12:12 07 Maggio 2021
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Mentre l’Europa combatte un’autentica guerra per i vaccini con i propri alleati e con le aziende farmaceutiche accusate di aver tradito gli accordi sulle forniture dirottandole negli Usa o in Inghilterra il vaccino russo vede salire le sue quotazioni. E s’appresta ad entrare a pieno titolo in tutta l’Unione Europea.

Prima era sicuramente inadeguato. Poi è diventato potenzialmente pericoloso. Salvo risultare, in seguito, semplicemente incerto e rivelarsi, infine, una possibile risorsa di cui, parola di Angela Merkel, neppure l’Europa potrà fare a meno. La parabola di Sputnik V, il vaccino messo a punto nei laboratori Gamaleya di Mosca, è l’allegra metafora dell’atteggiamento occidentale nei confronti della Russia. Un atteggiamento improntato, troppo spesso, ad ostilità e diffidenze pregiudiziali. Ostilità e diffidenze così spiccate da oscurare persino la capacità di giudizio di studiosi e ricercatori ai quali spetterebbe l’obbligo d’attendere i dati scientifici prima di sputar sentenze.

“Abbiamo una sola possibilità di far buona impressione al primo colpo, se la Russia taglia i tempi nella corsa al vaccino causando un inutile avversità questo potrebbe erodere una fiducia già assai fragile” sentenziava lo scorso agosto Heidi Larson - direttrice del Vaccine Confidence Project e docente di Medicina e Igiene Tropicale alla London School - dando per scontata l’infondatezza degli annunci russi sull’efficacia di Sputnik V.

Dubbi e pregiudizi spazzati via, solo 4 mesi dopo, dai test clinici che hanno attribuito al vaccino russo un’efficacia del 91,4 per cento. E, ancor più, dalla decisione di molti paesi dall’India al Pakistan, dall’Argentina al Messico, per arrivare al caso europeo dell’Ungheria, di affidarsi a Sputnik V. E così mentre Sputnik V si conquista con i fatti l’affidabilità negatale in via pregiudiziale l’Europa si ritrova a dover rivedere le diffidenze nei confronti della Russia. Una diffidenza abnorme rispetto all’ingenuità nel realizzare le insidie provenienti, invece, dall’interno del proprio sistema politico-economico. Per comprenderlo basta allargare la parabola di Sputnik V ai vaccini prodotti da quelle aziende farmaceutiche considerate da Bruxelles i soli alleati nella lotta alla pandemia. Alleati sospettati oggi di potenziale tradimento e accusati di non aver rispettato gli accordi sulle forniture del vaccino per mere questioni d’interesse. Tanto da indurre la Merkel ad un dietrofront capace di spingere l’intera Europa ad utilizzare il vaccino russo.

“Al di là di differenze politiche che restano ampie possiamo tuttavia lavorare assieme in campo pandemico e umanitario - ha detto lo scorso 20 gennaio la Merkel offrendo l’appoggio della Germania per garantire a Sputnik V la convalida dell’Ema e arrivando a ipotizzare persino una “produzione e un utilizzo congiunto”.

Per comprendere l’harakiri europeo e il dietrofront della Cancelliera bisogna tornare allo scorso giugno. In quel mese la Commissione Europea guidata da Ursula Von der Leyen decide di svolgere un ruolo guida nella ricerca vaccinale mettendo mano all’Esi (Emergency Support Instrument) — un fondo di emergenza di Bruxelles con dotazioni da oltre 2 miliardi e 700 milioni. Grazie a quei fondi vengono stretti accordi con Pfizer, Moderna, Astra Zeneca e altre tre grandi aziende farmaceutiche (Sanofi, Johnson & Johnson e CureVac) che prevedono finanziamenti alla ricerca in cambio di forniture a prezzo contenuto una volta approvati i vaccini. Si tratta di contratti al buio e basati sulla fiducia visto che all’atto della firma e del via ai finanziamenti l’Europa non sa ancora quali dei sei progetti arriveranno a compimento. Proprio in virtù di questi finanziamenti al buio i contratti - seppur segreti - dovrebbero garantire all’Unione Europea forniture costanti e regolari anche in presenza di acquirenti pronti a offrire condizioni d’acquisto più vantaggiose. Ma alla resa dei conti succede esattamente il contrario.

Le aziende pagate in anticipo con i soldi dei contribuenti europei una volta ottenuto il vaccino non solo non rispettano gli accordi, ma tradiscono l’Europa con alcuni dei suoi potenziali alleati. Pfizer riduce del 29 per cento le forniture ai paesi europei, ma non nega una sola dose a Israele e si guarda bene dal rifiutare la sua collaborazione ad un Joe Biden che promette cento milioni di inoculazioni nei suoi primi 100 giorni di mandato. Con Astra Zeneca - incaricata di garantire 80 milioni di dosi entro fine marzo - non va molto meglio. L’azienda inglese in prima linea nella campagna di vaccinazioni britanniche ha già comunicato di poter garantire solo 31 milioni di dosi per il primo trimestre. Un taglio di ben 51 milioni di dosi che stando a quanto si sospetta a Bruxelles potrebbe esser stato messo a disposizione del governo di Londra.

Insomma mentre l’Europa combatte un’autentica guerra per i vaccini contro i propri alleati e contro le aziende pagate per difenderla dalla pandemia la salvezza potrebbe alla fine arrivare solo grazie al tanto biasimato e criticato vaccino russo. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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