15:07 17 Gennaio 2021
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Tra i lettori dei miei scritti, spesso critici, in merito ai fenomeni migratori c’è qualcuno che mi ha accusato di essere diventato xenofobo mentre qualcun altro mi ha definito perfino “razzista”. Io credo che la realtà sia un po’ diversa.

Se io fossi un prete cattolico con la volontà di reclutare fedeli in tutto il mondo, userei, probabilmente, gli argomenti di papa Francesco e inviterei all’“accoglienza”, all’“amore universale”, al “dovere morale”.

Se fossi un intellettuale e non mi curassi delle conseguenze delle mie teorie, i miei scritti sarebbero orientati verso sentimenti “umanitari”, discetterei di internazionalismo e di “fratellanza”. Potrei riempire interi libri di riflessioni su come la “diversità” arricchisca le società e sia stimolo alla sua evoluzione verso il futuro.

Se fossi un industriale non ne parlerei in pubblico ma, in cuor mio, sarei contento dell’arrivo di tante nuove braccia senza grandi pretese da poter utilizzare nelle mie aziende. Magari anche per ridimensionare un pochino le pretese dei mie attuali lavoratori.

Se fossi un operatore delle ONG, magari di una tedesca, protesterei contro la “disumanità” di chi vuole non vedere le sofferenze altrui e mi farei beffe delle leggi di uno Stato che non apre le braccia (e i soldi) di chi ha più bisogno di noi crassi e opulenti europei.

Se fossi un cittadino qualunque che chiacchiera al bar o sul tram potrei, alternativamente, criticare la cattiveria, certo esagerata, di chi vuole chiudere i porti o il lassismo, anch’esso esagerato, di chi pretende di accogliere e mantenere chiunque arrivi. Naturalmente le mie convinzioni del momento dipenderanno da chi saranno i miei interlocutori o dal tipo di bevanda che starò consumando.

Ma io sono un politico (o almeno lo sono stato) e credo che i politici debbano prendere in considerazione tutte le sfaccettature possibili di ogni importante fenomeno sociale. Il loro dovere primario è innanzitutto di pensare cosa sia necessario fare per garantire la continuità del benessere della società che rappresentano e, se possibile, immaginare come incrementarlo.

Rientra tra i compiti di un uomo politico cercare di evitare che la pace sociale sia turbata per qualunque ragione, che le leggi che approva siano realmente applicabili e che vengano fatte rispettare da tutti quelli che ne sono oggetto (o soggetto) all’interno del suo Paese. Deve auspicare che i cittadini si sentano protagonisti e parte viva della comune società e che l’appartenervi possa per loro essere motivo d’orgoglio.

Tuttavia, lo sappiamo perché tutti gli studi storici e sociologici lo confermano, l’arrivo di un certo numero di “diversi”, in breve tempo e in un luogo dove la densità di popolazione è già elevata, causerà spontanei sentimenti di rigetto da parte degli autoctoni, con conseguenti tensioni sociali. Se sono tanti e con origini simili etnicamente o culturalmente, è evidente che quei “diversi”, anziché cercare di integrarsi con la cultura che troveranno, saranno spinti a fare comunella tra loro, che cercheranno di affermare (direi addirittura comprensibilmente) una loro propria identità che andrà contrapponendosi a quella che avranno trovato sul posto. Si creerebbe quindi il fenomeno di un “noi” e di un “loro”: esattamente il contrario dell’integrazione. Sicuramente col passare del tempo i rapporti potrebbero migliorare, ma quanti decenni ci vorranno? E, soprattutto, quale prezzo sociale dovrà essere pagato alla tranquillità serena della vita quotidiana?

In Italia, nelle situazioni economiche attuali, non è possibile trovare per tutti loro un lavoro e un luogo adeguato dove vivere, magari con la loro stessa famiglia. Non solo: occorre pensare anche alle infrastrutture esistenti, a partire dai servizi sanitari. In alcune regioni questi ultimi sono già insufficienti per i connazionali. Costatare che i Pronto Soccorso impiegano ore e ore per sottoporre a triage chiunque si presenti, a causa di decine di clandestini privi di un medico di base causerà un disagio che sarà giudicato insopportabile da chi in questo Paese ha sempre lavorato e pagato le tasse.

Di certo, l’Italia ha degli obblighi morali da rispettare e, assieme all’Europa tutta, deve fare i conti anche con una certa immagine di liberalità (che rasenta la filantropia) cui non può e non deve rinunciare per vari motivi. Una cosa, però, è accogliere degli sventurati che scappano da una guerra e che cercano un temporaneo rifugio nel nostro Paese. Un’altra è consentire a chiunque desideri migliorare il proprio tenore di vita (se pur l’atteggiamento è umanamente comprensibile) di entrare nel nostro Paese bypassando le procedure d’accesso stabilite dalle nostre leggi e vagabondare nelle nostre città o, in assenza di alternative praticabili, entrare a far parte di organizzazioni criminali. Perché un cittadino possa credere nelle Istituzioni del suo Paese deve essere certo che, ove esista una legge, essa sia applicata. E verso tutti. Senza eccezioni.

Tutti siamo consci che le pressioni migratorie sono fenomeni destinati a non calare nel vicino futuro ma un politico consapevole non può arrendersi ad eventi che possono inficiare la tenuta sociale ed economica del suo Paese senza reagire. E’ necessario che, se esistono delle leggi, siano fatte rispettare da chiunque calpesti il nostro suolo e le modalità legali per poter entrare in Italia sono chiare. Parlare poi di aiuto ai “naufraghi” è falso e fuorviante poiché tutti sappiamo che già dalla partenza è previsto che faranno in modo di farsi “soccorrere”.  Un “naufrago” è chi, contro la sua volontà, corre il pericolo di affogare in mare. Chi causa volontariamente il proprio “naufragio” è o un tentato suicida o sta cercando di ingannare qualcuno. In questi casi, una volta salvatagli la vita, deve immediatamente essere ricondotto nel luogo da cui proveniva. Ciò è ancor più doveroso quando si costata che tali “naufragi” sono in numero tale da escludere il trattarsi di coincidenze. Se non altro, il riportarli subito indietro può fungere da deterrente per altri tentativi.

Non ho, per finire, alcuna ostilità preconcetta nei confronti di stranieri appartenenti ad altre culture o razze o etnie ma, in quanto politico, ho il dovere, prima di ogni altro sentimento o convinzione personale, di pensare al benessere generale del mio popolo, alla serenità massima possibile per ogni cittadino e alla credibilità delle sue Istituzioni. Ogni evento che può mettere a rischio uno qualunque tra questi tre impegni politici verso la mia collettività io lo devo combattere con tutti gli strumenti legittimi a mia disposizione. Se, da politico, non lo facessi, sarei o un incapace oppure un traditore dei miei connazionali.

L'articolo è stato originariamente pubblicato sul sito Il Patto Sociale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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