09:47 22 Gennaio 2021
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Attenti a dare la colpa a Ungheria e Polonia per il blocco del bilancio europeo e il conseguente ritardo con cui l’Italia riceverà i 209 militardi del Recovery Fund. La questione etica e giuridica conta poco.

Dietro il tentativo di negare i fondi a Budapest e Varsavia - e il loro conseguente veto si nasconde - un’intimidazione politica. Che i due paesi fanno bene a rifiutare.

Gli inglesi lo sanno bene, non puoi chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Né di mettere la testa nel forno. Ma il buon senso non si addice agli euroburocrati. E lo dimostra lo stupore con cui hanno reagito ai “no” di Ungheria e Polonia pronte ad imporre il loro veto ad un bilancio europeo da 1824, 3 miliardi che comprende - oltre al budget dei prossimi 7 anni - anche i 750 miliardi del Next Generation Plan, ovvero il tanto agognato Recovery Fund. 

Il motivo è semplice. Il bilancio oltre alle previsioni di spesa contiene le clausole necessarie per negar loro gli aiuti del Recovery Fund e l’accesso ai futuri fondi dell’Unione. “Un’Unione Europea in cui un’oligarchia europea punisce i più deboli non è l’Unione Europea in cui siamo entrati e non è un’Unione Europea con un futuro davanti” - sostiene il premier polacco Mateusz Morawiecki. “Per Bruxelles - aggiunge il suo omologo ungherese Viktor Orban - gli unici paesi rispettosi dello Stato di Diritto sono quelli disposti ad aprire le porte ai migranti, mentre è considerato fuori dallo Stato di Diritto chi si ostina a difendere i propri confini”. La scarsa disponibilità di polacchi e ungheresi ad approvare le ricette indispensabili per arrostirli a fuoco lento causerà un significativo ritardo non solo nell’approvazione del bilancio, ma anche nell’erogazione degli oltre 209 miliardi tanto attesi da un’Italia con l’acqua, o meglio il debito, alla gola. Ma con chi dobbiamo prendercela? Con due governi democraticamente eletti e decisi a rifiutare un diktat politico simile, dal loro punto di vista, a quelli subiti durante la sottomissione all’Unione Sovietica oppure con un euroburocrazia pronta ad anteporre la difesa dei matrimoni gay, l’accoglienza dei clandestini e le dispute sulle nomine dei magistrati alla salvaguardia economica del continente?

Partiamo dall’origine di tutto ovvero dalle accuse secondo cui Ungheria e Polonia calpestano le regole del cosiddetto Stato di Diritto previste dai trattati europei. Il concetto di “rule of law”, originario del diritto anglosassone e tradotto con il termine “Stato di diritto” designa, in ambito giuridico, i parametri per un corretto funzionamento dello stato democratico. Ma la sua valutazione dovrebbe venir affidata - trattandosi di un parere giuridico - a corti o giudici riconosciuti dagli Stati membri e competenti ad esprimere pareri dirimenti sull’ordinamento europeo. Insomma una sorte di Corte Costituzionale europea.

E qui sorge la prima seria discriminante. La mancanza di una Costituzione europea rappresenta il primo ostacolo all’effettiva esistenza di un tale organo. In assenza di questi presupposti la condanna di Ungheria e Polonia deriva dalla “Relazione sullo stato di diritto” prodotta ogni annualmente dalla Commissione Europea. Ma la Commissione è un organo politico ed esecutivo non certo giuridico. E l’ultima versione del documento, pubblicata lo scorso 30 settembre, altro non è se non la raccolta delle critiche rivolte a Varsavia e Budapest dagli esponenti della coalizione di maggioranza presente nel Parlamento Europeo. Nel documento i due paesi vengono accusati, tra le altre cose, di voler imporre un controllo politico sulla magistratura, di non impegnarsi nella lotta alla corruzione, di trascurare la difesa dei diritti degli omosessuali vietando i matrimoni gay e di violare i diritti umani chiudendo le frontiere ai migranti.

Ma tratta di rimproveri in gran parte politici redatti a nome di una Commissione in cui sono presenti forze impegnate da anni a delegittimare i governi del premier ungherese Viktor Orban e del suo omologo polacco. L’unico punto specificatamente giuridico all’interno di quelle accuse riguarda - spiega a Sputnik Marco Gervasoni, docente di storia contemporanea e editorialista de “Il Giornale”, “la riforma della giustizia con cui i governi dei due paesi hanno fortemente ridimensionato il peso della magistratura a vantaggio dell’esecutivo. Ma - aggiunge Gervasoni - si tratta di una riforma non troppo diversa dal sistema francese dove i procuratori dipendono direttamente dal ministro. Ovviamente in Francia va bene, ma in Ungheria e Polonia no…..

In verità, si sperava nei magistrati per depotenziare le decisioni di Orban e del suo omologo polacco come in Italia ai tempi dei governi Berlusconi. Insomma la posta in gioco è squisitamente politica, ma viene mascherata presentandola come difesa dello Stato di diritto”. L’altro buco nero visto che “Relazione sullo stato di diritto” è un prodotto della Commissione, è la mancanza di un punto di riferimento imparziale. Un po’ come se in Italia ci si affidasse ad documento del governo giallo- rosso per individuare presunte condotte anticostituzionali di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Con, però, una sostanziale differenza. In quel caso le accuse avrebbero come riferimento i principi della Costituzione.Un riferimento inesistente nel caso di un’Unione Europea priva di una Carta fondante. Ovviamente quando si parla di mancata Costituzione europea gli euroburocrati si difendono tirando in ballo quel trattato di Nizza del 2000 che elenca i diritti fondamentali dell’Unione. Ma si tratta di un parziale autogol visto che la Polonia decise allora di non ratificare quel trattato. Quindi l’Unione Europea finisce con il pretendere da Varsavia il rispetto di norme e principi a cui non ha mai aderito. Ma valgono anche gli argomenti ribaditi da Londra nel caso della Brexit secondo cui un Trattato europeo non può aver la meglio su ordinamento nazionale basato su principi costituzionali.

E a tutto questo s’aggiunge la politicizzazione di un dibattito sostanzialmente giuridico. Concetto ribadito dal premier sloveno Janez Jansa unico fra i 27 ad essersi schierato con i due paesi dell’Est. In una lettera indirizzata alla Presidente della Commissione europea Ursula van der Leyen e a Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo, Jansa sostiene che “i meccanismi discrezionali non basati su giudizi indipendenti, ma su criteri motivati politicamente che non possono essere definiti stato di diritto”. La prima ad accorgersi del sostanziale errore è stata la presidenza di turno tedesca che ha proposto di superare l’impasse delegando alla Corte di Giustizia Europea la decisione sull’applicazione delle norme contenute nel bilancio europeo.

La mossa decisa da Angela Merkel appresenta una svolta sostanziale. La Cancelliera, a differenza degli euroburocrati, ha compreso la sostanziale contraddizione di tutta la vicenda. Utilizzando un giudizio meramente politico per decretare il mancato rispetto dei principi dell’Unione da parte di Varsavia e Budapest la Commissione calpesta il principio fondamentale della divisione dei poteri. Ed è la prima, dunque, ad infrangere una regola basilare di quello Stato di diritto che pretende di difendere.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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