13:43 14 Maggio 2021
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Non si può pretendere che l’avvocato Giuseppe Conte, casualmente Presidente del Consiglio in ben tre Governi, sappia anche di politica internazionale. Non ci si può stupire, quindi, se nei suoi discorsi alla Camera e al Senato abbia parlato di Europa, di Stati Uniti e di Cina in modo piuttosto sconclusionato.

D’altra parte la sua esigenza era di stendere una rete la più grande possibile per riuscire a raccogliere il massimo dei consensi ed era, in un certo senso, “costretto” a dare un contentino a tutti i componenti della sua eterogenea coalizione e invogliare qualche “responsabile”. Il colmo l’ha però raggiunto nel lasciare intendere che l’Italia, o meglio il suo Governo, avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione tra il “nostro alleato principale”, gli USA, e la Cina, verso cui lui guarda con amicizia e spirito di grande collaborazione.

Se la sua non fosse soltanto una battuta da considerarsi una di quelle affermazioni che i politici dispiegano a larghe mani ben sapendo che saranno presto dimenticate, ci sarebbe da preoccuparsi sulla effettiva capacità di lettura della realtà da parte di chi attualmente guida il nostro Paese.

Il confronto in essere tra Cina e Stati Uniti non è un litigio tra innamorati e nemmeno il frutto di una temporanea incomprensione. Ciò che c’è in gioco è il ruolo di prima potenza del mondo e non rientra certo nelle possibilità di un traballante governo italiano il poter giocare un ruolo di qualche peso in questo contesto.

L’ascesa della Cina fu sempre vista da Washington come una sfida economica e strategica. Durante la presidenza Clinton qualche ingenuo analista americano predicava che il suo sviluppo economico avrebbe necessariamente portato con sé un processo di democratizzazione ma i più avveduti non si facevano illusione. Sapevano che il Partito Comunista Cinese non ha mai avuto alcuna intenzione di rinunciare al controllo totale del Paese e che alla liberalizzazione economica, comunque parziale, non sarebbe mai seguita quella politica.

Tuttavia, un mercato potenzialmente immenso di più di un miliardo di persone desiderose di migliorare il proprio standard di vita faceva gola ai businessmen americani ed europei ed era impossibile per qualunque governo occidentale resistere alle pressioni verso quell’apertura che aziende e analisti superficiali chiedevano. Dal punto di vista strettamente politico era altresì chiaro che si rendeva necessaria una qualche forma di collaborazione con un tale gigante su temi di comune interesse quali la proliferazione nucleare (la Cina è da molti anni, ben prima delle trasformazioni in atto, una potenza nucleare), il terrorismo, la stabilità finanziaria mondiale, le minacce epidemiologiche e ambientali ecc.

Man mano che l’economia americana si integrava con quella cinese con parziali delocalizzazioni (vedi produzione di componenti) grazie al bassissimo costo della manodopera e all’assenza di qualunque tipo di vincolo sindacale, diventava sempre più difficile per qualunque amministrazione americana riuscire a controllare che la crescita economica di quel Paese non si trasformasse anche in una rivalità militare e politica. Obama cercò di “contenere” la Cina senza ricorrere ad atti dichiaratamente ostili e lanciò il progetto del Trans Pacific Partnership. La sua idea fu di creare, con la guida degli Stati Uniti, un mercato del Pacifico sufficientemente grande e coeso da poter imporre procedure, condizioni e regole tali da obbligare la Cina ad adeguarvisi o rimanerne esclusa.

Trump rifiutò, tuttavia, di fare ratificare l’accordo raggiunto con altri undici importanti economie dell’area e decise di giocare contro la Cina a carte più scoperte. A suo favore si schierarono la classe media americana e molte industrie che avevano cominciato a soffrire pesantemente della distorsione sul mercato interno e internazionale causata dalle aziende cinesi e dalla loro capacità di esportare ovunque a basso costo. Pechino, anche grazie alle aperture di Clinton, era entrata nel WTO impegnandosi a rispettarne le regole ma, ben presto, a Washington si resero conto che intendeva soltanto approfittare dei benefici che ne derivavano.

Gli aiuti di Stati, gli ostacoli e le condizioni poste all’insediamento di aziende straniere, la manipolazione del valore dello Yuan e il supporto del governo cinese al furto delle proprietà intellettuali avevano modificato l’atteggiamento di molti businessmen e della classe politica a stelle e strisce. Anche le forze armate americane, sia la marina che l’aviazione, avevano cominciato a percepire l’erosione del loro vantaggio tecnologico nei confronti di chi, in modo sempre più palese, stava diventando un pericoloso concorrente.

Dubbi sulla capacità e la volontà americana di garantire una adeguata “protezione” erano cominciati a nascere e a farsi strada anche tra i molti alleati dell’area e i campi di concentramento nello Xinjiang e la recente repressione su Hong Kong non potevano che cancellare il residuo ottimismo in merito a una possibile democratizzazione della Cina.

Seguendo il suggerimento di Deng Xiao Ping che aveva predicato l’understatement, Pechino aveva sempre negato desideri espansionistici e, fino a un certo momento, mentre accentuava il proprio sviluppo aveva puntato sulle divisioni economiche e politiche all’interno degli Stati Uniti per guadagnare tempo. L’arrivo al potere di Xi Jinping e l’atteggiamento dell’ultimo Presidente degli Stati Uniti hanno però convinto definitivamente il Governo cinese a venire allo scoperto.

D’altra parte, a Pechino si era costantemente pensato che Washington avesse sempre cercato di far di tutto per impedire la crescita della Cina. Su entrambe le coste del Pacifico il nazionalismo ha ormai raggiunto strati sempre più vasti della popolazione e entrambi i governi hanno tutto l’interesse a incoraggiarlo per rafforzare il proprio consenso da parte delle rispettive popolazioni.

Biden sta ereditando questa situazione che, volente o nolente, non potrà modificare. Naturalmente, appena le condizioni interne glielo consentiranno, rilancerà l’ipotesi di nuove negoziazioni e accetterà l’idea teorica del multilateralismo. Non potrà però, nei fatti, spingersi troppo avanti su questa strada perché sarà costretto a fare i conti da un lato con la domanda interna di protezionismo e, dall’altro, a rassicurare i Paesi alleati nell’area in merito alla volontà e la capacità americana di garantire la loro sicurezza strategica e commerciale. Non gli sarà possibile sorvolare sul problema dei diritti umani o far finta di non vedere i contenziosi che Pechino ha con alcuni alleati degli USA in merito alle aree di mare contese.

Biden potrà cercare di ridurre qualche tariffa doganale sulle merci cinesi per non urtare la sensibilità e i desideri dei consumatori americani, ma da Pechino non riuscirà a ottenere molto in cambio. Anche le questioni che riguardano la gara per la supremazia tecnologica o la tutela della proprietà intellettuale non saranno temi sui quali sarà facile trovare un accomodamento reale con la Cina. Il Paese del Dragone fingerà di essere disponibile a qualunque accordo ma, nei fatti, non rinuncerà mai alla propria strategia.

Biden o non Biden, Xi o non XI, la domanda che resta sul tavolo è se, e su quale punto, i due Paesi riusciranno a trovare il giusto equilibrio tra una competizione strategica e la guerra.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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