18:38 07 Maggio 2021
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La crisi politica aperta dalle dimissioni di Giuseppe Conte lo scorso 26 gennaio è entrata in una nuova fase il 3 febbraio con la decisione del Presidente della Repubblica di conferire a Mario Draghi l’incarico di formare un nuovo governo.

Il percorso per giungere a questo passaggio non è stato lineare, come del resto capita alla politica italiana ogni qual volta sia interessata da svolte che cambiano profondamente i suoi equilibri strutturali.

Le consultazioni svolte al Quirinale da Sergio Mattarella avevano in un primo momento indotto il Capo dello Stato ad affidare al Presidente della Camera, Roberto Fico, un mandato esplorativo volto a verificare la possibilità di dar vita ad un terzo esecutivo diretto dal premier uscente.

Proprio per questo motivo la scelta era ricaduta non sul Presidente del Senato, la forzista Elisabetta Casellati, ma sul suo collega pentastellato che dirige l’Assemblea di Montecitorio.

L’esplorazione avrebbe infatti dovuto coinvolgere soltanto i partiti del governo giallo-rosso, circostanza che rendeva inutile ricorrere ad una carica istituzionale espressa da un ambito politicamente diverso ed esterno a quel perimetro.

Fico ha condotto a sua volta una serie di colloqui, accogliendo tra l’altro anche l’invito di Matteo Renzi a convocare un tavolo per discutere dell’eventuale programma sul quale poi dar vita ad una nuova formazione. Hanno avuto luogo delle riunioni, ma senza che vi partecipassero i leader delle formazioni coinvolte, segno evidente della mancanza di convinzione con la quale l’esercizio era stato intrapreso.

Sono stati individuati dei punti e persino redatto un documento, come richiesto dal fondatore di Italia Viva. Ma i renziani alla fine non lo hanno sottoscritto, costringendo il presidente Fico a gettare la spugna.

In realtà, a dispetto delle apparenze, la stessa scelta di ricorrere all’esplorazione di Fico era stata il risultato di un’efficace azione interdittiva sviluppata proprio per scongiurare il possibile reincarico immediato di Giuseppe Conte. Ma i limiti dati da Mattarella al Presidente della Camera erano parsi un sostegno offerto in extremis alla vecchia formula giallo-rossa e non era mancato chi aveva creduto ancora possibile un Conte-ter.

L’impostazione data da Renzi al negoziato si è rivelata fin da subito lontana dalla ricerca di un compromesso. Tutti i temi più divisivi sono stati riproposti con forza a dispetto degli inviti ad accantonarli, di nuovi ne sono stati inseriti e ad un certo punto si sono aggiunti persino degli attacchi diretti ad alcune categorie di elettori vicini ai pentastellati, come i cosiddetti “no vax”.  

Il senatore di Rignano, quindi, non ha soltanto contribuito decisivamente allo scoppio della crisi che ha travolto il governo Conte, ma ha chiuso la via al ritorno del premier uscente a Palazzo Chigi.

A quel punto, l’ingresso in scena di Mario Draghi, al quale probabilmente si lavorava trasversalmente da tempo, è divenuto inevitabile, anche per rassicurare i mercati e gli interlocutori internazionali dell’Italia, sconcertati dalla gravità della situazione politica determinatasi a Roma proprio nel momento in cui l’Italia deve elaborare un convincente piano d’azione per ottenere sul serio i 209 miliardi di euro che l’Unione Europea le ha messo a disposizione.

L’impressione che si continua a ricavare dall’evolversi degli eventi è che alla radice della caduta di Conte vi sia stata una precisa lettura delle possibili implicazioni per l’Italia dell’uscita di scena di Donald Trump e dell’ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden.

Secondo questa linea di pensiero, Renzi avrebbe fatto un investimento personale sulla promozione del riallineamento dell’Italia all’amministrazione democratica ascesa al potere a Washington, probabilmente per accreditarsi nei suoi confronti, forse anche in vista della propria candidatura a qualche importante incarico da assumere all’estero. L’arrivo di Draghi sarebbe del tutto compatibile con questa linea d’interpretazione.

L’ex banchiere centrale europeo, infatti, gode di ottime credenziali nel mondo dei progressisti americani, essendo un economista di formazione keynesiana con importanti trascorsi accademici a Boston ed avendo assecondato la richiesta obamiana di ammorbidire il rigore cui si conformava la politica monetaria praticata nell’area dell’euro.

La candidatura di Draghi a Palazzo Chigi risulta gradita per motivi simili anche ai ceti produttivi del paese, che temono gli inasprimenti fiscali e si aspettano che i fondi europei vengano spesi nel rilancio effettivo del paese, concentrandoli sugli investimenti strategici, invece di disperderli in nuove forme di temporanei sostegni ai consumi.

È inoltre molto diffuso il convincimento che Draghi possa sfruttare le conoscenze e la credibilità acquisita negli anni trascorsi a Francoforte per ottenere le migliori condizioni possibili di accesso alle risorse europee di cui l’Italia sembrerebbe aver bisogno.

Adesso è da vedere con quale formula Draghi potrà fare il suo governo. Sul fatto che riesca a farne uno a Roma ci sono attualmente pochi dubbi. Ma sono da stabilire ampiezza della maggioranza che lo sosterrà e profilo politico della compagine ministeriale.

Sembra improbabile che i compiti di fronte al futuro esecutivo possano essere affrontati da un esecutivo composto soltanto da tecnici. Il coinvolgimento di esponenti politici di primo piano appare essenziale sia alla forza contrattuale di cui Draghi dovrà disporre nelle proprie interlocuzioni internazionali sia per far accettare al Parlamento misure strutturali eventualmente controverse.

La difficoltà maggiore consisterà nel trovare la proverbiale quadratura del cerchio, che mai come questa volta sarà più sui contenuti programmatici che sulle persone. Sembra certo il concorso al governo Draghi da parte del Pd, di Forza Italia e dei renziani.

L’ingresso di Giuseppe Conte e la probabile partecipazione di Luigi Di Maio con portafogli importanti potrebbero altresì garantire l’apporto di una considerevole parte del Movimento Cinque Stelle, se non addirittura quella dell’intero partito.

Sta inoltre considerando di unirsi alla maggioranza in gestazione anche la Lega, che però ha posto condizioni importanti in materia di politica economica e gestione dei flussi migratori e potrebbe per questo scontare veti ed incompatibilità.

In particolare, Salvini e Giorgetti hanno manifestato una netta contrarietà alla patrimoniale e all’aumento della pressione tributaria, proprio come Draghi, che potrebbe quindi valersi del loro sostegno per bilanciare le forze più radicali che dovrebbero esser parte del suo governo.

Sui migranti, l’intesa potrebbe essere raggiunta sulle persone chiamate ad occuparsene, perché anche in campo progressista esistono politici favorevoli al rigore e perciò in grado di offrire alla Lega le rassicurazioni che desidera.

Non ci sono ancora indicazioni di sorta in materia di politica estera, ma una maggiore prudenza del futuro governo italiano nei rapporti con Cina e Russia va messa in preventivo, dato il contesto in cui nascerebbe.

Draghi è paziente e flemmatico. È noto per la sua capacità di trattare anche con controparti coriacee. È chiamato ad una prova particolarmente difficile, ma ha dalla sua parte un senso di inevitabilità.

Nessuno è infatti in grado di valutare le conseguenze di un suo fallimento, ma sono in parecchi ad immaginarle gravi: anche l’eventuale campagna elettorale che farebbe seguito alla sua rinuncia si svolgerebbe molto probabilmente in condizioni assai difficili per le forze di centro-destra che ancora esitano ad appoggiare l’ex banchiere centrale europeo. 

Allo stato, la nascita di un governo Draghi di natura politica, alto profilo e larga maggioranza sembra quindi l’ipotesi più concreta. Poi, si sa, la politica italiana è difficile da prevedere e può sempre riservare sorprese.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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