12:18 01 Marzo 2021
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Il 13 gennaio scorso le difficoltà politiche che affliggono il governo Conte si sono sensibilmente aggravate in seguito alla scelta dell’ex premier Matteo Renzi di ritirare dalla compagine ministeriale la delegazione del proprio partito, Italia Viva, nato per scissione dal Pd.

Il senatore di Rignano ha spiegato con dovizia di motivazioni le ragioni della sua mossa, facendo riferimento ad una serie di nodi irrisolti di rilevante sostanza politica.

In particolare, Renzi ha menzionato la sopraggiunta necessità per l’Italia di chiedere all’Unione Europea anche le risorse messe a disposizione degli Stati membri per fronteggiare l’emergenza pandemica, lamentando altresì la mancanza di concertazione sui contenuti del Recovery Plan da sottoporre alle autorità brussellesi per ottenere i 209 miliardi di euro promessi al Bel Paese.

Di maggior significato paiono però due punti ulteriori sollevati dal leader di Italia Viva, anche perché aiutano a comprendere meglio il calcolo in base al quale Renzi si è presumibilmente attivato.

In primo luogo, l’ex premier ha contestato a quello in carica la circostanza di non aver delegato le funzioni di indirizzo e controllo sui servizi d’informazione e sicurezza, mantenendone pienamente la titolarità, come peraltro prima di lui aveva fatto ai suoi tempi anche Paolo Gentiloni.

Secondariamente, Renzi ha criticato aspramente Conte per non aver preso le distanze da Donald Trump dopo l’assalto al Congresso americano del 6 gennaio scorso.

In entrambi i casi, le questioni poste sul tappeto concernono in senso lato il posizionamento dell’Italia sullo scacchiere internazionale e quello specifico del governo Conte nello scontro che ha lacerato l’America nello scorcio finale del mandato di Trump.

In sintesi, mentre mancavano ancora sette giorni al formale insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca e Giuseppe Conte cercava di mantenere la stessa equidistanza tra gli schieramenti osservata da Trump nei confronti delle vicende della politica interna italiana, Renzi ha tentato di precipitare una presa di distanza dal tycoon che avrebbe allineato più rapidamente l’Italia al cambiamento di equilibrio verificatosi negli Stati Uniti.

La circostanza è stata colta da diversi osservatori, che hanno ricondotto alla stessa matrice anche l’attacco portato da Renzi alla gestione della politica di sicurezza nazionale da parte del premier, contestandole tra l’altro l’accesso diretto ai vertici dei servizi segreti di Roma concesso all’attorney general americano William Barr allorquando questi cercava le prove del coinvolgimento dell’Italia nella fabbricazione del cosiddetto “Russiagate”.

Renzi ha comunicato la sua nuova linea utilizzando un doppio registro. Uno, rivolto alla platea interna, basato sulla rivendicazione di spazi maggiori nella gestione del potere e nella definizione delle politiche, e l’altro, più importante, pensato invece in funzione di un selezionato gruppo di destinatari americani.

Secondo questa linea interpretativa, l’ex sindaco di Firenze potrebbe aver abbandonato il governo Conte per accreditarsi presso la nuova amministrazione statunitense e dimostrare la valenza dei propri collegamenti con il mondo liberal d’Oltreoceano.

Avrebbe quindi agito da battistrada, ben sapendo di non poter vincere la battaglia da solo, ma sperando di agevolare l’ingresso sulla scena di nuovi attori, più adeguati ad assumere la guida dell’Italia nelle nuove circostanze create dalla pandemia e dagli esiti del voto americano.

La risposta del Presidente del Consiglio è stata tatticamente impeccabile. Ha agitato lo spettro delle elezioni anticipate, che cancellerebbero il piccolo partito di Renzi ed altre formazioni minori dal Parlamento, ed ha chiesto la fiducia alle Camere, offrendo la rinuncia al controllo diretto sui servizi e promettendo anche una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. In pratica, bastone e carota.

È così riuscito a rimanere in sella, anche se i numeri al Senato hanno rivelato tutta la precarietà della posizione in cui il governo Conte si trova, con soli 156 voti disponibili, tre dei quali giunti da senatori a vita che non partecipano continuativamente alle attività delle commissioni e dell’assemblea di Palazzo Madama, a fronte di una maggioranza richiesta di 161 e 16 renziani che si sono astenuti.

Il premier sembra aver conservato il sostegno del Presidente della Repubblica, che tuttavia gli avrebbe raccomandato di provare ad allargare le basi parlamentari di appoggio al governo. Vedremo come andrà a finire. Per il momento, Conte ha onorato la promessa fatta alle Camere di delegare l’autorità sull’intelligence. Ma il suo conferimento all’ambasciatore Benassi, suo consigliere diplomatico, è stata letta da tutti come uno schiaffo a Renzi.

Qualcuno spera ancora in una ricucitura, ma sembra improbabile che possa avvenire a buon mercato dopo quest’ultima umiliazione. Ulteriori ostacoli sono giunti in seguito al coinvolgimento in una pesante inchiesta giudiziaria del leader di una forza politica che si voleva cooptare nella maggioranza: Lorenzo Cesa dell’Unione di Centro.

Si rinnovano invece gli appelli ad esplorare una strada diversa, quella di intese più larghe che modificherebbero la natura politica della stessa maggioranza. È il percorso che invocano i renziani ed al quale ha aperto anche Silvio Berlusconi, mentre sullo sfondo si rinforzano le voci riguardanti la possibile frammentazione del Movimento Cinque Stelle, dal quale potrebbero separarsi Luigi Di Maio e lo stesso Conte, per dar vita a proprie formazioni.

Si stanno intensificando anche le allusioni alla possibile attribuzione di responsabilità politiche di primo piano all’ex Presidente della Banca Centrale Europea che, tuttavia, difficilmente le assumerebbe senza la garanzia di essere sostenuto un cartello veramente molto ampio di gruppi parlamentari.

Un eventuale incarico a Mario Draghi per la formazione di un nuovo governo soddisferebbe peraltro molte esigenze. Assicurerebbe una maggiore aderenza dell’Italia al quadro politico americano, come desiderato certamente da Matteo Renzi, rafforzerebbe la posizione negoziale del Bel Paese in Europa alla vigilia del giudizio dell’Ue sul Recovery Plan e garantirebbe anche la vicinanza al Vaticano di papa Francesco: ovvero, la proverbiale quadratura del cerchio.

Per quanto circolino a Roma anche altri nomi, nessuno sembrerebbe in grado di tutelare interessi così forti ed importanti come quelli che Draghi può interpretare.

Naturalmente, non mancano coloro per i quali questa prospettiva costituisce un incubo, temendo in particolare che l’ex banchiere centrale europeo, una volta stato a Palazzo Chigi, divenga un candidato imbattibile anche per la successione a Sergio Mattarella.

Per quanto molti elementi convergano nel far ritenere probabile l’entrata in scena di Draghi ad un dato imprecisato momento futuro, non si può quindi ancora concludere che sia inevitabilmente il prossimo Presidente del Consiglio.

La sensazione, tuttavia, è che la crisi politica italiana continuerà ad avvitarsi finché non si arriverà ad una soluzione che passa attraverso il conferimento della guida del governo proprio a lui.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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