17:52 28 Febbraio 2021
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Da oltre dieci anni, il Mediterraneo sta sperimentando gli effetti del graduale ripiegamento militare degli Stati Uniti dal bacino, cominciato nello scorcio finale della seconda amministrazione di Bush junior.

Il vuoto che si è creato ha infatti indotto molte potenze della regione a perseguire l’espansione della propria sfera d’influenza, generando un’intensa competizione geopolitica. L’ordine pre-esistente è venuto meno in molti paesi e sono scoppiati anche gravi conflitti, che ancora non hanno trovato la loro definitiva composizione.

Abbiamo assistito all’ascesa dell’Islam Politico della Fratellanza Musulmana e alla reazione delle forze che vi si sono opposte. Siria e Libia sono precipitate in altrettante guerre civili, mentre in Egitto i militari sono tornati al potere che avevano perduto all’apice della cosiddetta primavera araba.

Sotto Trump, a partire dal 2017, l’America ha promosso un processo di restaurazione della stabilità, peraltro non privo di contraddizioni, che ha probabilmente toccato il suo apice con la firma dei cosiddetti “accordi di Abramo”, con i quali Israele, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Sudan si sono garantiti il reciproco riconoscimento.

Alla vigilia del cambio di amministrazione a Washington, tuttavia, nessuno è ora in grado di stabilire con certezza se Biden continuerà a sostenere questi orientamenti o piuttosto proverà a riportare la politica mediterranea degli Stati Uniti agli indirizzi che le aveva dato Barack Obama.

Sono però già evidenti gli sforzi profusi dagli stakeholders del bacino per assicurarsi una posizione migliore in vista di quanto potrà accadere.

Chi può farlo, sta cercando di ritagliarsi spazi maggiori, proiettando forza e costruendo nuove geometrie politico-militari. Diplomazie, eserciti e flotte sono in movimento e i media mondiali danno abbastanza puntualmente conto degli aspetti più vistosi del processo in atto.

Quanto sta succedendo sulle coste mediterranee e nel loro retroterra, tuttavia, è soltanto una parte di un fenomeno più ampio, che ha una componente ulteriore e non meno rilevante, ai fini della definizione degli equilibri geopolitici futuri di tutta la regione che è compresa tra l’Europa e il Golfo Persico.

Questo elemento è la territorializzazione del mare. In sintesi estrema, si tratta di questo: incentivati dalla volontà di sfruttare le risorse ittiche esistenti e soprattutto quelle energetiche che si trovano al di sotto dell’acqua, molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo stanno cambiando il proprio atteggiamento in materia di proclamazione della Zona economica esclusiva.

La Zona economica esclusiva, o Zee, è un’area del mare che può essere estesa da uno Stato fino al limite delle 200 miglia dalla propria linea costiera, al fine di esercitarvi una sovranità attenuata, che consiste nel godimento della facoltà di pescare, effettuare prospezioni ed estrarre gas e petrolio in regime di monopolio.

Le Zone economiche esclusive differiscono dal mare territoriale vero e proprio per il fatto di poter essere attraversate dal traffico marittimo internazionale senza che occorrano particolari autorizzazioni.

Sul fondo del letto del mare su cui insistono le Zee sono altresì permesse la posa e la manutenzione dei cavi sottomarini attraverso i quali passa buona parte dei flussi di dati che mantengono interconnessi tra loro i paesi esistenti nel nostro pianeta.

Non è tanto la voglia di affermazione politica ad aver attivato questi appetiti, quanto piuttosto il desiderio crescente di accaparrarsi le risorse che giacciono al di sotto della superficie marina.

L’effetto combinato della pressione a ristrutturare gli spazi terrestri gravitanti sul Mediterraneo e a territorializzare anche il mare è stato tuttavia la generazione di tensioni sempre più forti.

Nuovi contenziosi si stanno aggiungendo ai vecchi e in prospettiva non è difficile prevedere attriti ulteriori tra i paesi che si troveranno per la prima volta a confinare in mare, laddove in precedenza proprio le acque marine avevano costituito inveceun elemento di distanziamento fisico tra loro.

