21:25 15 Gennaio 2021
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Il 2020 è stato un anno drammaticamente sorprendente. Ne ha segnato le sorti la pandemia provocata dal SARS-CoV-2, che sta trasformando piuttosto profondamente il pianeta e purtroppo non può ancora dirsi conclusa.

Il virus non si è limitato ad uccidere ed incapacitare più o meno temporaneamente un gran numero di persone, inclusi capi di stato e di governo, ma ha avuto importanti ripercussioni su ogni aspetto della vita umana. Ne hanno risentito ovunque società, economia e politica.

Sotto la spinta dell’emergenza, ogni paese ha dovuto assumere decisioni, la cui natura ha rispecchiato la cultura prevalente al suo interno. A quasi un anno dall’evidenza della sua insorgenza, in effetti, non si è ancora affermato un modello di riferimento per la gestione dell’epidemia.

È tuttora impossibile prevedere per quanto ancora il Covid sarà in circolazione, ma alcune conseguenze della sua apparizione sono già visibili. A livello sociale, innanzitutto, si è registrato il mutamento dell’equilibrio preesistente tra reale e virtuale. Molte relazioni hanno perso concretezza per spostarsi su piattaforme digitali.

Per alcuni, il mutamento verificatosi potrebbe anche rivelarsi irreversibile e vi è anche chi ha salutato la novità con favore, senza cogliere il rischio implicito che l’accelerazione di questo genere di cambiamento fatalmente implica in termini di coesione collettiva, efficacia dei processi di socializzazione ed accrescimento della possibilità di manipolare le percezioni di un gran numero di persone.

Dal momento che la mobilità rimarrà costosa anche dopo la scomparsa del coronavirus, è prevedibile che molti incontri “in presenza” continueranno a tenersi in modalità almeno mista.

Gli interventi “da remoto”, rari prima del 2020, integreranno quelli tra coloro che parteciperanno fisicamente alle conferenze, lezioni e riunioni future.

Vi si farà ricorso soprattutto per poter ascoltare le persone più lontane. Sentiremo forse più parole, ma ci separeremo più nettamente e ci conosceremo meno, perché perderemo le relazioni informali che si stabiliscono prima e dopo qualsiasi manifestazione. Questo effetto interesserà tutti indistintamente, impoverendo le nostre vite.

Diminuirà la densità dei rapporti che hanno finora legato tra loro intellettuali, uomini d’affari e statisti.

L’aumento della tracciabilità degli incontri e la loro crescente pubblicità ridurranno inoltre anche i margini a disposizione per le conversazioni confidenziali, circostanza che non potrà non riflettersi negativamente anche sul modo in cui vengono condotti i negoziati più delicati in molti ambiti professionali.

Il Covid-19 ha poi avuto importanti conseguenze economiche, producendo un gran numero di perdenti e qualche vincitore, tanto all’interno delle singole società quanto in campo internazionale.

Le imprese basate sul commercio elettronico hanno beneficiato di uno straordinario effetto promozionale sul proprio business. Di contro, la distribuzione al dettaglio ha pagato un prezzo straordinariamente salato alla crisi, anche se non ne è ancora visibile l’effettiva dimensione.

Molti esercizi hanno peraltro già chiuso, costringendo i loro proprietari a cercarsi un nuovo lavoro, generalmente in posizione subordinata: un fenomeno che un tempo era definito “proletarizzazione”.

Il commercio per via aerea ha strappato a quello che viaggia per mare importanti quote di mercato. I percettori di redditi fissi hanno registrato l’espansione dei propri depositi bancari e del proprio potere d’acquisto, mentre la parte dell’economia più esposta alla concorrenza e non garantita ha sofferto perdite straordinarie. Sta crescendo in vaste parti della popolazione, soprattutto in Occidente, un cupo risentimento che non annuncia nulla di buono. Lo avvertiremo più distintamente il prossimo anno.

Si è creato spazio per le rivendicazioni più radicali, specialmente nella direzione dell’imposizione di tasse patrimoniali che certamente non allevieranno la perdita di coesione sociale indotta dalla pandemia.

Il potenziale per una crisi complessiva dell’ordine politico è già percepibile in molte realtà, che erano peraltro già in sofferenza prima della pandemia e potranno presto essere sedotte da nuove proposte.

