01:00 06 Marzo 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
11317
Seguici su

Dal 20 gennaio Joseph Robinette Biden junior sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti ed è opportuno, dunque, cercare di capire cosa cambierà nella politica americana da quella data in poi.

Contrariamente alle aspettative di molti, la sostanza e gli obiettivi della politica estera americana non vedranno grandi cambiamenti.

Certamente nella forma tutto sarà diverso e Biden cambierà lo stile, il modo di approcciarsi verso gli alleati, verso le istituzioni multilaterali e nei confronti della globalizzazione dei mercati.

Ciò che rimarrò immutato sarà l’obiettivo finale, comune a tutte le amministrazioni americane anche prima di Trump: la supremazia americana nel mondo deve continuare e Washington cercherà di impedire a chiunque di poterla insidiare.

Europa, NATO, Russia

Una costante dell’approccio americano verso l’Europa è impedire con ogni mezzo la sua unità politica e,allo stesso modo, va ostacolato ogni possibile avvicinamento tra la stessa Europa e la Russia.

Durante la guerra fredda furono gli stessi USA a favorire la costruzione di un mercato comune nella parte occidentale del Vecchio Continente e ciò era funzionale alla contrapposizione all’impero sovietico. Scomparso quello, il rischio visto da Washington fu che l’Europa avrebbe potuto pensare che la “protezione” americana non fosse più necessaria e che potesse dar vita a una forza di difesa autonoma.

In realtà qualche europeo cominciò a parlarne e immaginò perfino la nascita di un “esercito europeo”, seppur soltanto sotto forma di una forza d’intervento rapido per situazioni di crisi internazionale. Il progetto fu immediatamente ridimensionato a causa della netta opposizione statunitense. Fu stabilito che qualunque forza armata europea non assumesse mai un’organizzazione di comando stabile e si coordinasse sempre con la NATO.

Agli inizi degli anni ’90 le istituzioni europee cominciarono a pensare fosse il momento di un “approfondimento”, nel senso che si rafforzassero le procedure unitarie e dalla semplice unione economica si passasse, gradualmente, a una unione politica. Cominciarono però le pressioni americane, sostenute dai britannici (e dall’avidità commerciale tedesca) verso un veloce “allargamento” che includesse gli ex Paesi europei dello scomparso Patto di Varsavia.

Fu subito evidente che procedere a nuovi ingressi prima di revisionare le istituzioni di Bruxelles significava abbandonare l’ipotesi di quell’approfondimento di cui si era parlato poiché i contrari non potevano che aumentare.

Oltre alla solita Gran Bretagna,soprattutto Polonia e Romania, oggetto di “particolari attenzioni” da parte americana rappresentavano l’ostacolo. Anche il “gruppo di Visegrad”, nato in tempi più recenti, difficilmente avrebbe vista la luce senza l’approvazione di Washington.

Tutte le amministrazioni d’oltreoceano, svanita con l’arrivo di Putin la possibilità di ridurre a “vassallo” la Russia, cominciarono poi a sottolineare la necessità di “contenerla” per evitare suoi (per quanto improbabili) desideri espansionistici a spese dei Paesi dell’est-europeo.

Ubbidienti, alcuni Paesi europei inventarono allora il“Partenariato Orientale” attraverso il quale l’UE mirava ad attirare nella propria orbita, in cambio di aiuti economici, tutti i Paesi che erano restati ancora troppo vicini a Mosca e ne subivano l’influenza.

© Sputnik . Ilya Pitalev
G20, incontro tra Putin e Trump ad Osaka

Lo scopo non dichiarato era, ed è, di creare ogni forma di ostacolo a una possibile collaborazione tra il gigante economico europeo (e in particolare la Germania) e la Russia. 

Il linguaggio di Biden

A differenza della grossolanità diplomatica di Trump e delle sue guerre economiche a 360 gradi, il linguaggio di Biden sarà molto rassicurante. Farà di tutto per ricordare ai partner europei che l’America è un alleato sicuro, che la NATO riconfermerà tutta la sua valenza e che gli USA ribadiranno la volontà di riconoscere il multilateralismo come metodo di dialogo internazionale.

Il nuovo Presidente deciderà anche il rientro nell’Accordo di Parigi, probabilmente nell’OMS, si riprometterà di poter ridare vita all’accordo con l’Iran sul nucleare e cercherà di rilanciare l’apparenza di un possibile dialogo con la Cina.

Tuttavia, le cose non cambieranno nella sostanza. Nonostante l’approccio che sarà formalmente più amichevole verso Bruxelles e Berlino, Biden continuerà ad opporsi al NorthStream II e continuerà nel cercare di rendere impossibile una distensione europea verso Mosca. Le diatribe sul deficit commerciale saranno affidate alla diplomazia ma, anche per le pressioni che gli arriveranno dall’economia interna, spingerà per ottenere una più favorevole perequazione.

Ritorsioni? Provi l’Europa tutta ad applicare una web tax su Google e similari, la bonomia scomparirà d’incanto. Purtroppo, ciò che né i repubblicani né i democratici sembrano avere ancora capito è che continuare a criminalizzare la Russia, sottoporla a sanzioni e proibire il farvi investimenti ha spinto Mosca, seppur riluttante, nelle braccia di Pechino e questa alleanza sarà il grande futuro problema per tutti gli occidentali.

E con la Cina cosa succedera?

A causa del cosiddetto Russiagate, Trump ha dovuto far retromarcia nelle sue intenzioni di aprire alla Russia e per Biden farlo con la Cina sarà ancora più difficile. Di là dagli affari che il figlio ha avuto con società cinesi controllate dallo Stato, la consapevolezza che Pechino rappresenti il vero grande pericolo alla supremazia americana è oramai diventata bipartisan e né il Congresso né il Senato permetteranno di dimenticarlo.

Probabilmente i colloqui riprenderanno, ma le questioni Hong Kong, Taiwan e Xinjiang resteranno sul tavolo come un ostacolo negoziale molto ingombrante, se non addirittura insuperabile.A ciò si aggiunge la gara tecnologica verso l’intelligenza artificiale e la domanda su chi controllerà il 5G.

L’interruzione dei rapporti economici tra i due Paesi ha delle forti controindicazioni ma le società americane che avevano investito in Cina si sono in gran parte già delocalizzate e chi vi fabbricava componenti ha cominciato a guardare verso Vietnam e Malesia. Da parte cinese è improbabile che Pechino voglia realmente mettere mano ai suoi comportamenti in merito agli aiuti di Stato e al rispetto della proprietà intellettuale, almeno per qualche anno ancora.

Il problema degli USA con la Cina non è solamente una questione di bilancia commerciale ma ha, piuttosto, carattere strettamente politico.

È per questo motivo che ogni ipotetico accordo sarà, tuttavia, scritto sulla sabbia. Se nella contrapposizione tra le due potenzel’Europa non avrà saputo trovare una voce unica che le consenta di partecipare a quel tavolo a parità di condizioni, finirà col diventare terra di conquista di entrambi.

Qualora si iniziasse una negoziazione tra Washington e Pechino, Biden cercherà all’inizio di coinvolgere gli europei, ma lo farà solo per avere un potere negoziale maggiore ed evitare di vedersi colpito alle spalle da un’intesa Cina-Europa (cosa che Trump aveva, per così dire, sottovalutato).Poi andrà avanti da solo.

Una nave cinese
© AFP 2021 / Bill Wechter
Una nave cinese

MEDIO ORIENTE E IRAN

Sarà impossibile per Biden recedere dalla decisione di Trump di trasferire l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, tanto più che su quell’area, grazie al genero Kushner, il Tycoon ha raggiunto l’unico vero successo della sua politica estera. Il fatto che Emirati, Bahrein e Kuwait abbiano riallacciato le relazioni diplomatiche con Israele rappresenta qualcosa che modifica tutta la situazione medio-orientale e non è nemmeno da escludere che anche l’Arabia Saudita possa seguire a breve la stessa strada (rapporti segreti si presume che esistano da molto tempo nonostante ufficialmente i due Stati restino ostili)

Molto più complicata è la questione iraniana. Sulla scia di quanto fatto da Obama, ci si aspetta che Biden rilanci la possibilità di rientrare nel JCPOA e di eliminare le sanzioni che hanno spinto Teheran a riprendere l’arricchimento dell’uranio. Un primo problema staràperò nel fatto che non esistono solo le sanzioni stabilite a suo tempo per la questione nucleare.

Prima di quelle, esistevano già sanzioni stabilite in varie circostanze da Reagan, da Clinton, dai due Bush a cui si erano aggiunte le ultime lanciate dallo stesso Trump (comprese quelle dette “secondarie” che colpiscono chiunque continui a fare affari con l’Iran).

Eliminarle tutte richiede la volontà del Congresso e procedure che non sono né brevi né semplici. Nonostante i democratici abbiano mantenuto la maggioranza del Congresso e abbiano parità di voti al Senato (il Vice presidente-democratico potrebbe fare la differenza ma si tratta di un solo voto) non è detto che l’eliminazione di tutte le sanzioni possa ottenere il consenso sufficiente tra i parlamentari. Va ricordato che alcune sono basate su accuse di terrorismo e il non rispetto dei diritti umani e molti democratici sono particolarmente sensibili a questi temi.

Oltre al problema interno americano, non si può sottovalutare che l’eventuale ripresa di negoziati susciterebbe una forte reazione negativa da parte di Israele e Arabia Saudita. Come bypassare l’azione delle lobby israeliana e saudita che mobiliteranno tutte le loro forze per impedire un nuovo accordo?

Inoltre,esistono problemi interni iraniani. Contrariamente a quanto gli osservatori superficiali credono, in Iran non esiste un potere monolitico. Se è vero che l’arbitro finale nella politica estera (e non solo) resta il Grande Ayatollah, anche lui deve fare i conti con forze intestine contrapposte. L’uscita degli USA dal JCPOA ha rafforzato i settori più conservatori che si sono sempre opposti alle intese e, in particolare, ha dato spazio alle Guardie Rivoluzionarie (IRGC).

Costoro tengono sotto scacco il Presidente Rohani e sembrano, almeno per ora, godere del supporto di Khamenei. Poiché nel giugno 2021 si terranno in Iran le elezioni presidenziali, è facile immaginare che riprendere o no i contatti con l’occidente sia uno degli argomenti del dibattito politico. È improbabile che a Teheran si sia veramente disposti a rinegoziare il trattato con l’intento di arrivare a un chiarimento definitivo prima di queste elezioni.

Se anche si ricominciasse a ridiscutere il JCPOA, torneranno a galla le questioni la cui assenza nell’accordo suscitò le maggiori contestazioni: l’interferenza di Teheran nella politica dei Paesi vicini, la presenza di forze militari iraniane non ufficiali in Iraq e in Siria e gli aiuti agli Houthi dello Yemen. Inoltre, il problema dellearmi missilistiche. Chi mai in Iran accetterà di fare marcia indietro su questi argomenti?

Per finire, non vanno sottovalutati gli interessi russi e cinesi nell’area. Entrambi hanno continuato a mantenere rapporti economici e politici con l’Iran nonostante le sanzioni americane. Qualora per Teheran fosse possibile riaprire le porte dei commerci con USA ed Europa, è probabile che questa diventi la strada preferita. Non ci sarebbe da stupirsi se Pechino e Moscanon faranno un passo per favorire la nascita di un nuovo JCPOA.

Comunque sia, per Biden sarà un cammino in salita.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook