17:24 19 Gennaio 2021
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Il 31 ottobre si è votato per il primo turno delle elezioni per il rinnovo del Parlamento in Georgia (quella del Caucaso che, tra l’altro, gode di aiuti e finanziamenti europei). Le opposizioni hanno contestato la correttezza del voto adducendo brogli nello spoglio e una campagna elettorale viziata da interferenze del Governo in carica.

Gli osservatori della International Society for Fair Elections and Democracy (ISFED) hanno dichiarato che l’otto percento dei risultati mostravano discrepanze tra il numero dello scrutinio e gli aventi diritto al voto. Anche gli osservatori dell’OSCE hanno sottolineato che “sospetti di pressioni pervasive sugli elettori e una confusione nella linea di divisione tra il partito al potere e lo Stato hanno ridotto la fiducia popolare in alcuni aspetti dell’intero processo”. Le opposizioni hanno rifiutato di prendere parte al voto nel giorno del ballottaggio (21 novembre) e hanno chiesto nuove elezioni. Non le hanno ottenute. Risultato: le elezioni tenute in Georgia sono state stigmatizzate come non corrette e la comunità internazionale lo ha denunciato attraverso due sue organizzazioni.

E in USA?

Nessuno lo farà, invece, in merito a come si sono svolte le elezioni dei Grandi Elettori deputati a scegliere il futuro Presidente degli Stati Uniti. Lì non c’erano osservatori internazionali ma la certezza che quel voto sia stato oggetto di frode e di irregolarità diventa ogni giorno più evidente. È vero che la Corte Suprema americana ha rigettato la richiesta del Texas e di altri Stati americani di bloccare la nomina dei delegati che poi, il 14 dicembre, dovevano convalidare l’elezione di Biden, ma la quarrel non è affatto finita. Mentre Trump continua a non voler riconoscere la vittoria di Biden, si cominciano a scoprire fatti e registrare testimonianze che portano a pensare con sempre maggiore convinzione che la volontà espressa dal popolo americano sia stata scientemente alterata attraverso un complotto sistematico organizzato da tempo.

Come mai nessuno si chiede perché, e come sia stato possibile, che i voti destinati all’elezione di senatori e deputati abbiano premiato i repubblicani mentre avrebbero bocciato il candidato Presidente ufficiale di quel partito? Non era mai successa una cosa simile in tutta la storia degli Stati Uniti d’America. Così come non è mai successo che un Presidente uscente che abbia aumentato i propri voti popolari rispetto alla prima elezione non sia stato riconfermato (Trump nel 2020 ha ottenuto 11 milioni di voti in più del 2016).

Esistono già molte testimonianze giurate (ripeto: giurate) di persone che parlano di voti “espressi” da elettori defunti (qualcuno anche nato nell’800), da altri che non ne avevano diritto essendo stranieri, da minori o da persone residenti in altri Stati. Nel solo Nevada, ben 8000 pagine consegnate alla locale magistratura conterrebbero denunce di voti irregolari. In Pennsylvania sono state spedite (non solo stampate) schede elettorali per un numero doppio rispetto a quello degli elettori registrati e ci si domanda che uso ne sia stato fatto, chi le abbia utilizzate e a favore di chi. Un giornalista californiano ha dichiarato di aver potuto votare ben otto volte e si ha certezza che molte delle schede arrivate per posta in alcuni Stati siano state conteggiate nei giorni successivi alla data limite del 4 novembre senza che siano state verificate le firme sui certificati elettorali.

La Corte Suprema del Winsconsin, su richiesta di verifica da parte degli avvocati di Trump, ha indagato e perfino sentenziato che le schede arrivate per via postale non sono state conteggiate secondo le procedure previste dalle leggi locali e che quindi avrebbero dovuto essere considerate nulle. Ciononostante, ha deciso che la sua sentenza avrebbe riguardato solo le elezioni future e che, per ora, nulla sarebbe successo perché troppo tardi per intervenire.

Altri dubbi

Di là da quanto sopra, sono emersi tre altri fatti che si prospettano essere di estrema gravità.

Il primo riguarda una verifica chiesta, e ottenuta, da un Senatore locale sui voti della Contea di Maricopa in Arizona. Ebbene, si è scoperto che il risultato del voto sia stato senza alcun dubbio falsato. Si tratta solo di una piccola Contea ove la verifica delle schede è stata permessa e possibile. In altri Stati tale controllo non è stato autorizzato e, anche dove lo è stato, non si è proceduto al controllo delle firme o dell’identità dell’elettore, rendendo così vana ogni verifica posteriore.

Il secondo concerne il software e le attrezzature usate per effettuare lo spoglio delle schede postali. In 28 su 50 Stati le macchine usate erano della Dominion Voting Systems con software Smarmatic. In Michigan, su richiesta dell’avvocato trumpiano DePeron, il giudice locale Kevin Elsenhiemer ha autorizzato nella Contea di Antrimuna perizia forense su questi strumenti e sul metodo usato. Nelle 23 pagine della perizia gli esperti scrivono: “Dominion Voting Systems è progettato intenzionalmente per creare errori intrinseci, allo scopo di poter creare una frode elettorale in maniera sistematica e influenzare i risultati”. Continuano: “Il sistema genera di proposito una quantità enorme di errori nella lettura delle schede quando trasferite nel sistema elettronico affinché si decida manualmente cosa farne. Questi errori intenzionali portano all’assegnazione di voti senza alcuna supervisione, senza trasparenza e senza lasciare tracce”. Occorre ricordare che la Commissione elettorale federale ammette una percentuale di errore dello 0,0008 percento (uno su 250.000) mentre Il tasso di errore riscontrato dagli esperti del tribunale su Dominion è del 65 percento. Le macchine Dominion sono state utilizzate in tutti gli Stati in cui Trump dichiara di essere stato vittima di brogli. (15-12-2020 Dominion nell'occhio del mirino - MN #47 (rumble.com)

Zuckerberg

Il terzo fatto scioccante riguarda Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook. Che lui simpatizzasse per Biden è risaputo e Facebook si è perfino permessa di censurare lo stesso Presidente Trump su alcune sue dichiarazioni. Ciò che sta emergendo è che, attraverso una sua ONG, ha finanziato con ben 500 milioni di dollariun’altra società sedicente filantropica, la Center Tech and Civic Life. Forte di questa donazione, tale organizzazione ha ottenuto da tutti gli Stati considerati determinanti per il risultato finale del voto (i cosiddetti Swing States) di poter organizzare direttamente la raccolta e lo spoglio dei voti. In altre parole, la verifica della volontà popolare è stata “privatizzata”. Le macchine usate a tale scopo sono e sono restate di proprietà privata, così come la distribuzione delle cassette postali ove gli elettori consegnavano le schede, il loro ritiro e lo spoglio delle stesse. Guarda caso, la distribuzione delle cassette non è stata omogenea su tutti i territori di competenza: un ricevitore su 4.000 nelle Contee considerate a maggioranza democratica e uno su 72.000 in quelle a maggioranza repubblicana. Inoltre, in quegli Stati si è ottenuta la riduzione del numero dei seggi elettorali ove chi lo avesse voluto avrebbe potuto recarsi a votare di persona. Per valutare correttamente la dimensione della “donazione” di Zuckerberg basta sapere che la cifra stanziata a livello federale per le elezioni in tutti gli Stati Uniti (e non solo per gli Swing States) è di 400 milioni di dollari. (16-12-2020 - Facebook coinvolto nella frode elettorale - MN #50 (rumble.com)

Se procedure di questo genere ce le aspettiamo da Paesi che siamo usi considerare non democratici, il fatto che avvengano in quella che credevamo essere la “migliore democrazia del mondo” ci sconvolge. Ma colpisce ancora di più che gli organi giudiziari americani sembrano, almeno fino ad ora, sordi e ciechi davanti ad evidenze sempre più stridenti. Così come colpisce penosamente anche il silenzio della grande stampa di tutto l’occidente e la scarsa professionalità o addirittura la complicità dei vari corrispondenti dei nostri quotidiani e delle nostre TV.

Sfortunatamente per tutti costoro, il pubblico americano ha cominciato a capire di essere vittima di una congiura organizzata fin nei particolari. Gallup, la grande società americana di sondaggi, ha condotto una ricerca dalla quale esce che più del 50 percento degli americani è convinto di essere di fronte a una frode elettorale e che tra chi lo pensa c’è ben il 30 percento di elettori democratici. Un’altra società di ricerche, la McLaughlin, ha appurato che queste elezioni non siano state svolte in modo onesto secondo più del 51 percento di chi ha votato.
I giochi sono chiusi?

Cosa succederà ora? Probabilmente nulla a breve termine, anche se il voto del Congresso che eleggerà formalmente il Presidente non avverrà prima del 6 gennaio e che l’assunzione della carica avverrà soltanto il 20 di quel mese.

Una cosa che i nostri giornalisti non menzionano è che persiste il perdurare dell’incertezza in merito a chi siano i Grandi elettori legittimi: alcuni Stati hanno, infatti, indicato dei doppioni. I Governatori ne hanno nominati alcuni, i Parlamenti locali altri. Si tratta in totale di 84 persone in più del previsto e alcuni di loro hanno optato per Biden, altri per Trump. Il risultato oggi è che nessuno dei due avrebbe raggiunto il numero sufficiente per (o l’hanno raggiunto entrambi) per essere considerato il vero candidato vincente per la nomination. Chi prevarrà? Quali voti saranno giudicati legittimi? Lo deciderà il Parlamento ove, però,i voti dei deputati non saranno per testa bensì per Stato. E questi oggi sono in maggioranza dei Repubblicani. È difficile (ma non impossibile) immaginare che lo sdegno popolare e l’ammonticchiarsi delle prove di brogli convincano giudici, parlamentari e la grande stampa a cambiare il loro attuale orientamento.

Non è, tuttavia, sicuro che Biden, anche se confermato, riuscirà a restare Presidente per i quattro anni previsti. A suo carico, e soprattutto a carico del figlio (sotto inchiesta per riciclaggio di denaro con la Cina), stanno emergendo scandali economici e finanziari che lo vedono coinvolto con società cinesi e che sono attualmente oggetto di indagini giudiziarie. Sembrerebbe trattarsi di fatti già conosciuti in precedenza da molti anche tra i vertici del Partito Democratico e qualche dietrologo sostiene che fosse già previsto che, pochi mesi dopo aver assunto la carica, lui sia costretto a dimettersi lasciando così il posto alla Harris. Chi lo pensa, crede anche che lei sia sempre stata la vera candidata di Obama e di Wall Street ma che, poiché spingerla in prima persona direttamente sarebbe stata una scelta perdente, si è pensato di ripiegare su un personaggio senza carisma ma più rassicurante per l’elettore democratico medio. Gli scandali previsti lo obbligherebbero a farsi da parte, lasciando così via libera alla vera candidata dell’establishment.

Tutto ancora da vedersi, allora?

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