07:24 23 Gennaio 2021
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Dopo ben 108 giorni trascorsi in un luogo di detenzione gestito dalle sue milizie, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha consentito al rimpatrio dei marittimi italiani che erano stati catturati mentre pescavano in acque che i libici di tutte le affiliazioni considerano di loro pertinenza dai tempi di Gheddafi.

Dopo ben 108 giorni trascorsi in un luogo di detenzione gestito dalle sue milizie, il maresciallo Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha consentito al rimpatrio dei marittimi italiani che erano stati catturati mentre pescavano in acque che i libici di tutte le affiliazioni considerano di loro pertinenza dai tempi di Gheddafi.

Si è trattato di un’operazione piuttosto delicata, al successo della quale hanno certamente lavorato i servizi di Roma, cui è andata la gratitudine unanime di tutta la politica italiana.

Naturalmente, la notizia è stata accolta con grande giubilo anche dalle famiglie degli interessati, dalle loro comunità e, più in generale dall’opinione pubblica del Bel Paese, che ne è venuta a conoscenza tramite radio, televisione e social media quasi in tempo reale.

La bella novità è stata resa nota nella mattinata del 17 dicembre. Contestualmente al suo annuncio, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha cancellato gli impegni previsti nella prima parte della propria giornata per recarsi in volo a Bengasi0 assieme al Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio.

Atterrati nel capoluogo della Cirenaica, Conte e Di Maio hanno ricevuto gli onori loro spettanti, resi da un picchetto di uomini in uniforme, e si sono fermati a colloquio con il generale Haftar.

Mentre la liberazione dei marittimi ha riscosso un plauso bipartisan, quest’ultimo aspetto dell’intera vicenda ha suscitato apre polemiche. Molti hanno infatti visto in questa visita il maldestro tentativo del capo del Governo di intestarsi il merito della positiva soluzione del sequestro.

Altri invece hanno criticato il gesto come fortemente irrituale, dal momento che in ogni occasione simile precedente le autorità di Roma avevano atteso in un aeroporto della capitale chi rientrava in Italia dopo una prigionia di natura “politica”.

In effetti, però, la situazione venutasi a creare questa volta aveva delle peculiarità che l’avevano resa diversa da tutti gli altri casi trattati in passato, non essendo la controparte di Roma nella trattativa una banda di criminali comuni né un’organizzazione terroristica, ma un ordinamento di fatto, dotato di proprie istituzioni e persino personale “in divisa”.

Si è parlato anche di una vera e propria umiliazione, forse più appropriatamente: diversi partiti di opposizione hanno adombrato il sospetto che proprio una qualche forma di legittimazione politica di Haftar fosse il “riscatto” da pagare per ottenere la liberazione dei marittimi.

Da oltre quattro anni, il punto di riferimento dell’Italia in Libia è in effetti il Governo di Accordo Nazionale diretto da Fayez al Serraj, che gode del riconoscimento delle Nazioni Unite ma non di quello delle autorità cirenaiche, tra le quali vi è anche un Parlamento eletto legittimamente nel 2014 che si trova a Tobruk: la Camera dei Rappresentanti presieduta da Aguila Saleh, con il quale Roma intrattiene peraltro rapporti.

Il timore manifestato da alcuni è che con il volo di Conte e Di Maio a Bengasi non si sia solo pagato dazio ad Haftar, ma sia stata messa sul piatto l’attivazione di un meccanismo diplomatico che potrebbe preludere ad un cambio di postura dell’Italia in Libia, che dovrebbe essere discusso in Parlamento.

È chiaro che sul duro confronto apertosi a Roma influisce moltissimo il difficile momento dell’Italia, che è alle prese con una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, chiede aiuti all’Unione Europea e si trova ad essere gestita da un governo la cui maggioranza non sembra più solida come un tempo.

Tensioni e manovre di corridoio turbano da mesi l’attività politica e qualsiasi pretesto pare buono per generare attriti ulteriori, in vista dell’inevitabile regolamento di conti finale. La posta in palio immediata è il controllo dell’intelligence, che Conte ha avocato a sé ed è ora rivendicato tanto da Matteo Renzi quanto dal Pd, ma sullo sfondo c’è molto di più.

Sul terreno libico non è invece avvenuto nulla che rappresenti un vero strappo rispetto all’atteggiamento tenuto da Roma negli ultimi anni, aderente al mantra secondo il quale il Bel Paese non ha nemici e dialoga con tutti. 

Pur riconoscendo Serraj, infatti, l’Italia ha sempre mantenuto delle linee di comunicazione con l’altra parte della Libia e soprattutto con gli Stati che maggiormente la sostengono.

La scorsa estate, il leader del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, aveva incontrato a Roma diverse autorità della Repubblica Italiana, incluso il Presidente della Camera, Roberto Fico. Lo stesso Haftar aveva in precedenza visto o ricevuto più volte delle autorità italiane.

Va inoltre ricordato come il governo di Roma intrattenga rapporti molto stretti con un potente sponsor estero di Haftar: l’Egitto di al-Sisi, al quale sta cedendo le due fregate più moderne della propria Marina Militare, in vista dell’ottenimento di importanti commesse ulteriori per le imprese del comparto sicurezza e difesa, malgrado sia tuttora pendente la questione legata al caso Regeni.

La prudenza di Roma è stata tale che al momento in cui sembrava che Serraj fosse sul punto di capitolare davanti alle allora arrembanti milizie dello stesso Haftar e chiedeva aiuti sostanziali, l’Italia negò al Governo di Accordo Nazionale qualsiasi sostegno militare, al contrario della Turchia, accorsa invece immediatamente in soccorso.

Si deve altresì considerare come nei giorni scorsi persino da Tripoli fosse giunto a Roma il consiglio di trattare con Haftar la liberazione dei marinai fatti prigionieri mentre si trovavano in una zona di mare ritenuta dai libici soggetta al loro sfruttamento esclusivo.

Motivi di sicurezza non consentono di sapere per il momento come si sia davvero giunti alla liberazione dei pescatori. Gli apprezzamenti rivolti all’intelligence italiana da tutte le parti politiche fanno pensare ad un negoziato “dal basso”, ma non è escluso che il governo di Roma abbia chiesto anche il sostegno informale di qualche paese vicino ad Haftar.

L’Egitto che l’Italia sta rifornendo di importanti sistemi d’arma potrebbe essere stato della partita, più difficilmente la Francia o la Russia. I canali potrebbero anche essere stati molteplici e non sarebbe strano, visto che in questi casi si ricorre a qualsiasi strumento utile ed accessibile per arrivare al risultato.

Vladimir Putin e Recep Erdogan alla ceremonia di apertura di Turkish Stream
© Sputnik . Sergey Guneev
Per concludere, non è affatto detto che il negoziato che ha portato alla liberazione dei marittimi italiani sostanzi un cambio della politica italiana in Libia e più in generale in Nord Africa.

Sembra piuttosto collocarsi nel solco della continuità con un approccio complesso, spesso difficile da discernere, il cui elemento principale di linearità è sempre stato rappresentato dalla flessibilità necessaria a non far escludere l’Italia da nessuna parte del territorio libico.

È una politica liquida che può essere fonte di frustrazioni, ma che è l’inevitabile riflesso della debolezza di un paese la cui potenza è da tempo tramontata, soprattutto per difetto della volontà di acquisirla ed esercitarla, che accomuna opinione pubblica e classe dirigente.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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