “Noi diamo forma alle nostre dimore - diceva Winston Churchill - ma poi sono quelle a modellare noi” (We shape our dwellings, and afterwards our dwellings shape us). 

Ogni uomo insomma cerca di costruirsi una casa a sua immagine e piacimento, ma poi quella casa finisce con il plasmare pure lui. Lo stesso vale per le missioni umane. Chi le porta a termine cambia lo stato delle cose, ma al termine dell’impresa neppure lui è più quello di prima. Questo perché la differenza tra un uomo e una macchina è la capacità d’adattarsi agli obbiettivi. Ed un vero leader è un uomo capace d’ adattarsi al meglio alle nuove sfide.

Questo non significa che Mario Draghi rappresenti il meglio. Di certo però è un uomo diverso da quello salito sul Britannia nel ’92, da quello chiamato al vertice della Goldman Sachs o da quello rimasto per 8 anni ai vertici della Bce. Non solo perché in mezzo ci sono trent’anni di storia che hanno contribuito a plasmare le sue convinzioni e la sua visione del mondo. Il Mario Draghi del 2021 ha anche davanti una sfida difficilmente paragonabile a quelle passate. 

Guidare un paese dovendo riparare agli errori di una classe politica dimostratasi largamente incapace è estremamente diverso dal sedersi al volante d’una macchina seppur complessa come la Banca d’Italia o la Bce. Significa addentrarsi in una giungla senza regole e affrontare una serie incommensurabile di varianti.

A cominciare da quelle determinate dagli errori di chi ti ha preceduto. Senza dimenticare che una nazione non è solo economia e finanza. E’ rapporto quotidiano con un opinione pubblica di 60 milioni di persone capaci di non approvare le scelte migliori. O spingerti a errori grossolani nella convinzione che il desiderio dei più sia il meglio per il paese. 

E’ lotta quotidiana con alleati e nemici internazionali per garantirsi un ruolo. Nella consapevolezza che i migliori parametri economici saranno inutili se mancherà la rilevanza indispensabile per scegliere il proprio destino e il proprio modello di sviluppo. Per non parlare di una lotta alla pandemia in cui neppure la scienza e i suoi uomini di punta sono oggi in grado d’indicare la via migliore.

Mario Draghi queste cose le sa perfettamente E in cuor suo ha probabilmente molte meno certezze di quelle offertegli nei colloqui di questi giorni dai rappresentanti di una classe politica italiana che ha, fin, qui inanellato solo fallimenti. Per questo fa sorridere chi scommette sulle sue scelte.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella accoglie Draghi
© Foto : Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Certo i voti del M5S restano cruciali per garantirsi una maggioranza, ma se è un vero leader non potrà accettare di mettersi al fianco dei ministri incapaci o incompetenti. Lo stesso vale per la svolta europeista di Matteo Salvini. Può fargli piacere, ma se è deciso come dicono non si adeguerà di certo ai desideri leghisti. E in tutto questo difficilmente scorderà che i veti del partito di Zingaretti e compagni vanno di pari passo con i fallimenti di un governo caratterizzato dall’allegra convivenza tra Pd e grillino.

Insomma di una cosa possiamo essere sicuri. Se è un vero leader ed ha a cuore la propria missione non farà “whatever it takes” (tutto il possibile) per accontentare chi l’ha preceduto. Anzi cercherà di stargli il più alla larga possibile nella consapevolezza che ben pochi avranno il coraggio di sfiduciarlo al buio. 

Dunque giudichiamolo per quello che farà, non per quello che pensiamo sia. Anche perché una cosa è certa. Vista la complessità della missione le occasioni per dimostrarsi inadeguato o per fallire di certo non gli mancheranno.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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