00:39 06 Marzo 2021
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Esiste una diffusa tendenza a ritenere immutabili gli orientamenti della politica estera delle grandi potenze. Coloro che vi si riconoscono sono invariabilmente convinti del fatto che i singoli leader contino relativamente poco rispetto alle forze profonde della storia.

In base a questo approccio, che viene non a caso definito “deterministico”, in ogni dato momento un sistema selezionerebbe al proprio vertice la personalità più idonea a perseguire obiettivi più o meno permanenti ed atemporali.

Altre scuole di pensiero non meno degne attribuiscono invece alle individualità un peso maggiore. Neanche gli interessi nazionali potrebbero essere definiti “a priori”, ma risulterebbero invece da un processo di elaborazione cui concorrono politici, tecnostrutture specializzate, accademia ed opinione pubblica.

Anche per questo motivo il susseguirsi degli eventi sarebbe costellato di errori e fallimenti, che non sarebbero tanto ascrivibili a sistemi più o meno strutturati, quanto all’inadeguatezza dei dirigenti politici del momento.

Di tanto in tanto, inoltre, paradigmi differenti si scontrano ed è spesso da queste circostanze che sorgono i cambiamenti di prospettiva e le difficoltà d’interpretare la linea di marcia di interi paesi.

Nel 2000, uno studioso americano, Walter Russell Mead, spiegò in un libro in forte anticipo sui tempi - tradotto anche in italiano con il titolo “Il serpente e la colomba” - come la politica estera degli Stati Uniti non riflettesse un impulso unitario e coerente, ma fosse invece il risultato mutevole dell’avvicendarsi nel tempo di pulsioni ideologicamente differenti.

Il comportamento internazionale degli Stati Uniti sarebbe quindi imprevedibile nel lungo periodo, pur essendo finalizzato al perseguimento degli interessi nazionali identificati dalle élites su mandato popolare.

Le personalità dei leader e i loro programmi non sarebbero quindi irrilevanti, ma variabili decisive dell’equazione, da studiare conseguentemente con grande attenzione. Nixon non somigliò a Kennedy e Reagan fu profondamente diverso da Carter. A volte, i singoli plasmano un’epoca ed imprimono svolte.

La riflessione si applica ovviamente all’attuale momento di transizione in atto a Washington, che sembra comportare un’ulteriore ridefinizione del rapporto tra l’America e le altre maggiori potenze del pianeta.

È certamente presto per archiviare l’elemento di novità portato da Trump sulla scena politica americana. Il magnate newyorkese ha perso le elezioni, ma la parte di popolazione che lo ha sostenuto non è stata cancellata dalla sua sconfitta ed è forse forte come mai prima. Tuttavia, Biden ha prevalso e soprattutto ha vinto chiedendo esplicitamente il consenso a tornare a politiche più tradizionali.

Alcuni fattori di forte discontinuità sono già emersi, perché stanno trovando manifestazione evidente in concrete scelte di politica estera. Altri si definiranno probabilmente in seguito. Cosa possiamo aspettarci?

Trump pose al centro della propria azione la restaurazione del rispetto delle sovranità nazionali, inteso nella sua accezione più ampia, attiva e passiva. L’America avrebbe chiesto al mondo di non condizionarne le scelte, ad esempio imponendole obblighi per combattere il cambiamento climatico, ma si sarebbe anche impegnata a non influenzare la politica interna di qualsiasi altro Stato.

Ad ogni paese, aveva affermato il tycoon sia in patria che all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, doveva essere riconosciuto il diritto di preoccuparsi dei propri interessi e perseguirli, ovviamente fino al punto in cui questo non avesse pregiudicato il corrispondente diritto degli altri. L’America non avrebbe detto a nessuno come governarsi o quale religione professare, anche se si sarebbe riservata la facoltà di esercitare pressioni per correggere politiche estere divergenti rispetto alle sue.

Praticamente, Trump aveva in questo modo rigettato la gran parte del discorso pubblico del suo paese, basato sin dai tempi di Woodrow Wilson sul desiderio di migliorare il pianeta esportando i principi fondamentali dell’ordinamento liberale statunitense. E si era trattato di un momento di rottura rispetto ad una consolidata tradizione, nei confronti della quale erano sorte non poche resistenze, persino all’interno dell’amministrazione che il magnate dirigeva.

Non tutti gli uomini e le donne che Trump aveva chiamato ad eseguire le proprie politiche erano in realtà in sintonia con il Presidente, che non a caso alla fine aveva avocato a sé la gestione dei dossier più sensibili, fra i quali quello delicatissimo dei rapporti con la Russia.

Rispettare le sovranità era funzionale anche ad un progetto di stabilizzazione da sviluppare ad ampio raggio, del quale i cosiddetti accordi di Abramo raggiunti in Medio Oriente erano probabilmente solo il primo passo.

Per quanto Biden si trovi nello Studio Ovale soltanto da pochi giorni, è forte la sensazione che il progetto trumpiano sia stato completamente abbandonato, in favore di uno che contempla come un rischio accettabile la destabilizzazione dell’ordine esistente.

Quanto è avvenuto in Russia in seguito al ritorno di Aleksej Navalny lo mostra con grande evidenza. Stando a quanto si è appreso dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, durante la prima conversazione telefonica intercorsa con il presidente Vladimir Putin, Biden avrebbe stigmatizzato il tentativo di avvelenamento del blogger, il suo arresto al momento del rimpatrio e le violenze verificatesi alle dimostrazioni indette per ottenerne la liberazione.

Poco prima di questo contatto, la diplomazia russa aveva lamentato come una forma di sostegno indiretto alle proteste la circostanza che sul sito dell’ambasciata statunitense a Mosca fossero stati pubblicati luoghi ed orari delle principali manifestazioni in favore di Navalny.

È quindi palese che un cardine della politica estera trumpiana è già venuto clamorosamente meno. Per quanto Mike Pompeo avesse spesso criticato con forza il comportamento tenuto sul versante interno da alcuni importanti interlocutori degli Stati Uniti, Trump aveva sempre cercato di astenersi dalle forme più invasive di interferenza nella sovranità nazionale altrui.

Durante la sua telefonata a Putin, Biden avrebbe esplicitato anche alcune linee rosse alle quali la Russia dovrebbe attenersi nei confronti dell’Ucraina.

Più o meno nelle stesse ore, veniva annunciato il blocco temporaneo alle forniture di materiali d’armamento destinate all’Arabia Saudita e si provvedeva a riaprire un canale di comunicazione tra Washington e l’Autorità Nazionale Palestinese, mentre la stampa liberal americana riprendeva a censurare il comportamento dei militari egiziani.

Peraltro, nelle stesse ore Biden ha dato anche il proprio via libera al rinnovo del Trattato Start, che era in scadenza e al quale Trump sembrava intenzionato a rinunciare qualora non avesse coinvolto anche la Repubblica Popolare Cinese.

Proprio la futura politica nei confronti di Pechino rimane ancora da chiarire, per quanto se ne intravedano già alcune componenti.

Si moltiplicano infatti i segni della volontà della nuova amministrazione di confermare l’orientamento della precedente a contenerne l’ascesa. La pressione militare americana nei Mari Cinesi pare in procinto di aumentare. I rilievi di Washington sul versante del mancato rispetto dei diritti umani nello Xinjiang si intensificano. La richiesta di indagini approfondite sulle origini del Covid è stata rinnovata.

Tutto andrebbe quindi nella direzione di una riproposizione del “doppio containment” ai danni di Russia e Cina che fu la cifra dello scorcio conclusivo della presidenza Obama. Resta però un elemento ancora in bilico. Nulla si sa delle intenzioni di Biden sul versante commerciale.

La Yellen, che ha assunto un ruolo di primo piano nella nuova amministrazione, si oppone al nazionalismo economico e molti stakeholders che hanno sostenuto il candidato democratico alla Casa Bianca sono interessati alla rimozione degli ostacoli tariffari introdotti da Trump tanto per indurre Pechino a trattare sul riequilibrio degli scambi reciproci, quanto probabilmente per rallentarne lo sviluppo a lungo termine.

La stessa BlackRock che ha dato diversi manager alla squadra di Biden sta suggerendo neanche troppo velatamente di tornare ad investire nella Repubblica Popolare. La sensazione è che l’idea di un decoupling verrà archiviata e che nei rapporti con Pechino l’America sia di fatto disponibile a compromessi.

Ci attende probabilmente una miscela di narrazione aggressiva, iniziative militari e distensione economica da parte degli Stati Uniti. Vedremo con quali risultati.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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