18:53 25 Novembre 2020
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Dopo i fallimenti del dopo Bin Laden segnati dall’assenza dell’Emiro, dalla sua incapacità di progettare attacchi a livello globale e dall’ascesa di uno Stato Islamico che gli ha rubato fama e militanti l’organizzazione terroristica rischia di scomparire. Per questo la scelta del nuovo leader deciderà la sua capacità di sopravvivere e rinnovarsi.

Non è mai stato un vero comandante militare. E non è mai riuscito a trasformarsi in un leader autentico e riconosciuto. Anche perchè non ha mai dimostrato il carisma e l’autorevolezza dell’Osama Bin Laden da cui raccolse l’eredità.

Non a caso l’unica scelta significativa attribuita all’emiro Ayman Al Zawahiri nei nove anni trascorsi alla testa di Al Qaida è l’espulsione nel 2013 di Abu Bakr Al Baghdadi.

Una scelta costatagli molto cara.

Quella decisione segna, infatti, l’ascesa dello Stato Islamico, la nascita del Califfato e la parziale eclissi dell’organizzazione terrorista guidata dall’ex medico egiziano. Ma quegli errori fanno parte del passato.

La carriera terrena del 60enne erede di Bin Laden è, infatti, terminata. La notizia della sua morte, circolata già ai primi di novembre, è stata confermata venerdì dalla testata pakistana “Arab News” grazie alle informazioni ricevute da fonti vicine al gruppo terrorista e da esponenti della sicurezza pakistana e afghana.

A differenza del fondatore di Osama Bin Laden e di tanti altri leader terroristi l’emiro è riuscito, però, a morire nel suo letto. A penetrare l’ultima sua tana, nascosta tra le montagne della provincia afghana di Ghazni, non è stato nè il missile di un drone, nè un sicario delle forze speciali americane.

A farlo fuori ci ha pensato un attacco di asma che ha inferto il colpo fatale ad fisico già provato da una grave insufficienza renale. Membro fin dall’età di 15 anni di una Fratellanza Musulmana che gioca un ruolo fondamentale nella sua formazione ideologico-religiosa Al Zawahiri sceglie la strada del terrorismo armato verso la metà degli anni 70 e si trasforma in breve uno dei capi di quella Jihad Islamica egiziana responsabile dell’uccisione, nel’ottobre 1981, del presidente Anwar Sadat.

E quando, inseguito dai servizi di sicurezza egiziani, lascia l’Egitto per trasferirsi in Afghanistan non tarda a venir riconosciuto come l’ indiscusso ideologo di Al Qaida. A lui è infatti attribuita la scrittura della famosa “fatwa” con cui nel febbraio 1998 l’organizzazione dichiara guerra a “ebrei e crociati”.

E molti - nonostante la personalità incolore e lo scarso ruolo giocato in veste di emiro di Al Qaida - gli attribuiscono un ruolo decisivo nella scelta di mettere a segno gli attentati dell’11 settembre.

Eppure non appena l’uccisione di Bin Laden gli consegna lo scettro del comando Al Zawahiri diventa un’evanescente fantasma. Non tutte le colpe sono sue.

A differenza degli anni ruggenti dell’era Bin Laden Al Zawahiri deve misurarsi con le nuove tecnologie della guerra cibernetica e l’infiltrazione di centinaia di spie reclutate nello stesso mondo islamico.

Inseguito da flotte di droni killer, dalle squadre delle forze speciali del Pentagono e da una taglia da 25 milioni dollari, l’emiro può soltanto vagare da un rifugio all’altro evitando qualsiasi apparizione pubblica.

Non a caso, nonostante i nove anni passati ai vertici dell’organizzazione, i suoi comunicati e i suoi discorsi si contano sulle dita delle mani. Questa sua presenza eterea e marginale contribuisce non poco all’eclissi di Al Qaida e all’ascesa di uno Stato Islamico diventato, dopo il 2014, il punto di riferimento obbligato per decine di migliaia di nuove leve del terrorismo.

A far la differenza rispetto ai monocordi, complessi e noiosi comunicati dell’anziano Zawahiri contribuiscono l’efficacia e l’immediatezza mediatica dello Stato Islamico.

Grazie alla sapiente esibizione di una violenza spregiudicata unita ad una presenza costante sui social e ai comunicati girati con tecniche e ritmi mutuati dalle serie televisive lo Stato Islamico trasforma la scelta terroristica in una sorta di entusiasmante promozione sociale e personale.

Una promozione alla portata di emarginati, disgraziati e piccoli delinquenti disposti al sacrificio personale pur di mettere da parte una vita incolore e inseguire il paradiso delle 72 vergini. Una promozione molto più immediata rispetto alle proposte di un’Al Qaida assai più rigida nel vagliare l’affinità ideologica dei propri militanti e nell’imporre rigorosi sistemi gerarchici.

Prigioniera di quei rigidi schemi organizzativi ed ideologici l’Al Qaida di Al Zawahiri non riesce ad aprofittare nemmeno delle sconfitte dei rivali. Anche dopo la perdita dei territori, l’ecatombe di militanti e l’uccisione del Califfo Al Baghdadi lo Stato Islamico resta il punto di riferimeno obbligato per la gran parte dei giovani jihadisti. E a rendere ancor più ardua la competizione con lo Stato Islamico s’aggiunge la complessa struttura di Al Qaida.

Organizzata fin dalle orgini in cellule locali che ne utilizzano il marchio con modalità simili al franchising Al Qaida non è più riuscita, dopo l’eliminazione di Osama Bin Laden, ad esercitare un effettivo controllo sulle attività dei vari leader di Al Shebab in Somalia o dei gruppi che operano a suo nome nella Penisola Arabica, in Siria (Hayat Tahrir Al Sham) o nel Sahel (Aqim).

E così nonostante una forza teorica di 30mila militanti sparsi tra Afghanistan, Corno d’Africa, Yemen e Africa settentrionale Al Zawahiri non è mai riuscito a coordinare le cellule, diffondere direttive e progettare nuovi attacchi trasformandosi nel leader di un’organizzazione frammentaria e incoerente.

Figlio di un terrorismo islamista formatasi nell’Egitto degli anni 70 il defunto emiro non ha saputo conquistarsi la fiducia dell’ultima generazione di talebani afghani, nè imporre la propria linea al fronte siriano di Al Nusra (oggi battezzata Hayat Tahrir Al Sham). E lontanissimi dalla sua sfera d’influenza sono rimasti anche gli Shebab somali, i militanti dello yemeniti e i jihadisti Maghreb.

Per questo oggi le incognite più importanti riguardano il suo successore e la capacità di far sopravvivere l’organizzazione.

Trovare un candidato all’altezza non sarà facile. L’ erede naturale di Al Zawahiri è già stato messo fuori gioco ai primi di agosto quando un commando del Mossad, attivato su richiesta di Washington, ha freddato Abu Muhammad Al Masri, il numero due dell’organizzazione nascosto da anni a Teheran.

E ancor prima era stato tolto di mezzo l’erede putativo Hamza Bin Laden, figlio del fondatore di Al Qaida. In virtù di queste e altre eliminazioni eccellenti l’unico candidato rimasto sembrerebbe Said al Adel, un ex-colonnello egiziano transitato dalle caserme al terrorismo più o meno negli stessi anni di Al Zawahiri.

La nomina di El Adel, da anni capo del Consiglio della Shura all’interno di Al Qaida, rappresenterebbe però una problematica continuità con quelle linea di comando “egiziana” rivelatasi con Al Zawahiri la principale debolezza di Al Qaida.

Proprio per questo l’individuazione del nuovo emiro si presenta complessa e combattuta. Una scelta sbagliata rischia, infatti, di segnare la definitiva scomparsa del gruppo terrorista che nel 2001 fece tremare il mondo. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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