12:25 01 Marzo 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
224
Seguici su

A dispetto della brillante tattica che gli aveva consentito di sopravvivere alla prova del doppio voto di fiducia tra il 18 e il 19 gennaio, Conte ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di sostenere a breve un altro esame ad alto rischio, che avrebbe riguardato l’approvazione della politica seguita dal suo gabinetto in materia di giustizia.

Conseguentemente, il 26 gennaio ha riunito il suo governo e si è recato al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni. Con la consueta formula di rito, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, le ha accolte con riserva, pregando il Presidente del Consiglio di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti.

La crisi quindi non è rientrata, ma si è invece ulteriormente approfondita. Ed è ora anche formalmente aperta. Seguendo antiche consuetudini, adesso si svolgeranno delle consultazioni, la cui durata è al momento imprevedibile. Le delegazioni dei partiti e, in qualche caso, quelle congiunte espresse dalle coalizioni formate da alcuni di essi, si recheranno dal Presidente della Repubblica per illustrare i propri punti di vista.

In queste circostanze, è normale che ciascun attore coinvolto cerchi di coprire al massimo i propri obiettivi e tenti di comprendere le strategie delle controparti per capire fino a che punto ci si possa spingere e quanto si possa ottenere nelle successive fasi delle trattative.

Di questi giochi è parte stesso Capo dello Stato italiano, che ovviamente ha una propria visione delle cose, dei problemi da risolvere e di come affrontarli, oltre che il preciso dovere costituzionale di provare a dare al paese un nuovo governo, possibilmente solido.

Esistono imperativi di carattere internazionale che difficilmente potranno essere ignorati durante il negoziato. Non vi è dubbio che quello più immediatamente evidente sia la necessità di varare un Recovery Plan che le autorità europee possano accettare, al fine di dare all’Italia le ingenti risorse che le sono state promesse - 209 miliardi di euro – cui almeno Renzi vorrebbe aggiungere anche i soldi messi a disposizione con il Mes.

Ma peserà anche la volontà da parte di alcuni attori di primo piano del sistema politico italiano di allineare il Bel Paese ai nuovi equilibri emersi a Washington in seguito alla sconfitta di Trump ed alle lacerazioni che ne sono seguite.

Le sensibilità in America sono più acute di un tempo anche a causa del clima da guerra civile strisciante in cui si è perfezionata la transizione tra l’amministrazione entrante e quella uscente. Ed è già chiaro che l’agenda dei progressisti appena tornati al potere è ambiziosa. È altresì prevedibile che esigerà un certo grado di convergenza con quella degli alleati storici degli Stati Uniti. 

La combinazione dei requisiti permette già di stabilire alcune caratteristiche che il futuro inquilino di Palazzo Chigi dovrà essere in grado di garantire. Gli sarà richiesta una forte professione di fede europeista e una naturale propensione ad assecondare ogni aspetto dell’agenda di Biden, anche quelli più difficili da digerire.

L’amministrazione Biden ha già optato per una linea più aggressiva nei confronti della Federazione Russa e sembra intenzionata per il momento anche a mantenere l’approccio ruvido adottato da Trump nei riguardi della Cina, cui l’Italia si è notevolmente aperta, aderendo al progetto delle nuove vie della seta mentre continuava a cercare di mantenere aperto il dialogo con il Cremlino.

Non va dimenticato a questo proposito come durante il mandato del Conte II, appena conclusosi, sia stato riattivato il format bilaterale Esteri-Difesa italo-russo – solo la Francia aveva fatto altrettanto - e sia stato consentito ad un contingente militar-sanitario proveniente da Mosca di prestare soccorso alle popolazioni di Bergamo e Brescia investite dalla furia del Covid-19.

Questi esercizi sono stati possibili anche perché negli Stati Uniti c’era ancora Trump. L’aria è però cambiata ed è probabile che l’adesione ad un atlantismo meno flessibile e più intransigente torni a pesare parecchio, proprio come dieci anni fa, quando ad un Silvio Berlusconi di cui l’amministrazione Obama non si fidava subentrò un governo in cui gli Esteri e la Difesa furono affidati rispettivamente all’ambasciatore d’Italia a Washington e al chairman del Comitato Militare della Nato.

