18:28 27 Gennaio 2021
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L’assassinio dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh non è il primo che colpisce fisici nucleari iraniani negli ultimi anni. Prima dell’approvazione dell’accordo JCPOA erano già stati uccisi Ardeshir Hosseinpour, Masoud Alimohammadi, Majid Shahriari, Darioush Rezaeinejad e Mustafa Ahmadi Roshan.

Anche il capo dell’Agenzia Atomica iraniana Fereydon Abbassi fu vittima di un attentato che invece fallì.

Lo scorso gennaio è stato ucciso il generale Gassem Soleimani e pochi giorni orsono, al confine tra la Siria ed il Libano un drone ha colpito a morte il comandante dei Guardiani della Rivoluzione Moslem Shahedan.

Si tratta solo dei nomi più importanti tra le vittime di attentati di vario genere che hanno colpito la nomenclatura iraniana.

Intuitivamente, e senza speculare su chi sia o siano stati il o i mandanti di tutti questi omicidi, si può immaginarne la ragione.

  • Nei casi che riguardavano tecnici di alto livello impegnati nella costruzione del nucleare iraniano si trattava di portare un colpo alla possibilità di quel Paese a raggiungere lo scopo nucleare prefissato.
  • Nel caso di Soleimani e di Shahedan si è trattato piuttosto di decapitare la dirigenza di quella parte dei Guardiani che opera all’estero motivando e supportando i proxy del regime.
  • L’assassinio di Fakhrizadeh non è, tuttavia, solo un tentativo di colpire i progetti nucleari ma, considerato il momento in cui avviene, si inserisce come una bomba negli avvenimenti che potrebbero succedere nel corso del prossimo anno.

Un avvertimento a Biden

A gennaio 2021 dovrebbe installarsi alla presidenza americana Joseph Biden che, nella sua campagna elettorale ha sempre sostenuto la volontà di provare a riallacciare rapporti diplomatici con l’Iran per valutare la possibilità di ridare vita al JCPOA.

Il prossimo giugno in Iran si terranno le elezioni presidenziali e il fronte dei conservatori, da sempre contrario alla rinuncia del nucleare, ha buone chances di spuntarla sui riformatori come l’attuale Presidente Rohani.

La politica di Trump nei confronti di Teheran è stata durissima fin dall’inizio e la sua decisione di uscire dall’accordo a suo tempo sottoscritto da Obama e di moltiplicare inoltre le sanzioni ha influito in modo molto pesante sulla situazione economica del Paese del Dragone.

Molto soddisfatti ne sono sia Israele sia l’Arabia Saudita, entrambi timorosi di un Iran che, grazie alla ripresa dei commerci con il resto del mondo e alla vendita di gas e petrolio, avrebbe potuto diventare molto più forte di quanto già lo fosse.

Nuove risorse economiche avrebbero anche consentito di continuare a finanziare con maggiori disponibilità le proprie operazioni espansionistiche nei Paesi dell’area.

La crisi economica interna dovuta alle minori entrate anche per l’impossibilità di vendere gas e petrolio sui mercati internazionali è stata poi aggravata dallo scoppiare del Covid e ha portato un aumento della disoccupazione, un’inflazione senza controllo e la caduta precipitosa del valore del Rial.

Una cliente in mascherina in una farmacia di Teheran
© AP Photo / Ebrahim Noroozi
Una cliente in mascherina in una farmacia di Teheran

La popolazione, stremata come sempre succede in questi casi, ha ritenuto il Governo di Rohani responsabile del peggioramento della situazione e i conservatori e la grande struttura militar-economica-filantropica dei Pasdaran ne hanno approfittato.

Il vero capo della politica estera iraniana, l’Ayatollah Khamenei ha continuato a giocare su entrambi i tavoli ma strizzando l’occhio maggiormente verso i conservatori. Davanti all’ipotesi di una possibile ripresa dei colloqui negoziali, seppur su nuove basi, Rohani ha fatto dichiarazioni che lasciano intravedere una possibile disponibilità.

