23:53 17 Aprile 2021
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Con l’umiliante passerella  di Bengasi  imposta loro per ottenere la liberazione dei pescatori sequestrati  il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio si sono trasformati nel prezzo del riscatto impostoci dal generale. 

Il vergognoso  cedimento segna il definitivo tramonto del nostro paese trasformatosi  da potenza di riferimento a valletto di un capo-milizia della nostra ex-colonia. 

“Mio Dio come sono caduta in basso”  è  il titolo di un celebre film degli anni 70.  Mezzo secolo dopo è la triste sintesi  della “debacle” italiana in Libia. Un debacle che giovedì 17 ha raggiunto il suo punto più basso. Grazie all’esibizionismo politico di un Giuseppe Conte convinto che una foto simbolo possa riparare agli errori e alle assenze di una concreta e costante azione politica  siamo diventati lo zimbello del Mediterreaneo.

Mai, prima d’ora, s’era visto un Presidente del Consiglio andare in processione  da chi gli aveva sequestrato degli italiani e li aveva usati per ricattare il nostro paese. Grazie a questo tragicomico finale oggi tutti sanno che rapire degli italiani non garantisce solo congrui riscatti, ma anche l’opportunità di indirizzare le politiche del nostro governo (o almeno di quello attualmente in carica) e piegarlo ai propri voleri.

Questo è quanto il generale Khalifa Haftar ha ottenuto grazie al  sequestro dei due pescherecci di Mazara del Vallo e i 108 giorni di prigionia imposti agli equipaggi composti da 8 italiani,  6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi. 

Per capirlo basta ricostruire gli eventi  del  primo settembre quando  le motovedette del generale affiancano i pescherecci Antartide e Medinea costringendoli ad attraccare al porto di Bengasi. Quel blitz è stato preceduto, in mattinata,  dall’ incontro a Tobruk tra il  ministro degli esteri italiano Luigi di Maio e il Presidente del parlamento Aguila Saleh. Quel colloquio  organizzato ignorando  un Haftar dato erroneamente per finito è un errore fatale. 

Un  errore che  un ministro degli Esteri  degno di quel titolo non avrebbe mai dovuto  compiere. Certo Haftar, messo momentaneamente da parte da Russia, Egitto ed Emirati  e costretto, settimane prima,  ad accettare un inglorioso cessate il fuoco  firmato proprio da Saleh  è sicuramente in difficolta. Ma è pur sempre l’incontrastato comandante   di  un esercito che controlla la Cirenaica e, almeno sulla carta, tre quarti della Libia.

Un comandante spinto oltretutto da un mai sopito senso di rivalsa  nei confronti di un Italia accusata di averlo in parte emarginato  quando -  nel dicembre 2015   a Skhirat, in Marocco -  si decise  la formazione del governo di unità nazionale insediatosi poi a Tripoli. Un senso di rivalsa emerso sia quando si trasformò nella controparte libica della Francia di Emmanuel Macron in funzione anti-italiana, sia quando, all’inizio del mandato di Giuseppe Conte,  pretese di diventare l’ospite d’onore della Conferenza sulla Libia  svoltasi a Palermo nel novembre 2018. Lì emersero  tutte  le debolezze  di  una Presidenza del Consiglio italiana  e le convinzioni di un Haftar  persuaso, da allora,  di aver la forza di  piegarla ai propri voleri.

Di certo in quell’occasione Giuseppe Conte decise di accontentarlo in ogni modo. Convinto che la presenza del generale a Palermo dimostrasse  la sua capacità di  conciliare le parti libiche Conte si dimostrò pronto a tutto pur  di  chiudere la conferenza con una foto in sua compagnia. E pur di compiacere Haftar e averlo al proprio fianco  accettò persino di  trasformarsi nel suo tassista  ordinando  ad un vice-direttore dei servizi segreti di andarlo a prendere a Bengasi con un aereo della Presidenza del Consiglio. Il piano di Conte  si rivelò,  già allora, un fallimento e segnò l’inizio di quella debacle che in Libia ci ha trasformato da potenza di riferimento a nazione valletto in balia delle milizie locali e dai loro alleati di turno.

Tra l’altro le attenzioni offerte al generale scatenarono il risentimento della Turchia di Recep Tayyp  Erdogan convinta,  da allora, della necessità d’estrometterci dalla Libia. E non diede buoni frutti neppure sul fronte della Cirenaica. Il generale coccolato e viziato dall’Italia  tornò a casa ancor più convinto della propria capacità di  piegare ai propri voleri Conte e il suo governo. Una convinzione puntualmente realizzatasi con il sequestro dei pescherecci ordinato da Haftar poche ore dopo l’incontro tra Di Maio e il rivale Aguila Saleh.

Grazie al quel sequestro e alla debolezza di un governo italiano  incapace persino di  abbozzare la minaccia  di una risposta  militare Haftar non ha tenuto in ostaggio soltanto otto connazionali e dieci stranieri, ma l’intero nostro governo. E lo ha liberato solo quando il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri hanno accettato di trasformarsi  nel prezzo del riscatto sottoponendosi ad un umiliante passerella in quel di Bengasi.

 Quell’immagine  invece di sintetizzare, come s’illudeva Conte,  il successo di un governo capace di portare a casa degli ostaggi rappresenta,  purtroppo, l’inglorioso tramonto delle ambizioni italiane in  Nord Africa e nel Mediterraneo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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