03:06 13 Maggio 2021
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E’ dovere maggiore per un governo dare priorità ai diritti umani o all’economia del proprio Paese? E’ più giusto assicurare alla giustizia gli artefici di un delitto o considerare le conseguenze del farlo?

Se pensiamo a cosa è successo al povero Regeni in Egitto non possiamo sottrarci dal porci domande di questo genere e la risposta non è certo facile.

Poco dopo aver ritrovato, abbandonato ai bordi di una strada, il corpo di quel povero ragazzo non fu difficile pensare che organi dello Stato egiziano avessero almeno partecipato a quell’assassinio. Col passare del tempo e dopo il maldestro tentativo dei servizi di polizia de Il Cairo di attribuire l’atto alla comune delinquenza, il sospetto che molti conoscessero la verità e non volessero renderla pubblica si fece sempre più spazio.

Con un atto che in diplomazia assume un significato molto forte, l’Ambasciatore italiano fu richiamato e la nostra magistratura iniziò un’indagine chiedendo a più riprese, malauguratamente invano, l’aiuto e le testimonianze delle autorità egiziane.

Nonostante l’inchiesta proseguisse e dal Cairo arrivassero poche notizie, per di più contrastanti e difficilmente credibili, le normali relazioni diplomatiche ripresero pochi mesi dopo.

Nelle scorse settimane, la testimonianza diretta di un transfuga membro dei servizi egiziani ha confermato senza alcun dubbio la responsabilità dei servizi egiziani di controspionaggio. Dopo un’ultima richiesta della nostra magistratura di poter interrogare i presunti responsabili e non aver ricevuta nessuna risposta, da più parti in Italia si è tornati a chiedere di nuovo il richiamo dell’Ambasciatore.

Qualcuno è arrivato anche a proporre la cessazione di ogni rapporto commerciale e il Presidente della Camera Fico ha annunciato l’interruzione unilaterale di ogni rapporto tra i due Parlamenti.

Almeno per ora e nonostante tutto, il nostro Ambasciatore è ancora al Cairo e le normali relazioni economiche sembrano continuare.

Chi era Regeni?

Per aiutarci a decidere cosa sia giusto fare esaminiamo, allora, alcuni aspetti della vicenda e i loro contorni.

  • Innanzitutto non va dimenticato che il giovane Regeni, pur essendo cittadino italiano, non si trovava in Egitto per sua personale iniziativa né mandatovi da una qualche nostra università o pubblica Istituzione.
  • Stava al Cairo da alcuni mesi per svolgere un lavoro di ricerca assegnatogli da un’università inglese in cui era ricercatore.
  • Chi lo aveva mandato in Egitto e gli aveva commissionato un certo compito era stata una docente di origine egiziana che viveva e lavorava in Gran Bretagna.
  • In cosa consistesse il lavoro e come mai abbia potuto suscitare possibili sospetti da parte del controspionaggio egiziano non è dato sapere poiché, sia la docente sia la stessa università, hanno sempre rifiutato di interloquire con la nostra magistratura che intendeva sapere da loro qualche dettaglio sull’obiettivo dell’incarico.
  • Se i britannici non hanno nulla da nascondere e se si fosse trattato di una semplice ricerca sul mondo del lavoro di quel Paese (come da versione ufficiale), perché a Londra tutti si negano a ogni forma di chiarimento? Visto il silenzio dei mandanti, nasce il dubbio che il vero scopo della missione potesse non essere esattamente quello, oppure che si trattasse di cosa non pubblicamente ammissibile.

L’Egitto e l’Europa

Anche l’atteggiamento dell’Europa non è stato del tutto trasparente: salvo una tardiva richiesta (di pura facciata e senza esito) della Commissione Europea che domanda alle Autorità egiziane di collaborare con la nostra magistratura nient’altro è arrivato da Bruxelles.

Inoltre, a pochissimi giorni di distanza dal rinvio a giudizio di alcuni funzionari egiziani da parte dei nostri magistrati, il presidente francese Macron ha ricevuto in pompa magna il dittatore egiziano Al Sisi e l’ha persino insignito della massima onorificenza francese, la Legion d’Onore. Non c’è da stupirsi che i francesi trattino il governo egiziano con i guanti bianchi: tra il 2015 e il 2019 la vendita di armi francesi al regime di Al Sissi ha costituito da sola il 35% di tutti gli acquisti egiziani in armamenti.

Per dare qualche esempio, nel 2015 la Francia vendette all’Egitto 5,2 miliardi di euro di armi, inclusi 24 aerei da combattimento Rafael. Va precisato che di quell’ammontare ben tre miliardi e 200 milioni erano un finanziamento dello stesso Governo francese.

Il problema dei finanziamenti all’Egitto in arrivo da vari Paesi è un punto cruciale che spiega perché nonostante molti giudichino il regime come “dittatoriale” e si riempiano la bocca con termini quali “democrazia” e “diritti umani”, quando conviene tutti chiudono un occhio.

Il debito estero egiziano nel primo trimestre del 2020 ha raggiunto i 111 miliardi di dollari e i bond egiziani in mani straniere che a metà del 2016 ammontavano a soli 60 milioni di dollari, nell’ottobre del 2019 erano già diventati 20 miliardi. E’ vero che il tasso offerto ha toccato perfino il 13%, ma è altrettanto chiaro a tutti che la permanenza del regime è l’unica garanzia che hanno gli investitori per assicurarsi di non veder sfumare i propri prestiti.

Per tornare agli armamenti, nonostante sia dal Dicembre 2018 che i sospetti del coinvolgimento degli apparati di sicurezza nell’assassinio del Regeni siano diventati evidenti, le vendite di armi italiane all’Egitto nel 2019 sono triplicate rispetto all’anno precedente e gli affari conclusi (o in via di conclusione) nel 2020 sono arrivati a totalizzare ben 11 miliardi di Euro.

Il gas

L’acquisto di armi non è, comunque, l’unico asset che rende interessante trattare con l’Egitto: il Paese dei Faraoni nello stesso 2019 è diventato il maggior recettore d’investimenti stranieri tra tutti i Paesi africani totalizzando almeno 9 miliardi di dollari.

La maggior parte degli investimenti è diretto ai settori gas e petrolio con un eccezionale incremento dopo la scoperta del giacimento gasifero Zhor scoperto dalla nostra ENI al largo delle coste egiziane.

La Concessione per il suo sviluppo e per progetti similari emessa dal governo egiziano ha il nome di Shorouk e vede parteciparvi la stessa ENI con il 50%, la British Petroleum e la russa Rosneft. Tra il 2015 e 2018 l’investimento della sola ENI nel settore gas-petrolifero ha raggiungo i 13 miliardi di dollari e il 31 Agosto del 2020, forse non a caso, il presidente Al Sisi ha dichiarato di voler attribuire all’ente petrolifero italiano ancora più spazio per i suoi investimenti nel Paese.

La politica

Per l’Italia, e anche per tutta l’Europa, le risorse energetiche egiziane hanno una particolare importanza poiché la loro dimensione può costituire un’enorme e importante alternativa al gas che, da varie provenienze, transita o transiterà attraverso la Turchia.

Proprio la Turchia con la sua aggressiva presenza in tutto il Mediterraneo è vista come un pericolo per l’Europa che guarda a sud e il fatto che il regime di Al Sisi sia (ricambiato) acerrimo nemico di Ankara rende ancora più importante l’avere dei buoni rapporti con Il Cairo.

Quando fu ucciso il giovane italiano era prevista una visita dell’allora nostra ministro delle Attività Produttive e sul tavolo c’erano possibili e importanti incrementi dei rapporti economici bilaterali.

Non fu strampalato, allora, il pensare che il truce omicidio e il ritrovamento proprio in quei giorni del suo cadavere martoriato fosse stato organizzato da qualcuno che non amava l’ipotesi di un ulteriore intrecciarsi delle economie dei due Paesi.

E non c’è ancora oggi da stupirsi se si pensa che siano più di uno quelli che potrebbero auspicare un peggioramento, o addirittura una totale rottura, dei rapporti tra Roma e il Cairo. Se ciò avvenisse, a poterne approfittare sarebbero sicuramente in tanti, fuori e perfino dentro l’Europa.

Nello stesso tempo è anche facile capire perché, nonostante tutte le pressioni e le dichiarazioni di prammatica, le nostre autorità politiche si muovano con estrema precauzione e, magari, con un po’ di comprensibile ipocrisia. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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