Ad un livello più alto, il Covid-19 ha rimescolato le carte in modo significativo, sia perché ha finora colpito i singoli paesi con differente intensità, sia a causa delle diverse politiche adottate per farvi fronte. La graduatoria dei prodotti interni lordi non è più la stessa, circostanza che avrà un riverbero anche sulla forza politica delle maggiori potenze.

Gli Stati Uniti avevano “fatturato” in termini nominali 21.440 miliardi di dollari nel 2019, a fronte dei 14.140 realizzati dalla Repubblica Popolare Cinese. Secondo le stime attuali dell’Oecd, i primi avrebbero sperimentato quest’anno una riduzione del loro Pil pari al 3,7%, mentre durante il 2020 la Cina sarebbe riuscita a crescere ancora dell’1,8%, con l’effetto di comprimere il gap di quasi ulteriori mille miliardi.

Pechino avrebbe altresì “allungato” rispetto a tutti i suoi potenziali antagonisti: il Giappone, ad esempio, ha perduto il 5,3% del proprio Pil, l’India addirittura il 9,9%.

Sono interessanti anche gli assestamenti verificatisi all’interno dell’Unione Europea, dove tutti sono arretrati, ma la Germania (-5,5%) molto meno di Francia ed Italia, che avrebbero subìto un calo dei loro redditi nazionali superiore al 9% del Pil.

Male è andato per ora anche il Regno Unito, che ha scontato una riduzione del proprio fatturato pari ad oltre l’11% ed è stato probabilmente raggiunto se non addirittura scavalcato dai francesi.

Naturalmente, non è affatto detto che queste variazioni prodottesi nel 2020 si consolidino nel prossimo anno. Alcuni paesi probabilmente si riprenderanno, ma altri impiegheranno forse più tempo, accumulando ulteriore ritardo. È quasi certo, inoltre, che si stabiliranno nuove relazioni di dipendenza, come accadrà agli Stati-membri dell’Unione Europea che si indebiteranno con Bruxelles per finanziare la propria ripresa.

Dal punto di vista politico complessivo, infine, sul 2021 peserà fortemente il cambio di amministrazione negli Stati Uniti. Per quanto, infatti, molti ritengano che la politica estera americana non risenta dell’avvicendamento tra le personalità che la orientano, l’evidenza empirica va nella direzione esattamente opposta.

Reagan non è stato Carter. Obama si è rivelato diverso da Bush junior non meno di quanto lo sia stato da Trump. Delle cose quindi muteranno a partire dal prossimo 20 gennaio e le novità saranno rese ancora più evidenti dal forte desiderio di marcare la discontinuità rispetto ai quattro anni appena trascorsi.

La ricerca della stabilità attraverso il riconoscimento accordato al rispetto delle sovranità nazionali, tratto distintivo della visione di Trump, tramonterà in favore del ritorno al più tradizionale perseguimento della democratizzazione del mondo.

Washington cercherà nuovamente di promuovere attivamente i diritti umani ovunque creda che siano violati. E lo standard di riferimento sarà il sistema di tutela rafforzata predisposto negli Stati Uniti a vantaggio delle minoranze di qualsiasi tipo.

Inoltre, la presenza tra gli stakeholder che hanno sostenuto Biden di molti soggetti interessati al rilancio delle relazioni economiche con Pechino provocherà presto o tardi l’abbandono da parte americana delle guerre commerciali scatenate negli ultimi anni.

Mentre rimuoverà più o meno discretamente i dazi e le tariffe che tanto hanno infastidito alcuni potenti investitori statunitensi, la nuova amministrazione adotterà quindi una narrativa molto ostile alla Repubblica Popolare, che non ne scalfirà però in alcun modo la forza e verrà quindi lasciata libera di proseguire la propria rincorsa.

Gli accordi di Abramo non dovrebbero essere messi in discussione, anche se in Medio Oriente c’è chi teme iniziative di destabilizzazione ai danni delle autorità che li hanno sottoscritti.

Dove invece gli effetti del prevedibile rilancio dei temi cari all’idealismo democratico statunitense potrebbero essere presto avvertiti è nell’Est Europeo, dall’Ungheria alla Bielorussia e anche oltre, forse fin dentro la stessa Russia.

I sovranisti verranno messi sotto pressione e sarà loro informalmente negato il riconoscimento della propria legittimità, esattamente come è già accaduto ai danni di Trump negli stessi Stati Uniti. I cambiamenti non saranno immediati, naturalmente, ma la direzione di marcia dovrebbe essere questa. Auguri a tutti noi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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