Khamenei ha invece ripetuto che non esiste la possibilità di alcun nuovo accordo, vista l’inaffidabilità degli americani. Resta pur sempre possibile che si tratti di un gioco delle parti ma gli ostacoli al raggiungimento di un nuovo accordo non possono che aumentare dopo quest’ultimo assassinio.

Avvenuta in questo momento, l’uccisione di un personaggio così in vista che, tra l’altro, ha ricoperto un ruolo cruciale nello sviluppo dei prodotti per testare il Covid e studiare un vaccino, è come una bomba gettata sulle speranze di chi credeva che la Presidenza Biden potesse riaprire il dialogo.

È vero che in politica non è mai detta l’ultima parola e tutto può ancora succedere ma, da una parte e dall’altra, si dovrà attendere e vedere quale sarà la inevitabile reazione iraniana.

Teheran ha accusato Israele dell’atto terroristico ma la popolazione, certo in modo non del tutto spontaneo, ha manifestato sia contro Tel Aviv che contro gli USA. Se ora l’Iran reagisse con qualche atto particolarmente eclatante e sanguinoso contro l’uno o l’altro, ciò costituirà la fine, almeno per lungo tempo, di ogni riapertura negoziale. Probabilmente è esattamente quello a cui hanno mirato gli organizzatori di quest’ultimo attentato.

Tenendo conto delle differenti posizioni assunte dalle contrapposte fazioni a Teheran, è facile preveder uno scontro interno tra chi proporrà azioni particolarmente violente e chi, invece, punterà su operazioni di livello secondario fatte solamente per salvare la faccia, così come successe dopo l’assassinio di Soleimani.

L'Iran non è disposto a rinunciare al nucleare

Comunque vadano le cose, e non è detto che la risposta debba arrivare immediatamente, la strada di un rinnovato JCPOA è necessariamente in salita. Per Biden, soprattutto se il 5 gennaio la maggioranza al Senato sarà confermata a favore dei repubblicani, sarà quasi impossibile riuscire perfino ad alleviare le sanzioni volute da Trump, ivi comprese quelle dette” secondarie” che colpiscono anche le aziende europee che vorrebbero lavorare con l’Iran.

Anche al Congresso, dove i Democratici hanno una maggioranza di soli 14 voti, non è detto che i fautori di un nuovo accordo la possano spuntare. Senza contare l’atteggiamento sicuramente ostile di Israele e Arabia Saudita che attiveranno a Washington tutte le loro capacità lobbistiche.

Se, nonostante i prevedibili ostacoli, si riuscisse a riaprire i contatti, il problema sarebbe comunque su cosa negoziare. Dato per scontato che il tema principale riguarderà il nucleare, la ripetizione di un nuovo JCPOA esattamente uguale al precedente è assolutamente da escludere.

Si tratterebbe di mettere sul tavolo sia le azioni iraniane “fuori confine” sia il programma missilistico lanciato dal Paese. Su entrambi i temi è improbabile immaginare una disponibilità iraniana.

  1. Per quanto riguarda il primo significherebbe una lotta interna aperta contro i Pasdaran e non sembra che i riformatori abbiano la forza (e forse neppure la volontà) di vincere.
  2. In merito al secondo, nemmeno qualora il nuovo Presidente non fosse un conservatore (cosa improbabile) Teheran accetterebbe di chiudere il programma ritenuto fondamentale per la difesa del Paese.

Va infatti ricordato che Sia Israele che i Sauditi possiedono missili in grado di raggiungere tutto il territorio iraniano e Tel Aviv sarebbe in grado perfino di dotarli di testate nucleari.

Come sarebbe possibile per gli iraniani, qualunque fosse il loro Governo, rinunciare all’unica concreta forma di autodifesa, se non altro a scopo deterrente?

La strada è dunque in salita ma con una pendenza così forte da lasciar pensare che difficilmente anche i più ben intenzionati possano ottenere qualche risultato positivo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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