In Mediterraneo Orientale, il problema maggiore è la condizione in cui si trova la Turchia, che ritiene di esser tagliata fuori dal godimento di buona parte delle risorse del mare su cui si affaccia a causa della particolare conformazione geografica dello Stato greco, che controlla sostanzialmente tutto l’Egeo fino all’Anatolia grazie alla dispersione delle proprie isole sulla sua superficie. Ankara vuol correggere questa situazione, utilizzando tutti gli strumenti di cui dispone, mentre dall’altro lato la Grecia cerca di resistervi.

La questione investe anche Cipro, a causa della particolare ricchezza del sottosuolo marino che la circonda e della speciale situazione dell’isola, che è di fatto divisa in due, anche se il grosso della comunità internazionale non riconosce la parte che si è costituita nella Repubblica Turca di Cipro Nord.

Per aprirsi un corridoio, le autorità turche hanno anche negoziato e concluso il 27 novembre 2019 un accordo di delimitazione reciproca delle proprie Zee con il Governo di Accordo Nazionale Libico di Serraj, tagliando la continuità di quella greca e determinando apprensioni ad Atene.

La corsa alla territorializzazione del Mediterraneo ha ricevuto a quel punto ulteriore impulso, inducendo la Grecia ad accordarsi con l’Italia sulla determinazione dei confini delle rispettive Zee. Tale circostanza merita di essere segnalata, perché è proprio con questa intesa italo-greca che anche Roma si è unita al gruppo delle capitali che stanno piantando i paletti in mare.

Il provvedimento di autorizzazione alla ratifica dell’accordo è stato appena depositato dal Governo Conte in Parlamento ed è molto probabile che la Camera dei Deputati lo discuta presto.

Va segnalato altresì come alla firma dell’intesa italo-greca abbia fatto seguito l’approvazione all’unanimità da parte dell’Assemblea di Montecitorio di una proposta di legge volta a disciplinare la procedura di proclamazione della Zee da parte dell’Italia. Manca ancora il sì del Senato, ma non dovrebbero presentarsi particolari difficoltà.

A questo cambio di passo Governo e Parlamento italiano si sono risolti anche per far fronte agli effetti della decisione algerina di ufficializzare l’istituzione della propria Zee al limite massimo consentito dalla Convenzione di Montego Bay, con la conseguenza di spingerla fino alla frontiera del mare territoriale sardo.

Tale circostanza ha generato preoccupazioni anche negli ambienti militari italiani, che non temono la Turchia, considerandola un paese alleato, ma hanno osservato con una certa apprensione la crescita delle capacità navali dell’Algeria, che si è recentemente dotata di un certo numero di sottomarini di produzione russa, classe Kilo, alcuni dei quali sono ritenuti in grado di condurre attacchi in profondità contro bersagli terrestri.

Ad attirare le attenzioni dei politici italiani non sono state considerazioni di status o potenza nazionale ma, molto più banalmente, le proteste dei pescatori sardi, improvvisamente tagliati fuori dalla possibilità di sfruttare acque a loro molto vicine.

Dal settore ittico sardo e da quello toscano erano in precedenza giunte anche rimostranze per le conseguenze del cosiddetto “trattato di Caen”, in realtà mai ratificato e quindi inefficace, ma con il quale sembrava che l’Italia avesse ceduto alla Francia i diritti di sfruttamento relativi ad acque tirreniche molto pescose.

Alla spinta nella direzione della territorializzazione del mare concorrerà presto quindi anche Roma, che ha già avviato presso le Nazioni Unite le procedure propedeutiche all’apertura di un contenzioso con Algeri. Quasi certamente, si aprirà una trattativa, che culminerà nella definizione concordata del confine tra la Zee italiana e quella algerina.

La generalizzazione e il completamento del processo farà inevitabilmente del Mediterraneo un mare ancora più stretto ed affollato di quanto non sia oggi. Proclamare una Zee significa infatti anche predisporsi a difenderla, circostanza che non mancherà di alimentare un po’ ovunque la richiesta di più grandi spese militari, in particolare in favore delle forze navali.

Malgrado nel Mediterraneo non ci sia più la Sesta Flotta americana di una volta, l’esito di tutto questo processo sarà quindi quasi certamente una maggiore militarizzazione del bacino.

Non ne saranno protagoniste, questa volta, soltanto le Marine europee, ma anche quelle nord-africane e del Levante, che si stanno potenziando a vista d’occhio, spesso con il generoso apporto di qualche paese del Vecchio Continente. Il mondo continua a cambiare velocemente.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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