La persona che andrà a Palazzo Chigi dovrà anche essere in grado di trattare in sede europea con autorevolezza maggiore rispetto a quella dimostrata negli ultimi mesi, se possibile con una conoscenza più approfondita dei dossier che decideranno dell’assegnazione effettiva di quei fondi di cui l’Italia ha bisogno per provare a ripartire.

Non è detto che a questi requisiti complessi si riesca a trovare una risposta ottimale. Anzi, è più che lecito dubitarne, anche perché sui negoziati influirà senza dubbio un ulteriore e non meno importante fattore, di natura invece più spiccatamente interna: tra un anno, terminerà il settennato di Sergio Mattarella ed è più che verosimile che sul processo di formazione del nuovo governo peseranno anche le strategie messe in campo dai partiti in vista della conquista del Quirinale.

La magistratura più elevata della Repubblica Italiana è molto ambita anche perché stabile. Si è eletti per sette anni durante i quali si è al riparo dal rapido mutare delle maggioranze parlamentari.

Il consenso emergente tra le forze moderate di centro-sinistra è che sulla scelta del futuro Capo dello Stato italiano non debbano avere voce i partiti più conservatori come la Lega e i Fratelli d’Italia, che i sondaggi accreditano di forti consensi. Di qui, la necessità condivisa da una maggioranza sostanziale di parlamentari di scongiurare ad ogni costo il ricorso alle urne.

Probabilmente si esploreranno percorsi per allargare la maggioranza che ha sostenuto nell’ultima settimana Giuseppe Conte, magari ricomprendendovi Forza Italia e, forse, anche l’Udc, se riuscirà a sopravvivere all’inchiesta che ha colpito il suo leader, oltre naturalmente ai renziani. Potranno essere cooptati anche ulteriori transfughi, che saranno incoraggiati a costituirsi in un proprio partito.

Questa sarà la base da cui si partirà per dilatare il consenso parlamentare del nuovo governo. Se i risultati saranno convincenti, potrebbe essere chiamato a guidarlo anche una personalità come Dario Franceschini: democratico, europeista e sicuramente ben accetto ai progressisti americani, che se non altro lo ricordano per il fatto di aver portato in giro per le rovine di Roma antica l’allora Presidente Barack Obama.

Di lui, si inizia a parlare. Franceschini è da tempo anche un solido candidato per la successione a Mattarella, rispetto al quale rappresenterebbe senza dubbio un fattore di continuità dal punto di vista degli equilibri politici interni. In Europa, tuttavia, non sarebbe probabilmente solido come Mario Draghi, che è l’alternativa naturale, ma il cui arrivo a Palazzo Chigi richiederebbe un’operazione politica più ampia, quella del cosiddetto “governissimo”.

È possibile anche immaginare un’evoluzione della situazione per approssimazioni successive verso l’equilibrio finale. Magari coinvolgendo l’ex banchiere centrale europeo anche in un esecutivo diretto da Franceschini o chi per lui. Sembrerebbe un approccio razionale. Proprio per questo, non è detto che sia quello destinato a prevalere.

Molto dipenderà in concreto dal gioco di azioni e reazioni delle prossime ore e dei prossimi giorni, che potrà incanalare la soluzione della crisi anche verso sponde inattese.

Nel marzo del 2018 nessuno avrebbe pronosticato la nascita di un governo formato da ministri leghisti e pentastellati ed ancor meno che a questo ne potesse poi subentrare dopo poco più di un anno un altro, questa volta composto da personalità dei Cinque Stelle e del Pd. Eppure è successo.

Certo, da allora il mondo è cambiato, e non per aspetti secondari, che sono destinati a rappresentare altrettanti condizionamenti. Ma il sistema italiano è davvero molto elastico, così come lo è lo stesso Conte. Le sorprese restano in agguato.

Sembra tuttavia improbabile che da situazioni arrangiate per accomodare esigenze puramente interne, indipendentemente dalla realtà del contesto internazionale, possa giungere una soluzione a lungo termine per l’Italia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook