02:45 19 Aprile 2021
Opinioni
URL abbreviato
Di
120
Seguici su

Il 2021 si è sfortunatamente aperto nel segno della continuità con l’anno che l’ha preceduto. D’altra parte, nessuna convenzione, tanto meno quella cui i nostri calendari danno forma, ha di per sé la forza che occorre a modificare la realtà e rimuovere i problemi.

 Il più grande fra quelli sul tappeto è e resta quello che ha costretto non solo l’Italia, ma il grosso dell’Europa a sopportare i numerosi divieti imposti dai governi per arginare la piaga del coronavirus non ancora domato.

C’è una grande amarezza in giro. Cupi risentimenti ed invidie che costituiscono un bersaglio molto attraente per imprenditori politici a caccia di facili successi.

Giova ricordare ancora una volta come le epidemie costituiscano un’emergenza sanitaria, mentre le strategie per contrastarle sono parte dell’arte di governo.

Analogamente, non spetta agli analisti di cose politiche rispondere a delicate questioni scientifiche che dividono anche la comunità degli esperti. Ricade invece nel loro campo di competenze la ricognizione dei trade off insiti in ciascuna opzione percorribile da chi si occupi del “bene comune”.

Ora sembra piuttosto evidente che stanno intervenendo dei cambiamenti nello scenario epidemiologico.

Non siamo più soltanto di fronte ad una seconda ondata: l’impennata dei contagi coincisa con la ripresa delle attività lavorative dopo l’estate era probabilmente sul punto di indebolirsi alla vigilia della pausa natalizia.

Lo prova anche la circostanza che l’Italia, fra i paesi più colpiti, avesse rimosso a metà dicembre buona parte delle limitazioni alla mobilità dei suoi cittadini, prima di dover far marcia indietro. È infatti apparsa una nuova minaccia, che ha indotto tutti a più miti consigli.

Di fronte al repentino deteriorarsi della situazione, le autorità italiane hanno velatamente accusato la gente di essersi comportata irresponsabilmente, invece di spiegare che le circostanze stavano modificandosi, facendo di un’intera nazione un capro espiatorio.

Si è trattato di un errore grossolano, non soltanto perché è scorretto che un governo getti la croce su chi ha soltanto cercato di ritornare alla normalità, tra l’altro aderendo all’invito delle autorità di sostenere con le proprie spese la ripresa delle attività economiche, ma anche perché questa volta molto verosimilmente non esistono colpe specifiche, imputabili a chicchessia.

Non siamo stati costretti a rimanere più a lungo in casa, in smart working o a studiare a distanza, dalla nostra imprudenza collettiva, al contrario di quanto si è voluto far credere, ma dall’apparizione di una nuova variante del virus, di cui forse non è stata adeguatamente comunicata la gravità. Almeno non dappertutto.

C’è una differenza profonda tra quanto è accaduto nella primavera del 2020 e persino nell’autunno scorso e quanto sta succedendo adesso. Paesi che avevano mantenuto aperte le scuole anche a fronte del drammatico montare di contagi e decessi, le stanno chiudendo più o meno improvvisamente.

Quasi ovunque sono state decretate nuove quarantene e la possibilità di muoversi attraverso le frontiere ha subìto gli effetti dell’imposizione di una serie impressionante di nuove regole, alle quali si sono sottratti davvero pochi paesi.

Gli italiani sono nervosi per le ragioni sbagliate. Rimproverano alla loro leadership l’incoerenza delle scelte e la loro imprevedibilità, che in realtà sono il frutto della risposta sempre tardiva alle trasformazioni di scenario, che si succedono come in un videogioco.

Ovviamente, pesano, e fortemente, molti limiti, che peraltro non riguardano il governo in carica, ma lo Stato italiano nel suo complesso e probabilmente la stessa cultura nazionale di cui è espressione: lo Stivale resta concentrato su sé stesso anche quando è coinvolto in sfide che vanno ben al di là dei suoi confini.

