19:03 07 Maggio 2021
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Nell’infinita ricerca di un accordo commerciale con l’Europa il premier britannico Johnson ha privilegiato la difesa dei pescatori rispetto a quella delle elite finanziarie considerate il solo e unico motore economico della Gran Bretagna. Ecco perché ha dovuto farlo.

E’ vero il premier Boris Johnson e gli inglesi a volte sembrano gente bizzarra. Soprattutto se consideriamo il negoziato sulla Brexit e gli sforzi profusi per difendere il settore della pesca. Fedele alle direttive di Downing Street il negoziatore David Frost ha più volte, in questi mesi, minacciato di far naufragare ogni intesa se Bruxelles non avesse garantito un’accordo accettabile ai pescatori d’oltremanica. Ora dopo il via libera al documento di 1246 pagine che regolerà i futuri rapporti commerciali tra Londra e Bruxelles vien da chiedersi se tutta quell’attenzione fosse veramente cruciale per il futuro della Gran Bretagna. A giudicare dai numeri non si direbbe.

Per gli analisti la pesca con il suo fatturato di un miliardo e 200mila euro e i suoi 24mila addetti rappresenta appena lo 0,12% del prodotto interno lordo britannico.

“Anche se tutto il pesce del Regno Unito finisse nelle reti dei pescatori britannici - commentava Douglas McWilliams, capo della società di consulenza Center for Economics and Business Research - il peso della pesca nell'economia non crescerebbe di più dello 0,05%. E comunque, tutto quel pesce sarebbe eccessivo per l'appetito britannico”.

Un’osservazione avanzata a novembre anche dall’ex premier Tony Blair meravigliato per la decisione di concentrare tanta attenzione su quel punto trascurando, invece, un settore cruciali come la Finanza.

"Abbiamo appena trascorso diversi mesi impegnando la maggior parte dei nostri sforzi nella difesa della pesca, parte molto piccola della nostra economia, e praticamente nessuno per quella Finanza di cui siamo leader globale. Non dico che non dovremmo difendere la pesca, ma penso che il Regno Unito farebbe meglio a tornare al mondo reale”. 

Dunque chi ha ragione? Boris Johnson o un Tony Blair, simbolo di quella generazione di politici rampanti che a cavallo tra il 1990 e il 2000 trasformò Londra nell’ombelico del mondo? A dar retta ai numeri la ragione sta tutta dalla parte dell’ex-“enfant prodige” laburista. Dagli anni 90 ad oggi il vero motore dell’economia inglese è stato il mercato finanziario di una “City” capace ogni anno di piazzare assetti finanziari per oltre 32 miliardi di euro sulle piazze europee. Eppure quei 32 miliardi sembrano esser stati trascurati da un David Frost molto più attento a difendere la libera circolazione dei prodotti britannici. Una disattenzione ammessa anche dal premier Boris Johnson pronto a riconoscere che l’accordo “non offre l’accesso desiderato” ai gruppi finanziari.

Una dimenticanza non da poco per un Inghilterra che da tempo ha smesso di produrre carbone, automobile o altri prodotti di consumo per concentrarsi nella vendita di azioni, obbligazioni e fondi speculativi. Anche qui i numeri parlano chiaro. Nel 2019 la Gran Bretagna registrava nei confronti dell’Unione Europea un surplus commerciale di oltre 19 miliardi in ambito finanziario, mentre soffriva un deficit di ben 105 miliardi nel settore commerciale. Dunque perché Johnson ha preferito combattere una battaglia durissima nel nome di prodotti apparentemente marginali come la pesca trascurando invece i ricchi e fruttuosi mercati finanziari?

Per capirlo bisogna guardare al complesso di motivazioni che nel 2016 spinse gli inglesi a votare la Brexit rinnegando esplicitamente gli interessi della City. Nella visione di chi votò per l’addio a Bruxelles la City non rappresentava gli interessi del popolo inglese, ma quelli delle élite finanziarie figlie di una Londra ormai avulsa dal contesto nazionale. Una Londra accusata di aver condizionato con i suoi capitali i governi alla Tony Blair trasformando il resto del paese in un’appendice improduttiva prigioniera delle politiche economiche decise nei suoi palazzi. Politiche decise in funzione dei mercati europei e senza ascoltare le opinioni e i bisogni della maggioranza degli inglesi. Tutto questo è stato all’origine della grande rivolta della Brexit che ha dimostrato come il malessere nel lungo periodo si trasformi in voti capaci di ribaltare anche le politiche apparentemente più produttive.

L’esempio seguito da Boris Johnson nella trattativa sulla Brexit è stato, insomma, quello offerto da Margareth Thatcher nel 1982 quando decise di riprendersi le isole Falkland occupate dall’Argentina. Economicamente mandare una squadra navale dall’altra parte del mondo per sancire la sovranità inglese su degli scogli improduttivi sembrava una follia. Politicamente fu però la mossa decisiva per riaffermare la centralità di Londra e garantire ai propri cittadini un decennio di crescita ininterrotta. Nella visione politica di Boris Johnson la pesca occupa lo stesso posto delle Falkland. Difenderla allo stremo può sembrare un azzardo. Ma lo è meno se si considera quel che rappresenta per l’orgoglio degli inglesi.

Negli anni 70 Londra non esitò a mobilitare la Royal Navy per difendere i diritti dei propri pescatori nella famosa guerra del merluzzo contro l’Islanda. Una mobilitazione che costrinse la Nato a intervenire per pacificare il mare del Nord e spingere le parti un accordo. E soltanto due anni fa, nel 2018, le contrapposizioni tra pescatori inglesi e francesi hanno innescato la cosiddetta “guerra delle capesante”.

Insomma la pesca sarà pur marginale, ma conta ben più della finanza quando l’obbiettivo è quello di conquistare il cuore e i voti della maggioranza degli inglesi. E solo quelli consentiranno a Boris Johnson di mantenere la propria residenza a Downing Street.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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