16:30 19 Gennaio 2021
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Ad agosto la Germania esprimeva gravi dubbi sullo Sputnik V accusando Mosca di non aver completato le sperimentazioni. Ora spinta dalla necessità e dagli errati calcoli europei che non garantiscono una disponibilità adeguata di dosi accantona la propaganda, sceglie la “realpolitik” e discute con il Cremlino l’avvio di una produzione comune.

Fino a qualche mese fa non lo consideravano un’antidoto, ma puro veleno. A dar retta alle dichiarazioni degli esponenti di Germania, Europa e Stati Uniti lo Sputnik V, il vaccino messo a punto nei laboratori russi dell’Istituto Gamaleya non era una medicina, ma una sorta di diabolico distillato studiato dal presidente Vladimir Putin e dal suo apparato medico per evidenziare la superiorità della Russia sull’Occidente e garantirsi nuovi alleati.

A Washington il dottor Anthony Fauci consulente della Casa Bianca sulla pandemia non esitava ad esprimere “seri dubbi” sulla capacità di Mosca di realizzare un vaccino degno di quel nome. E gli stessi dubbi venivano espressi a Berlino dal ministro della Sanità Jens Spahn.

“Potrebbe essere pericoloso vaccinare troppo presto milioni, se non miliardi di persone, perché se qualcosa andasse storto sarebbe difficile far accettare la vaccinazione…. per questo - dichiarava ad agosto il ministro tedesco - sono molto scettico su quanto sta succedendo a Mosca e sul fatto che quel vaccino sia stato sufficientemente testato”. 

Eppure, neanche cinque mesi dopo, lo stesso Jens Spahn - stando a quanto fatto sapere ieri dal Cremlino - si sarebbe seduto faccia a faccia con il suo omologo russo per discutere un’intesa sulla produzione comune di vaccini.

In effetti in cinque mesi molto è cambiato. Soprattutto sembra essersi dissolta la fiducia di Germania, Europa e Occidente convinti, che le competenze scientifiche e le capacità produttive delle loro aziende farmaceutiche garantissero un’assoluta autonomia nel campo nella produzione dei vaccini. Invece la pandemia si è dimostrata superiore, anche in questo caso, alle capacità tecnologiche, scientifiche e organizzative di Europa e Stati Uniti. Per capirlo basta dare un’occhiata alle cronache delle vaccinazioni. In America le autorità sanitarie costrette a fronteggiare la disorganizzazione e le carenze di un personale sanitario falcidiato da una pandemia costata 350mila vite sono riuscite a garantire la somministrazione di solo 4 milioni e 200mila dosi di vaccino a fronte delle 20 milioni previste per la fine del 2020.

Un obbiettivo comunque irraggiungibile visto che il totale delle dosi disponibili non supera i 17 milioni e mezzo. L’Europa, convinta di assolvere alle necessità dei 27 finanziando le ricerche di sei diverse case farmaceutiche (Pfizer-BioNtech, Moderna, AstraZeneca, Sanofi, Curevac e Johnson & Johnson) in cambio della fornitura, a buon prezzo, di un miliardo 950 milioni dosi di vaccino, si è fregata con le sue mani.

Ad oggi infatti la Pfizer-BioNTech è l’unica ad aver messo sul mercato un vaccino garantito dall’Ema, l’Agenzia Medica Europea. Ma le appena 300 milioni di dosi ordinate alla Pfizer-BioNTech dalla Commissione Europea sono largamente insufficienti a garantire le necessità dei 27 paesi membri dell’Unione. Così anche la Germania si ritrova nelle pesti. Certa di essersi garantita l’autosufficienza grazie ai laboratori tedeschi di BioNTech e alla fornitura di 30 milioni di dosi in più rispetto a quelle concordate con l’Unione Europea Berlino sta scoprendo di aver fatto male i propri conti.

Finché l’Ema non approverà le forniture concordate con Moderna (160 milioni di dosi) e con AstraZeneca (400 milioni di dosi) - i due unici vaccini usciti dalla fase di sperimentazione oltre a Pfizer/BioNTech - la carenza di forniture resterà un problema irrisolvibile.

E a rendere il tutto più complesso s’aggiungono le lentezze dell’Ema. Oltre a rimandare il via libera al vaccino di Moderna, previsto per il 6 gennaio, l’agenzia ha fatto sapere di ritenere assai improbabile l’approvazione, entro febbraio, del prodotto di AstraZeneca. Il tutto mentre Sanofi, Johnson e CureVac - chiamate a contribuire alle necessità europee con, rispettivamente, 300, 400 e 405 milioni di dosi - sono ancora lontane dal terminare la sperimentazione dei loro prodotti. Di fronte a queste carenze il ministero della Sanità di Berlino ha già fatto sapere di considerare inevitabile il ritardo di qualche settimana nell’inoculazione della seconda dose di vaccino.

Ma soprattutto ha realizzato come la “real politik” sia, vista la necessità, assai più sensata dell’inutile e sterile propaganda. Ed ha mandato lo scettico ministro Jens Spahn a trattare la produzione comune di vaccino con una Russia considerata, solo cinque mesi fa, incapace di garantire una produzione accettabile per gli standard europei. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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