Il fatto che al contrario di marzo si riscontri ora una sostanziale convergenza di approccio da parte dei maggiori paesi europei induce a ritenere che al livello politico-strategico e di sicurezza nazionale siano state condivise informazioni sensibili, sulle quali ciascun esecutivo ha elaborato la propria risposta e anche la sua narrazione.

Ill Regno Unito, che è apparentemente l’epicentro del nuovo focolaio, è stato certamente il paese più drastico nel fronteggiare la nuova emergenza e anche quello complessivamente più trasparente nella propria comunicazione, avendo descritto all’opinione pubblica la natura della nuova minaccia.

In un intervento televisivo dai toni drammatici, il controverso premier Boris Johnson ha chiarito il 4 gennaio cosa stia davvero verificandosi: la mutazione del Covid-19 affiorata in Gran Bretagna sarebbe dal 40 al 70% più contagiosa di quella precedente e tale sua caratteristica esporrebbe il sistema sanitario britannico, di per sé già non particolarmente performante, al rischio del collasso.

 Agli inglesi è stato conseguentemente ordinato di chiudersi in casa fino a nuova disposizione. In taluni casi, per andare a fare la spesa occorrerà addirittura prenotarsi in anticipo, e non di ore ma di giorni. Ma a differenza degli italiani almeno sanno perché.

Il 5 gennaio la Germania ha comunicato a sua volta la proroga sino a febbraio del lockdown che investe stavolta anche le scuole, seppure dando meno enfasi all’annuncio.

Qual è allora il nodo politico-strategico vero? Finora la scelta è stata quella di contenere il panico a tutti i costi: una via condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha infatti lungamente esitato a classificare il Covid-19 come pandemia.

Sappiamo da Bob Woodward come persino Donald Trump fosse consapevole sin da gennaio di quanto grave fosse la minaccia rappresentata dal nuovo coronavirus ed avesse deciso dimitigare le reazioni dell’opinione pubblica.

Tutti hanno cercato di tranquillizzare come potevano il maggior numero di persone, al fine di evitare che assumessero comportamenti collettivamente assai controproducenti, confidando anche in un rapido superamento della fase acuta dell’emergenza.

È stata in quella fase una scelta razionale e, tutto sommato, adeguata. Con il tempo, però, questa strategia ha rivelato il suo limite maggiore. Ovunque sia stata adottata, infatti, ha comportato costi crescenti sulla credibilità delle istituzioni, con impatti variabili a seconda delle situazioni pre-esistenti.

La lunga durata del Covid-19 rischia di compromettere definitivamente questo bene pubblico essenziale. Forse è quindi bene pensarci sopra una seconda volta, prima di continuare ad aprire e chiudere ad intermittenza il paese: qual è il punto fino al quale si può sacrificare l’autorevolezza dello Stato all’esigenza di non spaventare troppo la gente? 

Davvero non c’è alternativa alla reiterazione delle accuse mosse all’uomo comune, che oltretutto erodono la coesione del corpo sociale, creando conflitti tra le persone che si comportano differentemente, spesso a causa di inderogabili esigenze private?

Sull’Italia aleggia lo spettro di una crisi di governo a breve. Si guarda già alla ricostruzione, malgrado l’azione distruttiva del morbo che ha colpito il pianeta non possa ancora considerarsi conclusa.

Si litiga per il controllo di alcune posizioni cruciali e sul modo migliore di spendere le risorse che l’Unione Europea elargirà, peraltro soltanto se verrà convinta a farlo da propositi ragionevoli, che sembrano latitare.

Probabilmente sarebbe invece più importante pensare ad un nuovo patto politico per gestire meglio il protrarsi della crisi sanitaria, evitando di continuare a rimproverare ingiustamente i cittadini italiani e somministrando loro non solo dei vaccini sicuri, ma anche dosi più consistenti di verità. La pazienza si sta esaurendo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook