22:40 15 Gennaio 2021
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La pandemia del Covid 19 ha messo in ginocchio le società, le imprese e le economie di tutti i Paesi, anche dei ventisette dell’Unione europea. Non intervenire in modo adeguato significherebbe la fine dell’Ue e una vera a propria catastrofe sanitaria, occupazionale e produttiva generalizzata.

Le ideologie, anche quelle ultraliberiste, sono state giustamente accantonate, almeno temporaneamente. A Bruxelles e a Francoforte non si parla più di rigore a tutti i costi, di condizioni fiscali e di riduzioni del debito pubblico difficilmente sostenibili.

D'altronde gli effetti sulle economie sono già molto pesanti. Per il 2020 il Fmi ha stimato una perdita del 4,4% di Pil a livello mondiale. L’impressionante cifra di 7.000 miliardi di dollari! Secondo la Commissione europea, la zona euro, mediamente, perderebbe il 7,8% di Pil. In Italia il calo dovrebbe essere del 9,8%, con un tasso di disoccupazione dell’11,6% nel 2021. Si valuta che il nostro paese possa ricuperare i livelli produttivi pre Covid soltanto dopo il 2022, naturalmente senza aggravamenti della pandemia e con il vaccino in tempi brevi.

Nonostante le poco solidali intemperanze dei cosiddetti “Paesi frugali “ (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia), per i quali l’austerità resta il primo comandamento, il 21 luglio la Commissione europea ha proposto un piano di grande portata per la difesa dell’occupazione e delle attività produttive e per la stabilità economica dell’Europa. Si tratta del cosiddetto Recovery Fund, chiamato Next Generation EU, uno strumento per la ripresa, con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro per il periodo 2021-2024. Tale piano va ad affiancare il bilancio europeo a medio termine già rafforzato per il periodo 2021-2027, pari a 1.100 miliardi di euro.

Il Recovery Fund si fonda su tre pilastri: strumenti a sostegno degli sforzi fatti dagli Stati membri per riprendersi dalla crisi e superarne gli effetti negativi; misure volte a stimolare gli investimenti privati e sostenere le imprese in difficoltà; rafforzamento dei programmi strategici dell'UE, in particolare per accelerare la duplice transizione ecologica e digitale.

Per la prima volta l’Ue interverrà anche con sovvenzioni, cioè con aiuti finanziari a fondo perduto e che, quindi, non dovranno essere restituiti, pari a 310 miliardi di euro. Il resto del sostegno avverrà nella forma di crediti. La quota destinata all’Italia è di 209 miliardi, di cui 81,4 nella forma di sussidi a fondo perduto. 

Per finanziare i necessari investimenti, la Commissione emetterà obbligazioni sui mercati finanziari per conto dell'UE con scadenza da 3 a 30 anni. Per rendere possibile l'assunzione di prestiti, la Commissione aumenterà il margine di manovra, ossia la differenza tra il massimale delle risorse proprie nel bilancio a lungo termine (vale a dire l'importo massimo dei fondi che l'Unione può richiedere agli Stati membri per finanziare le proprie spese) e la spesa effettiva.

Si tratta di una profonda e fondamentale evoluzione nella politica dell’Unione. Le obbligazioni non sono ancora i tanto discussi Eurobond per finanziare in modo centralizzato e congiunto lo sviluppo di tutti i Paesi dell’Ue. Sono delle iniziative puntuali e temporanee per rispondere all’emergenza della pandemia, ma potrebbero diventare un importante esperimento da proporre nuovamente in futuro.

Per ricevere il sostegno, entro aprile 2021 gli Stati membri devono preparare Piani nazionali per la ripresa e la resilienza che definiscano il programma di riforme e di investimenti fino al 2026. Detti piani saranno negoziati con le autorità comunitarie e dovranno ottenere l’approvazione da parte dell’Ecofin, il Consiglio dei Ministri delle Finanze. Una volta approvati, gli Stati riceveranno immediatamente il 10% del valore globale del proprio Piano. 

Vi sono alcuni criteri indicati dalla Commissione, quali la sanità, la sostenibilità ambientale, il miglioramento della produttività, l’equità e la stabilità macroeconomica. Almeno il 20% degli investimenti provenienti dal Recovery Fund dovrebbe andare a finanziare la transizione digitale. Inoltre, i piani nazionali dovranno indirizzare non meno del 37% della spesa per gli investimenti green.

Per l’Italia è una sfida e un’opportunità decisiva, che non può essere minata dalle lungaggini burocratiche o dai soliti miopi interessi provinciali. E’ una questione di rilevanza strategica per l’ammodernamento tecnologico e infrastrutturale dell’economia. In gioco vi sono anche il rilancio dell’occupazione e il mantenimento della stabilità sociale, due questioni ineludibili della politica italiana.

Il governo ha invitato i ministeri e gli altri enti, come le Regioni, a presentare le proprie proposte. E’ arrivata una valanga di progetti, 558 circa. Il governo ha, quindi, inviato al Parlamento le linee guida di sei missioni principali: digitalizzazione, innovazione del sistema produttivo, transizione ecologica, infrastrutture per la mobilità, istruzione, ricerca e cultura, equità sociale e salute. 

Forse sarebbe stato meglio il processo inverso. Solitamente un programma pluriennale di investimenti e di sviluppo importante dovrebbe essere formulato dal governo centrale, che si ritiene abbia l’autorità, la competenza e la lungimiranza per indicare concretamente i progetti strategici e prioritari e non solo le linee generali. Al tempo di Enrico Mattei, per esempio, la costruzione della rete nazionale per la distribuzione del metano e la realizzazione dell’Autostrada del Sole, furono tra i progetti trainanti dell’intera economia e della sua modernizzazione.

In ogni caso il calendario deve essere realistico per rispettare la tabella di marcia. Pena l’interruzione dei fondi. Al riguardo è opportuno ricordare che troppo spesso in passato l’Italia, e suoi enti regionali e locali, hanno perso la possibilità di mettere a frutto cospicui finanziamenti europei proprio per la mancanza di capacità di definizione e di gestione dei progetti.

Questa sarebbe potuta essere l’occasione per mettere la scuola, l’università e la ricerca al primissimo posto del programma. L’Italia è uno dei fanalini di coda in Europa in questi settori. Di conseguenza siamo anche in grave ritardo rispetto alla crescita delle produttività nell’intero sistema paese. In verità, sono proprio questi i campi su cui si combatte la battaglia per affrontare le sfide della competitività e delle nuove tecnologie. Le nostre imprese, con pochi mezzi, già fanno delle cose straordinarie per mantenere quote di mercato e per sostenere posizioni leader in vari settori. Il futuro, dopo il Covid 19, sarà sempre più definito dallo spazio della competizione e dell’attrito tecnologico.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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