19:52 14 Maggio 2021
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L’Unione messa da parte e osteggiata da Donald Trump saluta come un salvatore Joe Biden, ma in verità le politiche del nuovo Presidente nei confronti di un Vecchio Continente marginale dal punto di vista geo politico, ma ancora pericoloso sul piano della concorrenza commerciale, potrebbero risultare non cambiare molto.

L’hanno salutato come un salvatore, ma fra poco dovranno farci i conti. E scopriranno che Joe Biden non è molto meglio del tanto detestato Donald Trump. Anche perché l’illusione, tutta europea, di poter a breve confrontarsi con un America più gentile e disponibile è pura ideologia. E come ogni ideologia deforma la realtà. In questo caso la realtà è quella di un Vecchio Continente trasformatosi da baricentro dell’ordine mondiale in un agglomerato economicamente importante, ma geopoliticamente confuso e strategicamente marginale. 

All’origine di tutto ci sono ovviamente la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica. Da allora - per quanto il complesso militare ed industriale americano e i “think tank” democratici sostengano il contrario - la Russia non rappresenta più una minaccia. E’, piuttosto, un concorrente politico economico e un agguerito antagonista strategico con cui sarebbe più conveniente collaborare che scontrarsi. Il vero grande avversario politico-militare dell’America è invece una Cina lontana dall’asse europeo. Questo scenario geo-politico, già evidente nell’era Obama, ma definitivamente consacrato nel quadriennio dominato da Trump, continuerà a determinare le mosse geo-strategiche di Biden contribuendo ad un ulteriore marginalizzazione dell’Europa.

Per questo l’entususiasmo di Ursula Von der Leyen e di Charles Michel pronti ad auspicare in una lettera a Biden “un nuovo inizio” nelle relazioni con gli Usa fa sinceramente sorridere. Quel “nuovo inizio” ben difficilmente potrà prescindere dalla centralità che lo scontro con il Dragone ha assunto in questi ultimi anni. L’arrivo di Biden mitigherà forse lo scontro commerciale con Pechino, ma non certo quello politico e militare. In questo contesto i rapporti e le alleanze cruciali saranno quelle con Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Filippine, ovvero con tutti quegli alleati del Pacifico pronti ad affiancarsi a Washington per contenere l’espansione militare e commerciale di Pechino nel Pacifico.

In Europa potranno continuare a contare sull’amicizia e sulla collaborazione degli Stati Uniti soltanto i paesi pronti a trasferire navi, aerei e uomini su quel fronte. Non a caso come raccontato in un’intervista dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone anche l’Italia si prepara a trasferire nel cosiddetto quadrante dell’Indo Pacifico una fregata per poi posizionarvi, da qui a quattro anni, la portaerei Cavour con uno schieramento di caccia bombardieri F-35. E in parallelo alla disponibilità militare Washington pretende anche la rinuncia a qualsiasi collaborazione con Huawei sul G5 o con altre aziende considerate un estensione dell’apparato strategico cinese. Insomma il riavvicinamento dell’America agli alleati europei sarà strettamente proporzionale alla loro disponibilità ad appoggiarne il nuovo impegno militare. E in questo ridispiegamento della Nato sul “fronte dell’Indo-Pacifico” la nuova Amministrazione non rinuncerà certo a pretendere l’adeguamento a quel due per cento del Pil previsto dal Trattato dell’Alleanza Atlantica.

Certo non lo farà con i modi bruschi e a tratti sguaiati di “The Donald”, ma ben difficilmente sopporterà ulteriori ritardi. Ma il principale avversario delle pretese americane, anche in un contesto caratterizzato dai sorrisi di Biden anziché dalle reprimende trumpiane, continuerà ad essere la Germania. Nonostante la Commissione Europea si sia allineata a Washington nel definire la Cina un “rivale sistemico” Berlino non è disposta a rinunciare ai fruttuosi scambi commerciali con Pechino. Né, tantomeno a bloccare il completamento delle condutture di North Stream in grado di garantire, grazie al gas russo, energia a buon mercato alle proprie aziende.

E così il gasdotto, già minacciato dalle sanzioni di Trump, rischia di restare nel mirino di un amministrazione democratica decisa a ridurre al minimo i rapporti tra Mosca e Bruxelles. E non facili si preannunciano anche i rapporti con un presidente Emmanuel Macron deciso, d’intesa con Donald Trump, a riammettere la Russia al summit del G8 cancellando l’esclusione imposta dopo la crisi dell’Ucraina del 2014. E nel campo della politica estera continueranno a pesare le divisioni tra una Casa Bianca destinata a restare, anche con Biden, saldamente al fianco d’Israele mentre l’Europa continuerà ad invocare maggior attenzione per la questione palestinese auspicando il ritorno alle intese sul nucleare con l’Iran. Ma ancor più difficile saranno le intese sul fronte economico.

L’Europa definita una nemica commerciale da un Trump poco disponibile alle sfumature non tornerà certo a venir considerata il migliore dei partner all’indomani dell’insediamento del nuovo Presidente. Anche perché Washington ben difficilmente rinuncerà a chiedere il bilanciamento di un deficit commerciale che supera i 170 miliardi di dollari o a difendere gli interessi dei giganti dell’hi-tech come Google o Amazon minacciati dalle tasse sul digitale imposte da Bruxelles.

L’Europa pronta a salutare Biden come il nuovo Messia rischia, insomma, di risvegliarsi dai suoi sogni e capire di aver fatto i conti senza l’oste.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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