19:15 27 Gennaio 2021
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La scelta del primo Segretario alla Difesa afro-americano è il trionfo del politicamente corretto. Lloyd Austin oltre a non avere i requisiti per la nomina (dovrà chiedere una deroga al Congresso) è più famoso per i fallimenti che per i successi.

Nel 2015 in Siria spese 500 milioni di dollari per addestrare 5mila ribelli “moderati” passati poi all’Isis. E nel 2014 liquidò come “un fuoco di paglia” la comparsa dell’Isis. Ma è da sempre un uomo di fiducia e un amico di famiglia del nuovo Presidente. Ed è sul libro paga di almeno due aziende dell’apparato militare industriale. 

Il “politicamente corretto” è una brutta malattia. Soprattutto se si mescola al nepotismo e agli interessi dell’apparato militar industriale. Joe Biden ne sa qualcosa. Arrivato alla Casa Bianca cavalcando la nuova religione liberal deve ora santificarla collocando i simboli del nuovo culto nelle giuste caselle. Ma sempre con un occhio di riguardo per i personaggi chiave di quell’Amministrazione Obama a cui - da ex numero due - deve tutto.

Anche per questo trovare nella casella del Pentagono l’ex generale afro-americano Lloyd Austin non è molto sorprendente. Indicandolo Joe Biden si mette in tasca i classici due piccioni con un colpo solo. Da una parte la nomina del primo Segretario alla Difesa di colore gli garantisce un posto nei libri di storia. Dall’altra gli consente di mantenere sotto stretto controllo un settore da cui dipendono un milione e 300mila militari e un budget da quasi settecento miliardi di euro.

“Le molte capacità di Austin e la sua intima conoscenza del Dipartimento alla Difesa e del nostro governo - sostiene il presidente “in pectore” - lo mettono in grado di fronteggiare le sfide e le crisi che affrontiamo”.

Ma non tutti sono disposti a credergli. In verità Lloyd Austin non è solo un generale di lungo corso, ma anche un rodato uomo di fiducia con cui l’ex vicepresidente ha condiviso scelte cruciali negli otto anni dell’era Obama. E a render ancor più stretto quel rapporto s’aggiunge la passata amicizia tra il generale e Beau Biden, il figlio prediletto di Joe. Quell’amicizia - nata tra il 2008 e il 2009 quando Austin comandava le truppe americane in Iraq e Beau era un ufficiale del suo staff - proseguì fino alla morte di Beau stroncato da un tumore al cervello nel 2015.

Nonostante gli stretti rapporti con il Presidente entrante Austin deve, però, fare i conti con un serio ostacolo legale. Il National Security Act del 1947 proibisce a qualsiasi ex-militare di assumere la guida del Pentagono a meno di sette anni dal congedo. Austin dovrà dunque chiedere una deroga al Congresso. Ottenerla non sarà facile. E non solo perché una simile eccezione è stata concessa solo due volte in più di 70 anni (nel 1950 al generale George Marshall per volere di Harry Truman e nel 2016 a Jamis Mattis su richiesta di Donald Trump), ma anche perché molti deputati e senatori sono poco convinti che l’ex generale, sopravvissuto a 41 anni di servizio in divisa, sia in grado di districarsi tra gli intrighi della politica. A Washington nessuno dimentica la sua imbarazzante audizione alla Commissione Difesa del Senato quando, nel 2015 gli venne chiesto di spiegare, in qualità di responsabile del Comando Centrale, che fine avessero fatto i 5mila ribelli “moderati” siriani addestrati - al costo di 500 milioni di dollari - per combattere il regime di Bashar Assad e i militanti dell’Isis. Al termine di quell’audizione, costellata da silenzi e balbettii, il generale si ritrovò costretto ad ammettere che ben 4995 di quei cinquemila “ribelli moderati” erano passati tra le fila di Al Qaeda o dello Stato Islamico portando con se armi e forniture ricevute dagli americani.

Un passo falso devastante che fa il paio con le valutazioni sbagliate espresse nel 2014 quando liquidò come “un fuoco di paglia” la repentina occupazione di Mosul da parte dello Stato Islamico.

“Quegli episodi - commenta un ex-assistente del defunto senatore McCain, a suo tempo assai critico nei confronti del generale, - sono stati l’epilogo di un’incoerenza politica costellata da un’interminabile serie di fallimenti militari figli dell'apparente incapacità del generale Austin di affrontare la realtà e indicare vie d’uscite convincenti.”

E a rendere ancora più discutibile la scelta di Austin contribuiscono i rapporti con i grandi fabbricanti di armi.

Il generale afro-americano dopo il congedo ha ottenuto un posto nel Consiglio d’Amministrazione della “Raytheon Tecnologies”, uno dei giganti del settore armamenti che vanta contratti miliardari con il Pentagono e produce, tra l’altro, le “bombe intelligenti” accusate di seminar stragi in Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen. Un incarico a cui s’è aggiunto anche quello nel Consiglio d’Amministrazione della Nucor, la più grande produttrice d’acciaio di tutti gli Stati Uniti.

Insomma quanto basta per sollevare non solo i sospetti di un pesante conflitto d’interessi, ma anche le rimostranze politiche della sinistra del Partito Democratico preoccupata di consegnare il Pentagono ad un sodale dell’apparato militare industriale. Una preoccupazione che ha già contribuito all’eliminazione di Michèle Flournoy, considerata fino a pochi giorni fa la candidata ideale non solo per esser donna, ma anche per aver ricoperto dal 2009 al 2012 l’incarico di Sottosegretario alle politiche militari. Nell’ideologica giostra del politicamente corretto la condizione di afro americano sembra dunque valere, per il momento, più di quella femminile. Se non altro perché nel settore femminile Biden ha già rotto un tabù. Nominando la signora Avril Haines alla testa dell’intelligence nazionale ha - per la prima volta nella storia - affidato ad una donna il controllo di tutti i servizi segreti.

Per il Pentagono resta decisivo, però l’imprimatur di un’industria degli armamenti decisa a trattare con un Segretario alla Difesa sempre disponibile, al di là del colore della pelle e del genere maschile o femminile, a confermare tutti i vecchi contratti. E magari a firmarne di nuovi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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