16:50 19 Gennaio 2021
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La premier di Edinburgo Nicola Sturgeon è pronta  a chiedere un nuovo referendum indipendentista in risposta alla Brexit. E gli scozzesi,  stando ai sondaggi,  sono disposti a garantirle il 58 per cento di consensi. Il premier conservatore si oppone a  una nuova consultazione, ma dovrà fare i conti con i risultati del voto scozzese di primavera.

Per capire cosa rischi Boris Johnson bastano i risultati di due referendum. Il primo è quello  sull’indipendenza della Scozia respinto nel  2014 dal 55 per cento degli scozzesi. Il secondo è quello sulla Brexit del 2016.

  • Allora il 52% degli elettori britannici scelse  l’addio all’Unione Europea.
  • Il 62% degli scozzesi, però, votò contro.

Quel 62% di scozzesi minaccia ora di fare la differenza e lasciare Boris Johnson con un Regno Unito lacerato o, nella peggiore delle ipotesi, seriamente mutilato.

La peggiore delle ipotesi non è  un’eventualità così remota. Se le elezioni scozzesi  della prossima primavera si concluderanno  con una netta vittoria  dell’Snp (Scottish National Party - Partito Nazionale Scozzese)  Boris dovrà  fronteggiare la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza

Un referendum che potrebbe segnare  il ritorno della Scozia all’indipendenza dopo 314 anni di convivenza nel Regno Unito.

Quel referendum, purtroppo per  Johnson, non è  un’ipotesi,  ma un preciso programma politico. Un programma espresso più volte  dalla  premier scozzese Nicola Sturgeon  e messo nero su bianco  in un intervento distribuito ai principali quotidiani europei in occasione dell’ufficializzazione della Brexit.

“Non c’è  da sorprendersi  -  ha scritto  la battagliera leader dell’Snp -  se adesso una ferma maggioranza di coloro che abitano in Scozia dicono di voler diventare una nazione indipendente…..  abbiamo fatto parte della famiglia dell’Unione europea per quasi 50 anni. Non volevamo andarcene e speriamo di unirci di nuovo a voi al più presto come soci alla pari….”. 

Edimburgo insomma ha già deciso.

E può farlo perché sa che lo Scottish National Party, oltre ad essere il partito votato dalla maggioranza degli scozzesi sta guadagnando ulteriori consensi proprio grazie alla proposta di un nuovo referendum indipendentista.

La maggior parte degli scozzesi è convinta, in pieno accordo con l’Snp e i suoi leader, che l’addio a Bruxelles rappresenti un assoluto disastro economico. 

“Questo  è un pessimo accordo per la Scozia  che oltre a metter fine alla nostra adesione all’Unione Europea ci esclude dal singolo mercato e dall’unione doganale più grande del mondo aggiungendo costi e barriere ai commerci della Scozia” - spiegava, durante il dibattito sulla Brexit,  il  capogruppo dell’Snp al parlamento di Westminster Ian Blackford liquidando gli accordi siglati da Johnson come   “un imperdonabile atto di  vandalismo e di enorme stupidità”.

Per la maggioranza degli scozzesi neppure l’accordo sulla pesca che consentirà al Regno Unito di riacquisire, negli anni, i diritti esclusivi di pesca sul 25% delle proprie acque  basterà a compensare le perdite causate dai dazi su scotch whisky, salmone, merluzzo e altri prodotti tipici  esportati in Europa. 

Sulla base di tutto ciò il risultato  di un eventuale nuovo referendum sull’indipendenza minaccia di rivelarsi tanto devastante quanto scontato.

Una manifestazione per l'indipendenza della Scozia a Glasgow
© Sputnik
Una manifestazione per l'indipendenza della Scozia a Glasgow

La Scozia va avanti

Stando a un sondaggio svolto tra l’11 e il 14 dicembre il 58 per cento degli scozzesi è pronto a scegliere l’addio alla Gran Bretagna in vista di un successivo rientro in Europa.

Ovviamente per arrivare a quel referendum servirebbe il via libero di Boris Johnson e della maggioranza del parlamento britannico.

Il premier, parlando a nome della maggioranza conservatrice  di Westminster ha più volte definito irripetibile, a breve termine, la consultazione del 2014. 

Un’opinione ribadita nell’intervista alla Bbc in cui definisce “un buon esempio d’intervallo” il periodo intercorso tra il primo referendum sull’indipendenza della Scozia del 1975 e quello del 2014.

Come dire, insomma,  che una nuova consultazione non sarebbe immaginabile prima del 2055. Ma come gli ha ricordato l’intervistatore “le cose cambiano”.

E dunque come sempre in politica bisognerà vedere quanto le affermazioni del premier britannico saranno in grado di fronteggiare voti e  numeri. Anche perché un Snp al 60 per cento  non lascerebbe molti margini al premier conservatore.

Continuare a dribblare la richiesta di referendum sarebbe a quel punto un tentativo fin troppo evidente d’ignorare la realtà e di calpestare  la volontà popolare.

Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon
© AFP 2020 / Andy Buchanan
Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon

Una sconfitta senza precedenti

Ma una vittoria indipendentista, oltre a segnare la fine del premier, minaccerebbe d’innescare un ulteriore ridimensionamento geo politico.

Il Regno Unito rischierebbe a quel punto di far i conti con una possibile richiesta di secessione di quell’Ulster, a cui la Brexit già garantisce  uno status ibrido, e un suo congiungimento con il resto dell’Irlanda.

Per non parlare  delle conseguenze economiche derivanti dall’eventuale perdita dei giacimenti di petrolio e gas del mare del Nord rivendicati dagli indipendentisti scozzesi.

Insomma il Boris Johnson sempre pronto a misurarsi con l’eredità di Winston Churchill si misurerebbe con un fallimento e un ridimensionamento paragonabili soltanto  alla perdita dell’Impero subita da Londra dopo - e nonostante - la vittoria della Seconda Guerra Mondiale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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